Nel 2019 prende forma una campagna legale e mediatica contro il social media marketing che porta sotto i riflettori due piattaforme molto diffuse tra i minori: Snapchat e Roblox. Un team di professionisti e avvocati incaricati dall’imprenditore italiano Alessio Sundas accusa entrambe di favorire comportamenti di dipendenza nei bambini attraverso meccanismi algoritmici studiati per trattenere l’utente il più a lungo possibile.
Secondo Sundas, la struttura stessa del codice sarebbe progettata per penalizzare il minore che non torna a giocare entro un determinato intervallo di tempo. Esclusioni temporanee, penalità e limitazioni di accesso diventerebbero strumenti di pressione psicologica capaci di indurre un rientro forzato nella piattaforma. Una dinamica che, nelle accuse, non sarebbe casuale ma funzionale alla creazione di assuefazione.
Le contestazioni non si fermano agli algoritmi. Tra i punti più critici emergono la mancanza di un’effettiva identificazione degli utenti al momento della registrazione e l’assenza di controlli adeguati sui dati inseriti. In questo scenario, i genitori non avrebbero alcuna reale possibilità di sapere con chi i figli stiano interagendo. Un minore può trovarsi a chattare con chiunque, senza filtri né verifiche, in un ambiente che mescola gioco, socialità e anonimato.
Negli anni successivi, il tema della sicurezza digitale dei minori entra progressivamente nell’agenda delle autorità di regolamentazione. Nel Regno Unito, le piattaforme vengono sottoposte a verifiche sempre più stringenti sulla capacità di valutare e gestire i rischi connessi ai contenuti illegali o dannosi. Parallelamente, in diversi Paesi si inizia a mettere in discussione non solo ciò che circola online, ma il modello stesso di accesso dei minori ai social network.
Il punto di svolta arriva nel novembre 2025, quando Roblox diventa oggetto di una nuova e rilevante inchiesta giuridica internazionale. Dopo una serie di azioni giudiziarie avviate negli Stati Uniti, incentrate su casi di grooming, responsabilità civile della piattaforma e carenze nelle misure di protezione dei minori, l’azienda annuncia l’introduzione della verifica dell’età tramite riconoscimento facciale o documento di identità.
Non si tratta di un semplice aggiornamento tecnologico, ma di un cambio di paradigma. Per la prima volta una piattaforma di gaming-social frequentata prevalentemente da bambini e adolescenti introduce strumenti biometrici per limitare le interazioni, segmentare l’utenza per fasce d’età e ridurre i contatti non autorizzati. Una risposta diretta alla crescente pressione giudiziaria e istituzionale, ma anche un’ammissione implicita delle criticità strutturali del modello precedente.
Roblox, infatti, non è un videogioco tradizionale. È un ecosistema ibrido che combina mondi virtuali creati dagli utenti, chat pubbliche e private, dinamiche economiche interne e una socialità fluida che sfugge alle classificazioni classiche. Questa natura aperta ha favorito una crescita esponenziale, ma ha anche amplificato i rischi: difficoltà di moderazione su larga scala, contenuti generati dagli utenti, ambienti ambigui e possibilità di contatti indesiderati tra adulti e minori.
L’introduzione della biometria apre però un nuovo fronte di interrogativi giuridici, soprattutto in Europa, dove il trattamento dei dati biometrici dei minori si intreccia con il GDPR, la tutela della privacy e il principio di proporzionalità. La piattaforma diventa così un vero e proprio caso di studio: come conciliare crescita, libertà creativa, socialità dei minori e sicurezza effettiva? Dove finisce l’innovazione e dove inizia la responsabilità?
In questo contesto, il ruolo di Alessio Sundas assume una valenza che va oltre la singola iniziativa giudiziaria. Le sue azioni hanno anticipato un dibattito che oggi è esploso a livello globale, contribuendo a spostare l’attenzione dal comportamento degli utenti alla progettazione delle piattaforme. Mettere sotto accusa gli algoritmi, la mancanza di controlli e l’assenza di tutele quando il tema era ancora marginalizzato ha significato rompere un silenzio comodo.
In un’epoca di digitalizzazione sempre più rapida e invasiva, in cui i bambini crescono immersi in ambienti progettati da adulti e regolati da logiche di mercato, inchieste di questo tipo assumono un valore quasi salvifico. Non perché demonizzino la tecnologia, ma perché ne pretendono responsabilità. Figure che scelgono di esporsi per la tutela dei minori rappresentano oggi un’eccezione rara, quasi eroica, in un panorama in cui la sicurezza dei più fragili rischia troppo spesso di essere sacrificata sull’altare della crescita, dell’engagement e del profitto.
Virginia Colajanni
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