Il ruolo decisivo giocato dall’Urss di Stalin nel parto dello Stato ebraico è storicamente provato, ma ai compagni non piace ricordarlo.
Mlečin Leonid spiega tutto nel testo “Perché Stalin creò Israele” (Sandro Teti Editore), di non facile reperibilità. Né Washington, che si era sempre più legata a Israele, né Mosca, diventata il punto di riferimento di gran parte dei paesi arabi, in realtà, hanno interesse a mantenere viva questa memoria.
Nella vulgata storica, il “sì” sovietico al nuovo stato passava per una stranezza o un calcolo machiavellico, mentre solo vaga traccia c’era degli imbarazzi americani e dell’opposizione britannica, e nessun accenno agli interessi petroliferi che li avevano originati.
Quando poi, a scoppio ritardato, ha cominciato ad affermarsi la coscienza dell’orrore dei campi di sterminio, la traccia di tutti i maneggi diplomatici si è come cancellata. La gran parte dei nostri contemporanei crede che Israele sia nata sulla scia dell’emozione per la scoperta dell’Olocausto: ma così non è stato.
Né per l’Occidente, che stava riposizionando ex nemici ed ex alleati, né per il Cremlino, dove l’unico che decideva non era certo tipo da impressionarsi per gli stermini altrui.
Il fatto che Auschwitz sia stato scoperto e liberato dai soldati a cavallo dell’Armata Rossa ci rimane ormai solo dalla testimonianza indelebile di Primo Levi. Nessuna propaganda lo ha mai più enfatizzato: una rimozione eloquente.
Questo libro di Leonid Mlečin, che è uno dei giornalisti di maggiore prestigio della televisione russa, conduttore di talk show e storico appassionato, riscrive una storia fattualmente inoppugnabile, ancor di più dopo l’apertura degli archivi sovietici, ma che evidentemente a troppi altri pesava rimettere insieme, citazione dopo citazione, pagina dopo pagina.
Koba ił Terribile
Non ci fosse stata l’Urss di Stalin – proprio lui, Koba il Terribile – la Nazione israeliana non sarebbe mai nata. È una semplificazione, certo: ma chi può metterla in discussione? Solo dalle memorie dei diplomatici, e mai dagli atti pubblici, veniamo a sapere che uno dei protagonisti di questa storia, Andrej Gromyko, diventato Capo dello Stato sovietico, mostrava agli interlocutori, che lo interrogavano sulla situazione mediorientale, la propria mano destra, dicendo: “È con questa che quarant’anni fa votai all’Onu a favore della nascita di Israele!”.
I materiali che Mlečin cita nel suo libro confermano questo ruolo dell’Urss stalinista, e anche il progressivo allentamento del rapporto tra Tel Aviv e Mosca, avvelenato dalla questione degli ebrei russi e del loro diritto di “tornare” dove tutto cominciò.
Questo tema è l’alfa e l’omega della vicenda dei sionisti di Russia, e si è sempre intrecciato con la storia di quel Paese, in misura decisiva per le sue sorti, e in coincidenza con tornanti importanti della vicenda europea. Nel 1881, l’anno in cui i rivoluzionari di Narodnaja Volja uccisero lo zar Alessandro II, in Palestina vivevano solo venticinquemila ebrei. Prima della fine del secolo erano già il doppio, con l’arrivo degli ebrei russi in fuga dai pogrom scatenati in tutta la “zona di residenza” come reazione popolare all’attentato, del quale peraltro gli ebrei non portavano alcuna responsabilità.
È quello che viene considerato l’evento scatenante del sionismo organizzato, anche se dei quasi tre milioni di ebrei che lasciano l’Europa Orientale tra il 1881 e lo scoppio della Prima guerra mondiale, solo l’un per cento sceglie la Palestina: ma sarà una scelta fondativa. Molta parte dei pionieri che faranno la storia dello Stato ebraico (e che sono tra i protagonisti del racconto di Mlečin) sono figli di quest’esodo, la prima aliah di Eretz Israel.
Ironia della Storia
Non sempre la storia ripete le sue tragedie in forma di farsa, ma certo ha la sua ironia. Così, oltre un secolo dopo, l’altra grande cesura della storia russa, il crollo dell’Unione Sovietica, ha aperto la strada all’ultima aliah, dalle proporzioni ben più cospicue rispetto a quella dei pionieri.
La dissoluzione dell’impero comunista ha portato nell’arco di un decennio quasi un milione di russi di discendenza ebraica a utilizzare la “legge del ritorno” per stabilirsi in Israele. Un terzo di loro non è ebreo.
La nuova migrazione – inattesa e imprevedibile per portata e motivazioni – ha fatto di quella russa la principale comunità del Paese, modificando strutturalmente il profilo demografico della nazione.
