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Home Costume

Il tempo degli sciacalli e delle iene

Roberto Pecchioli di Roberto Pecchioli
03/07/2026
in Costume, Notizia del giorno, Società
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il tempo degli sciacalli
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Il tramonto dei Leoni e l’ascesa degli sciacallotti

Il passo più intenso del Gattopardo, il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, è secondo noi quello in cui il Principe di Salina dialoga con il piemontese Chevalley, rappresentante dei nuovi padroni della Sicilia. Quest’ultimo gli offre uno scranno di senatore del neonato Regno d’Italia, rifiutato dal vecchio aristocratico, che suggerisce per quel ruolo l’arrivista arricchito Calogero Sedara, simbolo dei tempi nuovi: “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene”. Il colloquio si conclude con un’amara riflessione sull’immutabilità della natura umana: “e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra”. Forse non ci sono stati i tempi dei leoni, ma di sicuro viviamo nell’era delle iene, degli sciacalli e degli avvoltoi. Basta uno sguardo alla quotidianità per dare ragione al principe sconfitto e prendere atto che, se ci vollero secoli per estendere la civiltà, basta pochissimo per precipitare non nella barbarie – che possiede una selvaggia vitalità – ma nel primitivismo degli istinti più bassi.

La violenza del nichilismo contemporaneo

Il marito del ministro Elena Roccella affoga sotto gli occhi della moglie e la muta dell’odio incandescente ricopre la vedova di insulti, tra sfacciate manifestazioni di giubilo per il suo dolore. La sua colpa è doppia: le idee di Roccella sulla famiglia sono diverse dalla canea ultra-progressista e lei personalmente è vista come traditrice per il suo passato femminista. Un settimanale francese, Charlie Hebdo, noto per articoli e vignette di rivoltante violenza e disumanità, disegna il selezionatore della nazionale transalpina di calcio Didier Deschamps che innalza al cielo non la coppa del mondo, ma l’urna cineraria di sua madre, morta in questi giorni. Il foglio parigino – sedicente satirico – rappresenta il peggio di un anarchismo senza valori e sentimenti, capace solo di deridere e diffondere un nichilismo dozzinale gradito alla gente più volgare.

La gogna mediatica e il linciaggio virtuale

Il delitto di Garlasco e l’infinito tormentone televisivo che genera – condito di colpi bassi tra giornalisti e personaggi televisivi in cerca di notorietà e denaro – non solo ha creato tifoserie opposte, ma ha distrutto la fragile stabilità della madre dell’indagato Andrea Sempio, che ha tentato il suicidio ed è stata ricoverata in psichiatria. Il quadro è sempre lo stesso: al dolore e alla rovina si aggiunge la violenza dei cosiddetti social media – nel mondo al contrario anche le parole sono alla rovescia – in cui sciacalli e iene si avventano sul corpo e sull’anima delle prede, travolte da insulti, distruzione della vita personale e intima, gogna, auguri di morte. Un distillato di odio che sgomenta e non risparmia alcun ambiente. In questi giorni esponenti della destra che definisce se stessa l’unica autentica attaccano la battaglia di Gianni Alemanno per un sistema carcerario a misura d’uomo. Secondo costoro, paladini di una legge e di un ordine a loro immagine, in galera si deve solo marcire. Anche in questo caso gli argomenti sono sostituiti dalle ingiurie, dalle minacce – vane e ridicole, perché iene e sciacalletti mai agirebbero a viso aperto lontani dall’anonimato – da cieco rancore inzuppato nel turpiloquio.

La satira del dissenso e il godimento per il male altrui

Molto si parla del “discorso di odio” da combattere, ma il bersaglio sono le idee dissenzienti, le voci in controtendenza. L’odio vero, che tracima nelle reti sociali, in certe scritte sui muri e in alcuni striscioni portati nelle manifestazioni, non viene scalfito. Le iene e gli sciacalli, in natura, agiscono in base a un istinto utile all’equilibrio e alla vita. Gli sciacalletti (dis)umani sono invece animati, oltreché da un odio senza quartiere, da un sentimento che la psicologia chiama Schadenfreude, il godimento per le disgrazie altrui. Una ventina di anni fa si diffuse negli stadi, in occasione di infortuni di giocatori avversari, l’invocazione disgustosa: “Devi morire!”, urlata da parte del pubblico. Dovunque, la violenza verbale è diventata protagonista del linguaggio, delle reazioni, del sentimento profondo di milioni di iene e sciacalli umani, in realtà pecore matte rese forti dall’anonimato della folla o della rete.

Dalla parola all’atto e la perdita del rispetto

Alla violenza delle parole inevitabilmente segue la violenza degli atti. Questo vogliamo, ci piace precipitare nella barbarie nichilista di tribù l’una contro l’altra armate? Davvero l’opinione, le convinzioni, l’esistenza stessa dell’altro non hanno diritto di esistere e la verità è solo la nostra? Veramente non sappiamo distinguere il piano umano, personale, il diritto di ognuno alle proprie idee, a un mondo interiore distinto dal nostro? “Devi morire”, gridavano le curve ultrà, esattamente come gli sciacalli e le iene da tastiera e da social media. Smettiamola di chiamarli “leoni”, poiché il loro tratto più chiaro è la vigliaccheria, accompagnata dall’azione in branco e dalla garanzia di impunità. Quando la Chiesa cattolica esercitava un magistero creduto, distingueva tra l’errore e l’errante, ovvero tra le idee inaccettabili e l’essere umano che le esprimeva. Nell’epoca delle iene e degli sciacalletti quel che resta del rispetto reciproco e dello scambio delle idee, della stessa democrazia – totem inviolabile e tabù oggetto di finta adorazione – è sostituito dallo sfogo impotente di chi distilla odio sui nuovi media e nelle piazze.

