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Home Cultura

Cristianesimo e Impero Romano

Redazione di Redazione
23/09/2024
in Cultura
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Cristianesimo e Impero Romano

 

Cristianesimo e Impero Romano – Nel gennaio del 2017 il quotidiano La Stampa publicò un interessante articolo, a firma di Andrea Colombo, relativo ad un libro di allora recente pubblicazione, Gli ultimi giorni dell’impero romano, scritto dallo storico francese Michel De Jaeghere – direttore del Figaro Histoire – dedicato alle ragioni che portarono al crollo dell’Impero Romano d’Occidente, un tema di rilevante importanza storica e culturale.

Quello dei motivi per i quali si giunse, in Occidente, alla fine dell’impero creato dai Romani, è un argomento che anche all’interno della famiglia politica della destra radicale occupa un posto di rilevante importanza, contribuendo, spesso in maniera decisiva, a determinare il giudizio di molti nei confronti della religione cristiana.

Neo-paganesimo

È noto, infatti, che l’ambiente neo-pagano presente all’interno della più ampia area ascrivibile appunto alla destra radicale, individua nell’avvento del cristianesimo la causa della fine dell’Impero di Roma, cronologicamente indicata nell’anno 476 d.C., ossia con la deposizione dell’ultimo imperatore romano d’Occidente – Flavio Romolo Augusto (noto anche con il nome di Romolo Augustolo) – imposta dal generale barbaro Odoacre.

Una vera e propria accusa quella mossa da taluni nei confronti del cristianesimo, il quale avrebbe minato in maniera decisiva l’esistenza dell’Impero per via della sua incompatibilità con l’etica della romanità e, dunque, con la stessa idea di impero da tale etica scaturita.

De Jaeghere, invece, sostiene, sulla scia di altri autori tra i quali il suo connazionale Jean Dumont (1923 – 2001), che a determinare la fine dell’Impero Romano d’Occidente non fu affatto l’avvento del cristianesimo bensì una serie di cause quali la denatalità, la corruzione endemica, l’abnorme tassazione e l’immigrazione fuori controllo (problemi che, in maniera crescente, stanno drammaticamente interessando la nostra Italia e buona parte dell’Europa occidentale).

Il cristianesimo, ad onta di quanto sostenuto dai suoi detrattori neo-pagani, non solo non provocò la morte dell’Impero Romano, ma cercò di impedirla vedendo in esso uno strumento perfettamente funzionale al mantenimento di quell’ordine civile necessario alla realizzazione del bene comune sul piano naturale e temporale.

La nuova Gerusalemme

A proposito di ciò il De Jaeghere sostiene, come scrive Andrea Colombo, che “Non solo i Padri della Chiesa, con in prima linea sant’Ambrogio (1), esortavano gli imperatori a combattere contro i barbari innalzando il vessillo del Cristo a difesa della città eterna, ma consideravano Roma la nuova Gerusalemme, che avrebbe diffuso in tutti i suoi territori il verbo di Gesù. La legislazione imperiale sotto l’influsso del cristianesimo tentò di arginare la degenerazione dei costumi e introdusse misure contro l’usura, l’aborto, il divorzio e l’omosessualità. Alcune leggi imposero di sopperire alle necessità delle classi più povere. Ma questi provvedimenti venivano costantemente disattesi, la corruzione era diventata l’unica legge di Roma, gli aristocratici vivevano al di là del bene e del male, i miserabili diventavano sempre più miserabili. Formalmente l’impero era cristiano, ma il sistema era in putrefazione.”

A proposito della compatibilità tra fede cristiana e concezione imperiale romana, ci sembra opportuno proporre un brano tratto dall’opera di Marta Sordi (2)

I CRISTIANI E L’IMPERO ROMANO.

Si tratta di una citazione un po’ lunga, ma che vale la pena di riportare.