Qualcuno può aver pensato, sin qui, che queste righe le abbia scritte il solito Matteo Castagna anticomunista e antistalinista per ricordare qualcosa di scomodo. Invece, si sbaglia. L’autore è il noto giornalista televisivo, oggi a La7, di origini ebraiche Enrico Mentana, che ha scritto questa introduzione nella II^ edizione del libro di Mlečin della collana Historos, diretta da Luciano Canfora.
La dichiarazione di Balfour
“Egregio Lord Rothschild, sono molto lieto di trasmetterle, a nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni ebraiche sioniste, che è stata sottoposta al Governo e da esso approvata: “Il governo di Sua Maestà guarda con favore all’istituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e farà del suo meglio per facilitare il raggiungimento di questo obiettivo, fermo restando che nulla dovrà essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina o i diritti e lo status politico di cui godono gli ebrei in qualunque altro paese. Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della Federazione sionista. Sinceri saluti”.
La famosa dichiarazione Balfour del 2 novembre del 1917 è, dunque, la succitata lettera firmata dal ministro degli Esteri di Gran Bretagna, Arthur James Balfour, a Lord Walter Rothschild, presidente della Federazione sionista di Gran Bretagna, approvata dal consiglio dei ministri dopo una lunga e accesa discussione.
I giornali inglesi pubblicarono la notizia l’8 novembre, in concomitanza con le corrispondenze inviate dalla Russia sul colpo di stato bolscevico. Il «Times» titolò: “La Palestina agli ebrei. Sostegno del governo”.
Stalin e la sorte degli ebrei
Proprio mentre le altre grandi potenze negavano agli ebrei il diritto di costruire un proprio Stato, improvvisamente in Stalin si risvegliò un certo interesse per la Palestina, il sionismo e la sorte degli ebrei. Per la verità, i rapporti tra il movimento sionista e i dirigenti moscoviti avevano già subito un cambiamento dopo l’invasione nazista dell’Unione Sovietica del giugno del 1941.
Era stata un’idea di Stalin quella di utilizzare gli ebrei sovietici per esercitare una pressione psicologica sull’opinione pubblica mondiale, e in primo luogo su quella americana. Alla fine del 1941, accanto a quello panslavo, a quello femminile, giovanile e a quello degli scienziati sovietici – tutte organizzazioni per la propaganda all’estero – fu costituito il Comitato Antifascista Ebraico.
Gli ebrei di tutto il mondo raccolsero e inviarono in Unione Sovietica quarantacinque milioni di dollari […]. Weizmann, che era appena tornato dagli Stati Uniti, confidò le sue impressioni sull’orientamento degli americani all’ambasciatore, il quale riferì a Mosca che secondo l’esponente sionista, nelle ultime settimane l’interesse degli americani per la guerra è caduto notevolmente.
L’americano medio ragiona più o meno così: “I russi si battono bene e, insieme con gli inglesi, in un modo o nell’altro distruggeranno Hitler. Non ha senso che noi americani ci intromettiamo in questa faccenda”.
Weizmann ritiene superficiale e colpevole un simile atteggiamento e pensa che gli ebrei americani, opportunamente sensibilizzati, potrebbero contrastarlo. Ecco perché approva pienamente l’iniziativa degli ebrei sovietici.
Il 1941: la “nuova fase” delle relazioni Sioniste con l’Unione Sovietica
Jakov Robinson, direttore del settore Studi ebraici del Congresso Sionista Mondiale, dichiarò durante la riunione del Consiglio sionista straordinario americano del 19 novembre del 1946: “Nel 1941 è iniziata una nuova fase nelle nostre relazioni con l’Unione Sovietica. Abbiamo iniziato a esaltarla, nonostante ne conoscessimo benissimo i peggiori orrori. E ciò poteva essere giustificabile finché è durata la guerra: la vittoria sulla Germania nazista era la cosa più importante.
Di una “cortina di ferro” calata in Europa a separare i paesi liberi dai paesi senza libertà l’ex primo ministro inglese aveva parlato nel suo famoso discorso pronunciato a Fulton il 5 marzo del 1946, e l’espressione era perfettamente calzante: l’Europa si era divisa; ma in realtà Churchill aveva già usato quell’espressione in una lettera indirizzata a Truman, datata 12 maggio 1945: Una cortina di ferro è scesa sul loro fronte. Noi non sappiamo che cosa accada al di là di essa. Gli ebrei di Palestina conseguirono l’obiettivo: le autorità britanniche cedettero.
L’URSS e la risoluzione ONU
Il 14 febbraio del 1947 Bevin, visto e considerato che le proposte inglesi erano state respinte dagli arabi, annunciò la decisione del suo governo di rimettere all’Onu la questione della Palestina. Era un gesto che tradiva la disperazione.
