Il corteo del 13 giugno a Roma a sostegno della proposta di legge popolare sulla Remigrazione ha mostrato, ancora una volta, quello che molti italiani denunciano da anni: una parte dell’informazione sembra aver rinunciato al proprio dovere di raccontare i fatti per trasformarsi in un soggetto politico.
Migliaia di persone sono scese in piazza da ogni parte d’Italia. Hanno percorso chilometri, sacrificato tempo e denaro per partecipare a una manifestazione autorizzata, pacifica e finalizzata a sostenere una proposta di legge.
Di tutto questo, però, gran parte dei telegiornali e dei quotidiani hanno deciso di non parlare.
I montaggi artistici targati La7
Hanno preferito concentrare l’attenzione su alcuni cori partiti da una parte limitata dei manifestanti e in momenti circoscritti del corteo, presentandoli come se fossero il simbolo dell’intera manifestazione e il pensiero di migliaia di persone.
Questo non significa fare informazione.
Significa costruire una narrazione.
La domanda è semplice.
Perché questo rigore esiste solo quando a manifestare è la destra?
Da anni, durante cortei organizzati da realtà della sinistra radicale, centri sociali, gruppi ultras notoriamente di sinistra, manifestazioni di associazioni proLGBT o pro abortisti vengono pronunciati slogan che inneggiano alla violenza o alla morte degli avversari politici.
I pacifisti nostrani
Frasi come: “L’unico tricolore che ci piace guardare è quello sulle vostre bare.”
oppure “Dieci, cento, mille Acca Larentia.”
o ancora “Pure voi, pure voi, metteremo nelle foibe pure voi.” sono state udite pubblicamente in diverse occasioni.
Eppure raramente hanno occupato per giorni le prime pagine, aperto i telegiornali o generato lo stesso livello di indignazione.
Anzi, troppo spesso quei cori vengono contestualizzati, minimizzati o completamente ignorati.
Lo stesso vale per striscioni offensivi, simboli, magliette e comportamenti che, quando provengono da una determinata area politica, sembrano improvvisamente perdere qualsiasi interesse giornalistico.
Se gli autori appartengono alla destra, si parla di emergenza democratica.
Se appartengono alla sinistra, diventano episodi marginali, folklore, tensioni di piazza o semplicemente scompaiono dai servizi televisivi.
Questo è il vero problema.
Non l’esistenza di un coro.
Ma l’esistenza di due metri di giudizio.
Una democrazia non può sopravvivere con un’informazione che pesa le notizie in base al colore politico di chi le pronuncia.
Un giornalismo che seleziona cosa mostrare, cosa nascondere, cosa amplificare e cosa ignorare perde la propria autorevolezza e finisce inevitabilmente per alimentare la sfiducia dei cittadini.
Noi non chiediamo trattamenti di favore.
Il dovere di cronaca, questo sconosciuto
Non chiediamo che vengano nascosti eventuali episodi discutibili.
Chiediamo semplicemente che venga applicato lo stesso criterio a tutti.
Se un coro è grave, lo è sempre.
Se un richiamo alla violenza è inaccettabile, lo è indipendentemente dalla bandiera sotto la quale viene pronunciato.
Se un giornalista ritiene di dover condannare certe parole, abbia il coraggio di condannarle tutte.
Altrimenti non sta facendo cronaca.
Sta facendo propaganda.
Perché il compito dell’informazione non è stabilire chi merita di essere demonizzato e chi può essere assolto in silenzio.
Il compito dell’informazione è raccontare i fatti con onestà, completezza e lo stesso identico metro di giudizio per tutti. È questo che oggi molti cittadini non vedono più. Ed è proprio questa perdita di credibilità che rappresenta una delle crisi più profonde del giornalismo italiano.
Valerio Arenare
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