Buonismo di Stato e silenzi complici per non dispiacere i nostalgici della P38
Un reato che nessuno vuole nominare
Siamo in piena eversione e nessuno se ne accorge, o quanto meno nessuno ha il coraggio di affermarlo. Perché questo silenzio? Perché ammetterlo implicherebbe l’adozione delle decisioni e dei provvedimenti tassativamente previsti dalla legge, come ad esempio l’applicazione rigorosa dell’articolo 280 del Codice Penale.
La legge c’è, la volontà un po’ meno
Norma alla mano, la legge stabilisce che chiunque, per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, attenta alla vita o all’incolumità di una persona, è punito, nel primo caso, con la reclusione non inferiore ad anni venti e, nel secondo caso, con la reclusione non inferiore ad anni diciotto se ne deriva una lesione gravissima, ovvero non inferiore ad anni diciotto se ne deriva una lesione grave. Le pene aumentano di un terzo se tali fatti sono rivolti contro persone che esercitano funzioni giudiziarie, penitenziarie o di sicurezza pubblica nell’esercizio o a causa delle loro funzioni. Se dai fatti deriva la morte della persona, si applicano l’ergastolo in caso di attentato alla vita e trent’anni di reclusione per attentato all’incolumità.
Il manuale del perfetto destabilizzatore
Ma che cosa significa, in concreto, eversione dell’ordine democratico? Si tratta di quell’attività consistente nello sconvolgimento dell’ordine costituzionale tramite lo scompiglio delle strutture sociali al fine di scardinarle, indicando il rovesciamento violento dell’assetto istituzionale. È quindi eversiva ogni azione o associazione volta a distruggere o mutare radicalmente le regole fondamentali dello Stato con l’uso della violenza, della lotta armata o di atti di matrice terroristica. Rispetto al terrorismo, che usa la paura e la violenza indiscriminata, l’eversione punta specificamente a distruggere l’architettura politica e costituzionale dello Stato, sebbene le due dimensioni finiscano spesso per sovrapporsi.
Colpire la divisa per abbattere la Costituzione
È indubbio che le Forze di Polizia siano un organo dello Stato e lo rappresentino direttamente, e che una delle loro funzioni primarie sia far rispettare le leggi e le decisioni del Governo. Ne consegue che ogni atto violento volto ad eliminarle, sovvertirle o modificarle costituisce un atto eversivo.
Il corto circuito della violenza “giustificata”
Quando, senza una motivazione specifica e ancora prima di un qualsiasi accertamento giudiziario, si accusano genericamente le forze dell’ordine di essere per loro stessa natura violente e assassine, ricorrendo alla violenza fisica come linguaggio principale, si mette in atto una violenza eversiva volta a disarticolare un organo dello Stato. Gli scontri di Bologna rappresentano solo uno degli ultimi segnali, così come le manifestazioni violente dei NO TAV ne sono un esempio quasi perfetto.
Tra ecumenismo di governo e vecchi fantasmi
Non vi è bisogno di sottolineare come anche chi partecipa, condivide o facilita più o meno direttamente il costante perpetuarsi di questi atti di violenza sia partecipe dello stesso reato. Tale responsabilità appare ancora più grave quando riguarda organi istituzionali o soggetti politici. Se la reazione di questo Governo ecumenico continuerà a farsi attendere, il rischio reale è quello di rivedere presto una P38 sparare di nuovo contro poliziotti e carabinieri.
Giovanni Preziosa
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