“La concezione dello Stato che Ambrogio enuncia nell’Esamerone e nelle lettere attinge, in egual modo e senza compromessi di sorta, alla tradizione apostolica del cap. 13 della lettera ai Romani e del cap. 2 della I Petri e alla tradizione romana del principato civile e della statio principis, che aveva avuto nella cultura di matrice stoica del I secolo la sua elaborazione ideologica: in profondo contrasto con la concezione teocratica orientalizzante che, importata da nel mondo romano da Antonio, ebbe la sua affermazione nelle esperienze aberranti di Caligola e di Nerone e nella autocrazia di Domiziano dominus et deus, questa concezione, affermata da Augusto, aveva trovato in Tiberio e in Claudio i suoi fedeli continuatori e sopravvisse, almeno a livello di idealità e di dichiarazione programmatica e come espressione della più autentica tradizione romana, anche nei secoli del dominato fino alla tarda antichità, come rivela la ripresa di Ambrogio.

costantinoConcezione romana dello Stato

La consapevolezza della possibilità di un accordo fra la concezione romana del principato e la concezione cristiana dello Stato si manifesta fin dal I secolo, in continuità con la tradizione apostolica, nella lettera di Clemente Romano ai Corinzi, riaffiora potentemente nell’apologetica del tempo di Marco Aurelio e, particolarmente, in Melitone, trova la sua espressione più eloquente nell’affermazione dell’Apologeticum di Tertulliano (33,1): «Cesare è maggiormente nostro (che vostro) perché è stabilito al potere dal nostro Dio».

Si potrebbe dire, paradossalmente, che l’Impero cristiano, tradotto in realtà da Costantino e dai suoi successori, è già in potenza in questa affermazione di Tertulliano, che viene al termine di una dichiarazione di lealismo a Roma e al suo impero, estremamente impegnativa e tale da smentire coloro che vedono nella cosiddetta teologia politica il frutto della pace costantiniana.

 

I cristiani pregano per l’Imperatore

Tertulliano (ibid. 30,4) dice che i Cristiani pregano per gli imperatori e chiedono «una vita lunga, un impero sicuro, una casa tranquilla, eserciti forti, un senato fedele, un popolo onesto, un mondo in pace»; e ancora: essi pregano (ibid. 32,1) «per la saldezza generale dell’impero e per la potenza romana» perché sanno che «tramite l’impero romano viene ritardata la massima violenza che incombe sull’universo e la stessa fine del mondo apportatrice di orribili flagelli».

Si tratta, come è noto, dell’interpretazione, corrente nei Padri, del famoso passo della II lettera ai Tessalonicesi (2 Ts, 2, 6-7) sull’impedimento, cosa e persona, che si frappone alla manifestazione dell’Anticristo: prescindendo qui da ogni tentativo di spiegazione di questo passo misterioso, il fatto che la tradizione cristiana, fino a Lattanzio, Ambrogio, Agostino abbia identificato questo impedimento nell’impero romano e nel suo imperatore, è, a mio avviso, indizio certo della mancanza di ostilità pregiudiziali del cristianesimo verso l’impero romano come istituzione e come ideologia.

Attraverso la convinzione che l’impero romano durerà quanto il mondo (Tertull. Ad Scap. 2), i Cristiani primitivi ricuperano e fanno proprio il concetto di Roma eterna: «Mentre preghiamo per ritardare la fine – dice ancora Tertulliano (Apol. 32,1) – favoriamo la durata perpetua di Roma». Non si può dire dunque che l’ideologia imperiale romana sia stata avvertita dai Cristiani come incompatibile con la loro fede”.

L’esempio contemporaneo

Occorre, tuttavia, riconoscere che lo spettacolo oggi offerto da una parte del mondo cattolico e della stessa gerarchia ecclesiastica – che, in maniera dissennata, invita le nazioni europee ad aprire incondizionatamente le proprie frontiere agli immigrati di ogni provenienza – incoraggia, tra i meno avveduti e formati, la convinzione che la religione cristiana si possa davvero prestare ad essere elemento capace di favorire l’elisione dell’identità nazionale in nome di un insano universalismo egualitarista e di un umanitarismo vacuo e fine a se stesso.

