Mentre la Polizia di Stato eseguiva sette misure cautelari nell’ambito di un’inchiesta su una presunta rete anarco-insurrezionalista attiva a livello nazionale, e mentre veniva sgomberato il centro sociale Bencivenga Occupato di Roma, una parte significativa la sinistra italiana sceglieva ancora una volta il silenzio.
Le cellule terroristiche
L’operazione, coordinata dalla Procura di Roma, non riguarda accuse marginali. Secondo gli inquirenti, gli indagati sarebbero coinvolti in una struttura organizzata accusata di associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. Cinque persone sono finite in carcere, due agli arresti domiciliari.
Tra i reati contestati figurano anche presunti sabotaggi alle linee dell’Alta Velocità Roma-Firenze e Roma-Napoli, episodi che avrebbero colpito infrastrutture essenziali per il Paese e causato pesanti disagi ai cittadini. Contestualmente agli arresti è stato sgomberato il Bencivenga Occupato, stabile occupato dal 2001 e indicato dagli investigatori come punto di riferimento per alcuni degli indagati.
La risposta tiepida dei media
Durante le perquisizioni è stato sequestrato materiale ora al vaglio degli investigatori. Lo sgombero è stato accompagnato da proteste, tensioni con le forze dell’ordine e denunce per resistenza a pubblico ufficiale. Come sempre, sarà la magistratura a stabilire responsabilità e colpevolezze. La presunzione di innocenza resta un principio non negoziabile.
Ma proprio perché si tratta di accuse così gravi, colpisce il vuoto politico che circonda la vicenda. Da anni l’opinione pubblica viene bombardata da allarmi sul ritorno del fascismo. Ogni episodio, ogni slogan, ogni manifestazione di una determinata area politica viene immediatamente elevata a emergenza democratica nazionale.
Intere categorie di cittadini vengono spesso dipinte come un pericolo imminente per le istituzioni semplicemente per le loro idee o per la loro appartenenza politica quanto poi, i fatti, dimostrano l’esatto contrario: manifestazioni pacifiche, cortei ordinati e tante attività sociali e culturali di elevato spessore. Poi arriva una delle più importanti operazioni antiterrorismo degli ultimi mesi contro soggetti riconducibili all’area anarco-insurrezionalista e improvvisamente il dibattito si spegne.
I compagni che sbagliano?
Nessuna mobilitazione straordinaria. Nessuna indignazione permanente. Nessuna riflessione collettiva sull’estremismo politico quando quest’ultimo non proviene dal bersaglio ideologico abituale. È qui che emerge il vero problema: il doppio standard. Per una parte della sinistra italiana sembra esistere un estremismo sempre da denunciare e un altro da contestualizzare. Esiste una minaccia sempre da enfatizzare e un’altra da trattare con estrema cautela.
Esistono avversari politici da sottoporre a una continua delegittimazione morale e ambienti ideologicamente più vicini nei confronti dei quali prevalgono prudenza, imbarazzo e silenzio. Il risultato è una perdita di credibilità sempre più evidente agli occhi di molti cittadini. Se si sostiene che la democrazia sia sotto attacco, allora ogni minaccia concreta dovrebbe ricevere la stessa attenzione. Se si ritiene che la violenza politica sia incompatibile con la vita democratica, allora la condanna dovrebbe essere identica indipendentemente dalla matrice ideologica di chi la pratica. Se si pretende legalità dagli altri, la stessa legalità deve valere per tutti.
Il pericolo dell’estremismo di sinistra
Il caso del Bencivenga Occupato non riguarda soltanto uno sgombero o un’indagine giudiziaria. Riguarda una questione più ampia: la difficoltà di una parte della politica italiana nel riconoscere che l’ ormai sempre più evidente pericolo proveniente dall’estremismo di sinistra.
Per anni alcuni ambienti sono stati raccontati esclusivamente attraverso una narrazione romantica fatta di attivismo, autogestione e antagonismo sociale. Eppure, periodicamente, gli stessi ambienti tornano nelle cronache per violenze, danneggiamenti, atteggiamenti anti Italiani, azioni illegali.
Ignorare questa realtà non la farà scomparire. La vera domanda che oggi la politica dovrebbe porsi non è se commentare o meno gli arresti.
La domanda è perché, di fronte a vicende di questa portata, continui a prevalere un silenzio che appare sempre meno come prudenza istituzionale e sempre più come una scelta di convenienza ideologica.
Perché la tanto da loro decantata democrazia non si difende scegliendo di annunciare un imminente pericolo quando loro stessi sono coloro che foraggiano e difendono il vero e costante pericolo.
Valerio Arenare
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