La lezione inascoltata degli anni di piombo

A breve qualcuno passerà ai fatti, alla violenza fisica. Chi ha vissuto sulla pelle la lunga stagione dell’odio politico lo sa. La lezione degli anni Settanta e Ottanta non è stata appresa, se non da chi, sperimentato l’ostracismo, vissuta la denigrazione e l’emarginazione, subita la violenza e l’esclusione, ha elaborato una riflessione sulla libertà e su un principio inderogabile: non essere mai come “loro”, non odiare come loro, non comportarsi come loro. In fondo è una maniera di praticare l’antica massima di non fare agli altri ciò che non vogliamo venga fatto a noi. Non è questo l’istinto della maggioranza. Vince la Schadenfreude, la gioia cattiva, vendicativa, carica di fiele di chi gioisce per il male altrui, funzionale alla riproduzione del sistema disumano al potere. C’è la sostituzione della libertà “per” e “di” con i nuovi strumenti di comunicazione – feroci, crudeli, corrivi, facilitatori e vetrine dei sentimenti peggiori – che lasciano le cose come stanno ma consentono di esorcizzare la pentola del disagio, della precarietà, della mancanza di valori, principi e senso della vita con lo sfiatatoio dell’odio, della volgarità, dell’ingiuria più bassa.

L’illusione della tolleranza nel mercato globale

Gli stessi che odiano, insultano e spargono veleno sono a loro volta vittime del giudizio impietoso del pollice verso che ieri uccideva il gladiatore sconfitto e oggi disumanizza, dileggia e butta fuori dall’arena del consesso cosiddetto civile il nemico di turno: “Non mi piace”. Questo spiega la ferocia senza mediazioni dell’antifascismo esteso a tutto ciò che non è gradito e dal suo omologo, l’anticomunismo ritardatario. Tifosi delle curve opposte che accettano le regole, il linguaggio e i meccanismi mentali di chi il gioco lo organizza e ne trae beneficio. Ragionamento troppo sofisticato per milioni di menti con il paraocchi del cavallo orientato dalla briglia del cocchiere. Manca il limite, il confine che ferma; nella fattispecie, il riconoscimento dell’umanità altrui e della possibilità che un pezzetto di verità possa trovarsi non in noi ma nel prossimo. Ma questa non è la civiltà del limite, bensì il suo contrario nell’economia, nelle scelte esistenziali indotte, nella riduzione di tutto alla scelta soggettiva, purché alimenti il Mercato, disumana misura di tutte le cose. L’elemento più rivoltante è l’ipocrisia montante, la falsità di principi ostentati come bandiere, icone della postmodernità. Pensiamo all’idea di tolleranza. Chi scrive resta convinto, con Aristotele, che la tolleranza sia la virtù terminale delle società in decadenza, incapaci di credere in qualcosa di forte.

La frammentazione sociale e la solitudine atomica

Pure, dobbiamo accettare l’esistenza di differenze, di dispareri, di sistemi valoriali opposti, che sarebbero ricomposti se fossimo una comunità, ma che non possiamo ridurre alla guerra tra eserciti nemici. Anni fa, l’obbligo di collaborare costrinse chi scrive e un collega detestato da anni a prendere atto che entrambi non ricordavamo i motivi iniziali del reciproco rancore. Non siamo diventati amici, ma è maturato un prudente rispetto. Ridurci all’odio, all’ingiuria, al tripudio per le disgrazie degli altri è da sciacalletti. Una società in cui domina questo atteggiamento corre verso la fine oppure verso la vittoria del più forte, l’homo homini lupus. Certo, uscire di casa non aiuta a mettere in pratica i sentimenti migliori: ci troviamo in mezzo a un’umanità competitiva perfino al momento di salire su un mezzo pubblico e contendersi i posti a sedere; non aiuta vedere all’opera la porzione di umanità sguaiata, sciatta, ostile, esteticamente triviale. Una bella ragazza, cameriera in un bar, ostenta un braccialetto con la scritta “fatti i cazzi tuoi”. È figlia nostra, di una società senz’anima e senza domani. Considera un suo “diritto” quell’imperiosa richiesta all’universo. Non è possibile accoglierla; non siamo atomi, non siamo indipendenti gli uni dagli altri.

L’autosfruttamento e la riscoperta dell’umano

Chi ci ha resi così, sino all’odio reciproco, è un sistema di organizzazione sociale nemico dell’umanità. Un sistema bisognoso di capri espiatori da colpire e distruggere per legittimare se stesso e scaricare la violenza sui malvagi di turno; capace di diffondere la sopraffina arte dell’autosfruttamento, il consumo di noi stessi denunciato da Byung-Chul Han, che conduce alla sindrome del burnout, l’esaurimento emotivo ed etico da cui si finisce nel rancore, nell’incapacità di riconoscere l’altro. La Schadenfreude significa in fondo che altra felicità non ci resta che godere del male altrui, del suo dolore, della sua disgrazia. L’odio impotente delle iene e degli sciacalletti, alla fine, abbrutisce, sfigura e abbassa chi lo pratica, non chi lo riceve. Questi può scegliere se rispondere allo stesso modo o costruirsi una corazza di diversità, di severa, dignitosa distanza. Rimanere, o ridiventare umani. A noi è successo, almeno speriamo. Infine, si odiano gli altri perché si odia se stessi.

Roberto PECCHIOLI

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