Si afferma spesso che il Gay Pride sia una manifestazione volta a rivendicare diritti, inclusione e riconoscimento sociale per le persone omosessuali e, più in generale, per la comunità LGBT. In molte città italiane questi eventi si svolgono ogni anno con grande partecipazione e visibilità mediatica.
Tuttavia, a nostro avviso, il risultato finale è ben diverso da quello dichiarato. Queste manifestazioni assumono spesso i contorni di un carnevale di cattivo gusto, caratterizzato da eccessi, provocazioni ed esibizionismo.
Ciò che emerge non è una seria rivendicazione di diritti – ammeso e non concesso che ci siano diritti da dispensare -, bensì una rappresentazione che mette in evidenza comportamenti e atteggiamenti che riteniamo lontani dal rispetto e dalla sobrietà che dovrebbero accompagnare un autentico dibattito pubblico.
Per questo motivo, riteniamo che il Pride non rappresenti una vera marcia per i diritti.
Secondo la nostra visione, infatti, la comunità LGBT non sarebbe privata dei diritti fondamentali garantiti a ogni cittadino. Le richieste avanzate riguarderebbero piuttosto il riconoscimento di ulteriori prerogative, come la possibilità di diventare genitori attraverso forme di genitorialità oggi oggetto di dibattito politico ed etico che non possiamo tollerare.
Riteniamo inoltre che molte delle narrazioni promosse durante queste manifestazioni esercitino una forte influenza sull’opinione pubblica, spesso facendo leva su messaggi provocatori che non condividiamo.
Le nostre convinzioni sono radicate nella difesa della vita e della famiglia. Per questo sosteniamo con convinzione il modello familiare fondato sull’unione tra un uomo e una donna e riteniamo che la nascita di un figlio sia naturalmente legata alla complementarità tra i due sessi.
Le altre visioni antropologiche e culturali non appartengono alla nostra concezione della persona e della famiglia.
Per questo guardiamo al Pride non come a una manifestazione di progresso sociale, ma come a una forma di spettacolarizzazione che finisce per generare confusione e divisione più che dialogo e confronto costruttivo.
Manuel Zavaglia
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