Tranquillizziamo i lettori, nel titolo di questo articolo non c’è nessun errore di digitazione, c’è proprio scritto “dettatura”, con la “e”, non “dittatura”, e ne illustriamo le ragioni.
Tra le caratteristiche che contraddistinguono il variegato universo dell’antifascismo, che spazia dalle più estreme sigle anarchiche fino a tromboni in doppio petto del centrodestra, vi è soprattutto la spocchia, l’arroganza di attribuire o meno patenti di legittimità al personaggio di turno.
Insomma, per avere diritto di parola nel magico mondo del politicamente corretto e accettato, bisogna prima sottoporsi al vaglio di commissioni che spuntano come funghi, non si capisce bene nominate da chi e a che titolo. Gli inflessibili valutatori, passata ai raggi “X” ogni singola sillaba di una dichiarazione, oltre che il passato del malcapitato dichiarante, rilasciano, in caso di esito positivo, per gentile e democratica concessione, l’autorizzazione alla diffusione.
Guai, invece, se viene trovata qualche stonatura nel pensiero imprudentemente manifestato! Seguono giorni e giorni di pubblica gogna, di richieste di scuse, rettifiche, chiarimenti, spesso anche dimissioni, con immancabile contorno di indignazione e di vesti stracciate.
Le dichiarazioni del 27 gennaio
Avviene così che Giorgia Meloni, memore delle polemiche puntualmente orchestrate nei passati 27 gennaio e 25 aprile, in occasione della scorsa Giornata della Memoria abbia pronunciato le parole tanto pretese dagli inquisitori: “Il regime fascista complice di quello hitleriano nello sterminio degli ebrei attraverso l’infamia delle leggi razziali e il coinvolgimento nei rastrellamenti e nelle deportazioni“.
Poco importano dettagli quali il fatto che le leggi razziali, peraltro varate in molti paesi occidentali ben prima che dal regime fascista, furono applicate in modo blando, al punto che l’Italia divenne rifugio per gli ebrei in fuga dalle persecuzioni di altre parti di Europa, che fino all’8 settembre non un solo ebreo fu consegnato dalle autorità italiane ai tedeschi e altri aspetti che ancora oggi non possono essere oggetto di sereno dibattito storico senza che si rischi l’infamante accusa di antisemitismo o di negazionismo.
I distinguo non sono tollerati, le differenze anche dottrinali tra fascismo e nazionalsocialismo non sono concepite e via, tutto in caciara con il termine storicamente improprio di nazifascismo. Non è certo questa la sede per approfondire argomenti tanto complessi e ci limitiamo a commentare la cronaca delle ultime ore.
Dunque, finalmente la sete di condanna del fascismo sembrava essersi placata anche se nessuno dei censori, nemmeno per un attimo, dimenticava quella fiammella ancora timidamente presente nel simbolo del partito meloniano, al tempo stesso chimera, illusione e specchietto per le allodole.
Non basta mai agli esaminatori
Esultavano i giornaloni del mainstream, esultava Sansonetti dalla prima pagina de l’Unità. Insomma, stavolta sembrava che la Meloni avesse finalmente conseguito l’agognatissimo attestato di rispettabilità. E invece no, non è stato ancora sufficiente.
Perché si, le parole di condanna sono state nette, ma non quanto alcuni avrebbero voluto. La storica Anna Foa ha dichiarato.” …ma il termine complicità è un po’ vago… È qualcosa in più di complicità, è deportazione fatta per i tedeschi …Non ho capito bene quali siano le intenzioni di Meloni su questo“.
Insomma, la riprovazione, anche delle proprie radici ormai recise, non è sufficiente. Bisogna usare le parole ritenute appropriate dai severissimi esaminatori. Magari facendosi dettare prima il testo dalla commissione, per andare sul sicuro. E, anche in quel caso, ci sarebbe sempre qualcuno a non essere del tutto soddisfatto, ad alzare il ditino, a chiedere di più.
Perché, parafrasando il titolo di una meravigliosa commedia di Eduardo de Filippo, gli esami – di antifascismo – non finiscono mai.
Raffaele Amato
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