Louis aveva diciassette anni. Diciassette anni e una vita davanti. Oggi è morto dopo essere stato attirato in un agguato e pestato con una violenza tale da non lasciargli scampo. Cinque contro uno. Vale la pena ripeterlo: cinque contro uno.
Non una rissa. Non uno scontro tra pari. Non una lite degenerata. Un gruppo contro una persona sola. La superiorità numerica trasformata in strumento di dominio. La forza del branco elevata a criterio di comportamento.
La deriva del vecchio continente
Temiamo, come accade sempre più spesso nell’Europa contemporanea, il rischio che anche questa vicenda venga rapidamente assorbita dal grande meccanismo dell’oblio morale. Qualche giorno di indignazione, qualche titolo di giornale, qualche dichiarazione di circostanza.
Poi si ricomincia a discutere delle difficoltà degli aggressori, del loro contesto, delle loro fragilità, delle loro condizioni sociali. Per la vittima…? Una fotografia e un funerale.
Per i carnefici anni di spiegazioni. È questo il punto che dovrebbe inquietarci. Una società sana si interroga sulle cause profonde della criminalità senza mai perdere di vista una verità elementare: chi è stato massacrato merita più attenzione di chi ha massacrato.
La società delle scuse
Oggi invece sembra accadere il contrario. Le vittime diventano un dettaglio narrativo. Gli aggressori diventano il centro dell’analisi. Ogni atto di violenza deve essere contestualizzato, interpretato, spiegato.
Ogni responsabilità individuale viene diluita in una lunga catena di giustificazioni sociologiche. Come se la brutalità non fosse più una scelta morale ma una fatalità storica. Come se nessuno fosse veramente responsabile di nulla. Questa tendenza nasce da una visione del mondo che domina da decenni gran parte delle élite europee, in particolare francesi.
Un universo culturale che vive immerso nel linguaggio della colpa storica. Colonialismo, imperialismo, sfruttamento: parole continuamente evocate per spiegare il presente.
La morale falsa
La falsità e l’ipocrisia di questa morale emerge da una contraddizione che diventa ogni anno più evidente. Perché il pentimento sembra infinito quando si tratta di dare lezioni ai cittadini europei. Molto meno quando si tratta di rinunciare a posizioni di influenza economica, finanziaria o geopolitica costruite nel corso di quella stessa storia coloniale. La Francia è forse il caso più emblematico. Per decenni ha coltivato una narrazione pubblica intrisa di autocritica post-coloniale, mentre allo stesso tempo ha mantenuto forti legami economici e strategici con ampie aree dell’Africa francofona.
Il dibattito sul franco CFA, considerato da molti critici il simbolo di una dipendenza economica mai completamente superata, rappresenta una delle espressioni più note di questa ambiguità. Il risultato è un moralismo selettivo.
Le colpe vengono ricordate, i vantaggi vengono conservati e tenuti ben lontano dai riflettori mediatici. Il senso di colpa viene esibito, il potere viene mantenuto e nel frattempo le società europee sembrano perdere la capacità di pronunciare giudizi morali chiari.
La calata dei barbari
Dire che attirare un ragazzo in una trappola e massacrarlo in gruppo è barbarie non dovrebbe essere difficile. Dire che cinque contro uno non è coraggio ma vigliaccheria non dovrebbe essere controverso. Dire che una comunità ha il dovere di proteggere i propri figli prima di qualsiasi altra considerazione ideologica non dovrebbe suscitare imbarazzo.
Eppure proprio questo imbarazzo sembra essere diventato uno dei tratti distintivi dell’Europa contemporanea.
Louis aveva diciassette anni. Non era una statistica. Non era una teoria sociologica. Non era un simbolo. Era un ragazzo. E se una civiltà non riesce più a indignarsi senza riserve davanti alla sorte di un ragazzo ucciso da un branco, allora il problema non riguarda più soltanto la sicurezza.
Riguarda il suo stesso senso morale ormai declinato, tramontato, vinto.
Gianluca Mingardi
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