Una religione che sembrerebbe davvero poco compatibile con una visione del mondo fondata sulla pratica delle virtù etiche poste a fondamento di un forte ordinamento civile, centrato sull’amor di patria, sulla dignità dello Stato, sul principio gerarchico; una religione che ben si adatterebbe alla mentalità della decadente Europa.

Ma non bisogna farsi trarre in inganno: la sostanza del cattolicesimo, infatti, non ha nulla da spartire con la sua caricatura elaborata nei circoli dell’eresia modernista (3), dominante nella cosiddetta “Chiesa postconciliare” o “vaticanosecondista”. Confondere il cristianesimo cattolico-romano con quella specie di nuova religione sorta con il Concilio Vaticano II, significa non aver idea di cosa sia accaduto nella Chiesa Romana dalla morte di Pio XII (1958), l’ultimo papa dichiaratamente e vigorosamente anti-modernista, fautore di una Chiesa apertamente contraria alle istanze culturali ed ideologiche della modernità anti-cristiana.

Il Concilio Vaticano II

Pensare che le prese di posizione e i discorsi di certi uomini di Chiesa – “illuminati” dallo “spirito del Concilio” (il Concilio Vaticano II), dunque pregni di pacifismo, ecumenismo relativista e sensi di colpa per il passato della Chiesa e della Cristianità europea – coincidano con l’ortodossia cattolica, vuol dire compiere lo stesso errore commesso dalle autorità della Roma pre-cristiana, che confondevano il cristianesimo con l’eresia montanista (quella sì veramente degna di disapprovazione e condanna, non solo da parte della Chiesa ma anche da parte dello Stato, in quanto portatrice di un’oggettiva minaccia all’integrità della società, in virtù della sua a-socialità fondata su motivi millenaristici che invitavano al disimpegno civile e al disprezzo dell’autorità nonché dei doveri verso la società e verso lo Stato, compreso quello del servizio militare).

Diverso naturalmente è il discorso a proposito dell’incompatibilità tra cristianesimo e Impero Romano sul piano strettamente religioso, almeno per quel che concerne il rifiuto dei cristiani di prestare atti di culto in contrasto con la loro fede.

Pax deorumPax deorum

I Romani, caratterizzati da una spiccata religiosità, credevano fermamente nell’esistenza e nell’importanza di un nesso tra le fortune di Roma ed un corretto rapporto con la divinità. Si tratta della pax deorum, ovvero del regime di pace e di concordia stabilito tra gli uomini e gli dei, fondato sul culto tributato dai Romani alle divinità pagane. Il timore delle autorità romane che l’atteggiamento dei cristiani potesse infrangere la pax deorum e provocare effetti nefasti per le sorti di Roma, ha certamente costituito uno dei motivi capaci di scatenare le persecuzioni nei confronti dei cristiani.

Una preoccupazione comprensibile sino ad un certo punto però, ossia qualora veramente i cristiani fossero stati quei soggetti sovversivi mossi dalla volontà di affossare l’Impero e dediti ad oscure ed immorali pratiche, come venivano descritti e denunciati alle autorità dai loro calunniatori, tra i quali anche membri influenti delle comunità ebraiche (4).

Incompatibilità religiosa

La vera incompatibilità tra l’autorità romana ed i seguaci di Gesù Cristo si collocava solo sul piano religioso, e non avrebbe potuto essere altrimenti vista l’impossibilità dei cristiani di aderire al relativismo religioso, allora dominante, e di sacrificare agli dei, ovvero professare pubblicamente un culto diverso da quello cristiano. Per i primi cristiani non era in discussione la fedeltà alla legittima autorità politica, per la quale si doveva pregare e combattere (le legioni pullulavano di cristiani), ma la pretesa che essi prestassero atti di culto alle divinità pagane: i cristiani non potevano tradire la loro fede disobbedendo al comandamento di Dio “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di me”.

I cristiani non provocarono la caduta dell’Impero Romano, la cui fine dipese, invece, da altri e decisivi fattori: la decadenza dei costumi, la denatalità degli italici, l’enorme pressione esercitata dai popoli barbari. Il venir meno di una certa tensione morale e della proverbiale etica che caratterizzò la migliore romanità, il calo demografico delle popolazioni italiche, che avevano rappresentato la forza anche militare di Roma, unitamente all’impossibilità di difendere i vastissimi confini dell’Impero, furono i reali motivi della sua caduta.

