L’altro giorno un’amica mi ha raccontato una storia, purtroppo, ormai banale per noi italiani. Una di quelle storie che non fanno notizia, che non finiscono nei talk show, che non generano hashtag. Dopo dieci ore di lavoro in un rinomato hotel costiero a quattro stelle – non un buco di periferia, non un affare di famiglia squattrinato, ma un quattro stelle pieno da Maggio ad Ottobre con clienti che pagano per rimanere anche un mese in vacanza lì – le è stato detto, con la tranquillità di chi enuncia una legge di natura, che gli straordinari non si pagano. «Questo è un lavoro dove si allungano gli orari e non si può dare più soldi per il lavoro».
Dieci ore. Poi undici. Poi, quando serve, dodici. Perché il cliente vuole la colazione alle sette, il pranzo alle tredici, la cena alle venti, e tra un servizio e l’altro c’è da sistemare, da pulire, da sorridere. E il sorriso, a quanto pare, non ha mai una tariffa oraria (per i dipendenti).
Ho ascoltato in silenzio. Non perché non avessi nulla da dire, ma perché quella frase – «non si può dare più soldi» – mi è sembrata più eloquente di qualsiasi manifesto. È la grammatica del nostro tempo. Il lavoro non è più uno scambio equo tra tempo e denaro. È diventato una condizione esistenziale: tu sei lì, e finché ci sei, sei disponibile e devi essere spremuto. Il resto è ideologia. Una volta si parlava di “lavoro come pena” per mobilitare l’uomo, oggi abbiamo nettamente scisso questo concetto e siamo giunti solo al lavoro come pena.
La grammatica del lavoro povero
E mentre riflettevo su quella frase, mi è tornata in mente un’altra. Quella di Enzo Iacchetti, che qualche giorno fa, dal palco di un festival, ha detto di sognare di vedere chi parla di remigrazione sudare nei campi di pomodori a un euro l’ora. Perché, sottinteso, senza i migranti i pomodori restano a marcire. Perché gli italiani non li raccolgono. Perché, in fondo, qualcuno deve pur farlo.
È la stessa logica, solo con un vestito più pietoso.
Iacchetti forse non lo dice, ma lo pensa: i migranti sono la manovalanza a bassissimo costo che tiene in piedi un sistema che altrimenti crollerebbe. Questi sono ore di lavoro non pagate, o pagate malissimo. Sono la valvola di sfogo di un’economia che non vuole alzare i salari, non vuole investire in meccanizzazione, non vuole riconoscere che certi lavori, se fatti da italiani, dovrebbero essere pagati di più (il giusto, che in Italia non esiste). E allora si importano braccia. Braccia che non reclamano, che non fanno scioperi, che non fanno domande ma che votano, e sappiamo tutti come votano.
È la stessa mentalità del datore di lavoro dell’hotel a quattro stelle. Solo che lì la vittima è italiana, e allora la cosa diventa un po’ più scomoda da raccontare. Nei campi, invece, la vittima è straniera, e allora diventa addirittura virtù: «senza di loro chi raccoglie i pomodori?». Giù lacrime ed applausi.
Braccia che si spezzano
Intanto a Ceuta, in questi giorni, ne sono entrati cinquantamila. Una valanga umana che ha causato furti e danneggiamenti e che ha travolto un’enclave di ottantamila abitanti. E intanto si continua a dire che senza di loro l’agricoltura muore, il turismo muore, l’edilizia muore, ma noi sappiamo bene che è l’Europa che muore, ma in un altro senso…
E comunque sta a noi rispondere di “No!”. Muore un certo tipo di economia. Quella che si regge sulla compressione del costo del lavoro. Quella che considera lo straordinario un optional e il migrante una risorsa rinnovabile. Quella che, quando un italiano chiede di essere pagato il giusto per le ore in più, risponde che «non si può» (ma col sapore di un «non si deve»). E quando un migrante accetta di lavorare per quasi niente, risponde che «grazie a Dio c’è».
La verità è più semplice e più cruenta. Non è che gli italiani non vogliono raccogliere i pomodori. È che non vogliono farlo a un euro l’ora, sotto il sole di agosto, senza diritti, senza tutele, senza futuro. E hanno ragione. La stessa ragione che ha l’amica dell’hotel quando, dopo oltre dieci ore di lavoro, chiede di essere pagata per lo straordinario.
Il prezzo che non compare sullo scontrino
Il lavoro non è «così». Il lavoro è ciò che noi decidiamo che sia. Se decidiamo che deve costare poco, allora ci serviranno sempre braccia disperate. Se decidiamo che deve costare il giusto, allora dovremo ripensare intere filiere. Ma finché continueremo a trattare i migranti come manovalanza a bassissimo costo rispetto agli italiani, e gli italiani come manovalanza a cui si può chiedere di più senza pagare di più, non risolveremo nulla. Cambieremo solo il colore delle braccia che si spezzano.
E i pomodori continueranno a essere raccolti. A un prezzo che non compare mai sullo scontrino.
Sergio Saraceni
Il 2diPicche lo puoi raggiungere
Attraverso la Community WhatsApp per commentare le notizie del giorno:
Unendoti al canale WhatsApp per non perdere neanche un articolo:
Preferisci Telegram? Nessun problema:







































