“L’Agenzia Ebraica per la Palestina desidera esprimere la sua profonda riconoscenza al governo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche per il suo appoggio alla risoluzione approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite in favore della costituzione dello Stato ebraico. Questa raccomandazione segna un momento decisivo nella storia del popolo ebraico, che, privo di un focolare nazionale per duemila anni, può oggi entrare nel consesso delle nazioni e apportare un suo contributo alla comunità internazionale […] Il popolo ebraico sarà sempre grato al suo governo che l’ha aiutato, nel corso della sessione dell’Assemblea generale, a conseguire la liberazione nazionale. Le saremmo veramente grati se vorrà trasmettere il contenuto di questa missiva al suo governo. Sinceramente, Suo Abba Hillel Silver Presidente della Sezione americana dell’Agenzia Ebraica per la Palestina”.
Il 4 dicembre del 1947, il potente sovietico Gromyko aveva ricevuto tale importante lettera di ringraziamento.
La presa di posizione sovietica suscitò grande risentimento nei paesi arabi e sbigottimento nei partiti comunisti arabi, avvezzi a combattere “il sionismo, agente dell’imperialismo anglo-americano”.
Il 5 novembre del 1947, Abdrachman Sultanov, incaricato d’affari ad interim dell’Urss in Iraq, scrisse all’ufficio Medio Oriente del Mid54: Negli ambienti arabi regnava la certezza che l’Unione Sovietica non avrebbe consentito la creazione di uno Stato sionista… In questa situazione, sarà più facile per gli inglesi “costituire, con i paesi della Lega araba, la Turchia, l’Iran, il Pakistan, un blocco musulmano in funzione antisovietica”.
Israele neutrale tra USA e URSS
Il 18 dicembre del 1947 l’incaricato d’affari ad interim dell’Urss negli Stati Uniti, Semën Carapkin, trascrisse il resoconto di una conversazione con Epstein, il quale gli aveva recapitato un rapporto confidenziale giunto da Gerusalemme e, ritenendolo un alleato, era stato estremamente aperto con lui: Epstein ha detto che in questo momento il loro problema più grave è la carenza di armi.
Epstein disse anche che, al pari della Svizzera, lo Stato ebraico si sarebbe mantenuto neutrale in politica estera: “Israele è sorto grazie soprattutto a due paesi: gli Usa e l’Urss. Nel primo vivono circa cinque milioni di ebrei, nel secondo tre. Il nuovo Stato ebraico non desidera schierarsi con uno dei due in particolare e, perciò, l’indirizzo più corretto in politica estera sarà la neutralità e il riferimento all’Onu”.
Israele dipendente dalle armi USA
Epstein sottolineò la notevole dipendenza economica dagli Stati Uniti in cui si sarebbe venuto a trovare lo Stato ebraico, considerato che, al momento, era quello il solo Paese disposto a fornirgli armi, attrezzature e rifornimenti di altro genere.
Nell’immediato Israele non avrebbe avanzato richieste di armi e macchinari all’Unione Sovietica per non dar adito a insinuazioni, giacché gli ebrei erano accusati di aver stretto accordi segreti con il governo sovietico.
I paesi arabi non accetteranno la spartizione e la costituzione dello Stato ebraico, anche perché ciò avrebbe comportato l’annessione del settore arabo della Palestina alla Transgiordania e quindi rafforzato la posizione di Abdallah e di chi lo sostiene.
Probabilmente, il motivo delle divergenze ideologiche tra la nuova e la vecchia sinistra, formatasi nella scuola politica del PCI, che aveva stretti rapporti con Stalin e ne celebrò con immensa tristezza il decesso, che oggi ha una posizione filosionista, ma allo stesso tempo favorevole allo Stato di Palestina, va ricercato proprio nello stalinismo sovietico, che iniziò una luna di miele con Israele, che, poi, a causa del petrolio, si trasformò anche in una posizione filoaraba di interesse.
Ignoranza del passato
Oggi un Fassino, un Delrio o un Travaglio o un Ovadia vengono attaccati dalle nuove leve per ignoranza del passato e miopia politica di classi dirigenti che non hanno lungimiranza e fanno della contrapposizione per partito preso con l’acerrimo nemico “fascista” immaginario, che vince ovunque, la loro confusa bandiera, che finisce per collegarli, a doppio filo, anche coi Fratelli Mussulmani, diventando un reale pericolo per tutti noi.
Ecco perché i vari D’Alema, Occhetto e i sopracitati politici cui potremmo aggiungere Romano Prodi si sentono sempre più fuori casa nell’attuale Pd, in una lotta generazionale che non ha precedenti fra gli eredi del più grande partito di massa italiano, che costruì, sul modello sovietico, il più grande apparato burocratico statale di potere d’Europa.
Fare i conti con la storia sarebbe molto utile, ma da parte loro non c’è la volontà, per paura di spaccature insanabili e comodità in ciò che resta di quell’apparato, che è molto, soprattutto nei Ministeri, in alcune Regioni, nell’Istruzione, nell’abbraccio lucrativo col Grande Capitale, nella cultura di cui si sentono ancora gli unici detentori, ma sempre più goffamente e grossolanamente.
di Matteo Castagna
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