Cambiamento in meglio

L’atteggiamento dei cristiani e della Chiesa nei confronti di Roma e del suo impero, può essere efficacemente rappresentato dalle parole con cui la Professoressa Marta Sordi, nella sua opera L’impero romano-cristiano al tempo di Ambrogio, descrive proprio l’atteggiamento del santo vescovo di Milano (dal 286 d.C. al 402 d.C. capitale dell’Impero Romano d’Occidente) il quale “rifiuta di identificare Roma con la sua tradizione religiosa e afferma, anzi, che la religione pagana, lungi dall’essere caratterizzante per il popolo romano, era la sola cosa, con l’ignoranza di Dio, ad accomunare Roma con i barbari.

Ma proprio mentre rifiuta come vana e anacronistica e non specifica del mos romano la religione dei padri, afferma la continuità della nuova Roma, che non si vergogna di convertirsi da vecchia, poiché si tratta di un cambiamento in meglio, con le disciplinaee con i mores con cui la vecchia Roma aveva sottomesso il mondo: la virtus di Camillo, la militia di Regolo, l’esperienza militare di Scipione.

Rifiuto della tradizione religiosa di Roma e fedeltà piena alla sua tradizione politica, civile, militare, identificata con l’autentico mos maiorum di Roma”  

Ambrogio riteneva che il paganesimo fosse degenerato a tal punto da costituire, sia sul piano morale che politico, un pericolo per l’integrità dei costumi. Il vescovo di Milano individuava le ragioni della decadenza religiosa pagano-romana, nella sua frantumazione in svariati e diversi culti, cosa che aveva determinato il venir meno della sua forza e della sua capacità di guidare lo Stato; indicando, invece, nel cristianesimo l’elemento purificatore ed unificante, conforme all’autentico mos maiorum romano.

caduta impero romanoImpero della Provvidenza

I cristiani, dunque, non affossarono l’Impero che inizialmente li aveva perseguitati (anche se non in maniera sistematica e continua. Prima che esso divenisse cristiano, infatti, vi furono periodi di relativa tranquillità), anzi lo ereditarono considerandolo come qualcosa per essi preparato dalla Provvidenza (5). Tanto è vero che dopo il caos seguito al venir meno dell’autorità imperiale d’Occidente e alle invasioni barbariche – e grazie all’opera di recupero e conservazione dell’eredità greco-romana compiuta dalla Chiesa – la stessa Chiesa tenne a battesimo il nuovo Impero Romano d’Occidente: il Sacro Romano Impero, nato nella notte di Natale dell’anno 800 con l’incoronazione, a Roma, di Carlo Magno, da parte di Papa Leone III.

Tutto questo mentre a Costantinopoli (l’antica Bisanzio) l’Impero Romano e Cristiano d’Oriente continuava ad esistere, cosa che avrebbe fatto fino al 1453. Se il cristianesimo avesse avuto in odio l’idea di impero, non ne avrebbe perpetuato l’esistenza come, invece, fece tanto nella parte occidentale quanto in quella orientale dell’impero fondato dai Romani.

Marco Sudati

 

