L’ultimo atto delle pietose esibizioni di un’epoca al tramonto prende le vesti di una burla dissacratoria che ha quale protagonista l’attrice Lupita Nyong’o, la quale ha creduto opportuno ergersi a giudice della Poesia primigenia, bollando l’opera omerica con le categorie stantie del femminismo progressista: la solita stancante solfa della “misoginia”.
Siamo di fronte al grottesco spettacolo dell’infecondità culturale che intende processare il Sacro, della barbarie che osa approcciare la Civiltà secondo i suoi canoni scimmieschi.
Un’attrice, prodotto prefabbricato del sistema cinematografico hollywoodiano, tempio della mistificazione e del consumo, pretende di misurare l’abisso e l’altezza spirituale del mondo greco con il metro arrugginito della “correttezza politica” del ventunesimo secolo.
Difficile capire se sia peggiore l’anacronismo della Nyong’o e l’incredibile pretesa di processare l’Età del Bronzo con il codice morale di un open space di Manhattan” o il suo analfabetismo del Simbolo e del Mito che le fa confondere la magnificenza del Classico con un reportage di cronaca… da sottoporre, come ovvio, a doverosa censura ideologica.
Omero, cantò del Sangue e del Destino, ridotto a materia da tribunale per la lamentosa morale woke dell’Occidente decaduto e fatiscente.
Come si può non sorridere (o piangere!) dinanzi a simile sproporzione?
Omero è l’origine stessa della Forma, l’eroismo che si fa parola, l’armonia di un cosmos in cui l’uomo e la donna si muovono secondo la tragica, inesorabile legge del Fato.
La povera Lupita che, col candore tipico degli statunitensi, ammette di non aver mai sentito parlare di Omero prima della proposta di Nolan, dimostra di non averlo letto neppure dopo.
Lo avesse fatto avrebbe ricordato Atena ed Afrodite sui campi di battaglia, Criseide e Briseide, Elena e Penelope e poi Cassandra, Ecuba, Andromaca.
Senza le donne Omero è muto!
Muta non è rimasta Lupita…e avrebbe dovuto!
Avrebbe dovuto capire, l’attricetta hollywoodiana, che Penelope non è figura da sminuire per la sua attesa, né lo sono le dee e le eroine per la loro natura sofferta e imperiosa: esse partecipano, al pari degli eroi, alla drammaturgia dell’Essere.
Pretendere di imbrigliare la grandezza tragica del mito eroico per compiacere l’agenda ideologica dei salottini radical-chic non è solo un atto d’ignoranza… è la prova del proprio nanismo intellettuale, il tentativo che purtroppo non stupisce più, di svuotare il mare con un cucchiaio.
L’isteria iconoclasta del nostro tempo non tollera ciò che appare inaccessibile ed elevato, ma non tollera, incredibilmente, neppure ciò che è diverso e il mondo di Omero è profondamente diverso dal nostro per ragioni inevitabili e per ragioni che, purtroppo, non siamo stati in grado di evitare.
Non potendo assurgere alle vette dello Spirito, l’uomo moderno (e la sua miserrima controparte dello star system) cerca disperatamente di trascinare il Gigante nella propria melma pettegola.
La risposta a tale carnevalata non può che essere un sovrano disprezzo.
Il tempo è un giudice severo: cancella i tribunali dell’ideologia e dimentica i nomi dei loro inquisitori.
Tra un secolo, nessuno ricorderà Lupita né le sue indignazioni da salotto, ma finché ci sarà un essere umano a guardare il mare scuro come il vino, Omero sarà lì ad ascoltarlo…”il suo cuore generoso non trema né fugge…” (Iliade, XIII libro).
Irma Trombetta
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