Note
  1. Ambrogio (340 – 397), proveniente da famiglia di antica nobiltà senatoria romana e acclamato vescovo di Milano il 7 dicembre del 374, è considerato il più autorevole teorizzatore e interprete della concezione romano-cristiana dell’impero.
  2. Marta Sordi (1925 – 2009) è stata docente di storia greca e romana presso l’Università del Sacro Cuore di Milano, membro dell’Accademia di Scienze e Lettere dell’Istituto Lombardo e dell’Istituto di Studi Etruschi.
  3. Come più volte ricordato sulle pagine di Ordine Futuro, il modernismo è un’eresia, ovvero un insegnamento contrario al magistero della Chiesa, venutasi a manifestare soprattutto all’inizio del XX secolo. Fu duramente combattuta dal Papa San Pio X il quale, nell’enciclica Pascendi dominici gregis (1907), la definì summa di tutte le eresie. Essa rappresenta, in sostanza, il tentativo di conciliare la fede cattolica con le istanze filosofiche del mondo moderno. Nucleo del modernismo è l’immanentismo, ossia la pretesa di ridurre la verità religiosa alla mera esperienza umana, dalla quale scaturirebbe in un costante divenire. L’influenza del modernismo, soprattutto nella sua rinnovata veste di neo-modernismo, condannato dal Papa Pio XII con l’enciclica Humani generis (1950), si è manifestata in tutta la sua gravità nel Concilio Ecumenico Vaticano II ed in particolare nel periodo che lo ha seguito, il cosiddetto post-concilio.

  4. “L’invidia e la gelosia furono la nota caratteristica della lotta ebraica contro Gesù e i suoi; il vangelo ci narra vari episodi di questo sospettoso accanimento; e Pilato per quanto poco s’occupasse di ciò, pure “sapeva che per l’invidia (dia yqonon) lo avevano consegnato” a lui (Matt., XXVII, 18) …

Clemente Romano ci accenna chiaramente che la persecuzione neroniana fu ispirata dagli ebrei dei quali finalmente caddero vittima Pietro e Paolo: «Per la gelosia e l’invidia (dia zhlon cai yqonon) le massime e santissime colonne (della Chiesa, i principi degli Apostoli) patirono persecuzione e combatterono fino alla morte … Pietro che dall’iniqua gelosia non uno o due ma più travagli sostenne … Per gelosia e contesa Paolo ebbe il premio del patimento … A questi … si aggiunse una gran moltitudine di eletti che, sofferte molte pene e tormenti per la gelosia, furono fra noi di ottimo esempio.» Brano tratto dall’opera di Mons. Umberto Benigni Storia sociale della Chiesa Vol. I, ed. Vallardi, Milano, 1906, pagg. 80-87

       5. Romanum imperium, quod Deo propitio christianum est (S. Agostino, De gratia Christi, II, 17, 18 – 418 d.C.). Il valore provvidenziale dell’Impero Romano è ricordato anche dal sommo poeta, il cattolico Dante Alighieri (1265 – 1321), nella sua Divina Commedia, in particolare nel Canto VI del Paradiso, dove a celebrarlo è la figura di Giustiniano (482 -565), l’imperatore romano d’Oriente autore del Corpus Iuris Civilis, l’immensa opera giuridica posta alla base di tutto il mondo romanizzato medievale.

Secondo Dante, dunque, è stato il volere divino a determinare la creazione dell’Impero Romano e le “due Rome”, quella pre-cristiana e quella cristiana, sono perfettamente integrate in un unico progetto provvidenziale.

Non a caso Dante ha scelto Virgilio – il cantore delle origini di Roma – come guida nel viaggio ultraterreno raccontato nella sua maggiore opera, e chiamato ‘romano’ lo stesso Cristo (“… e sarai meco sanza fine cive di quella Roma onde Cristo è romano”. Purg. XXXII, 102).

Secondo San Tommaso d’Aquino (1225 – 1274) – il Dottore Comune della Chiesa – l’Impero Romano si è trasfigurato, nella Chiesa, dal piano temporale a quello spirituale. Come ricordato da Don Curzio Nitoglia, nel Commento alla II Epistola ai Tessalonicesi II, 3-4 (capitolo 2, lezione 1, n. 34-35) l’aquinate, parlando dell’avvento dell’anticristo, spiega che “ci sarà l’apostasia dall’impero romano al quale tutto il mondo era sottomesso (…). L’impero romano è stato istituito affinché sotto il suo dominio la fede venisse predicata in tutto il mondo. (…). L’impero romano non è venuto meno, ma si è trasformato da temporale in spirituale. Perciò bisogna dire che per apostasia dall’impero romano si deve intendere non solo quella dall’impero temporale, ma anche quella dall’impero spirituale cioè dalla fede cattolica della Chiesa romana”.

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