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Uno bianca, un poliziotto di Milano diffama Preziosa

Max Mazzanti di Max Mazzanti
22/12/2025
in Cronaca
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Uno bianca, un poliziotto di Milano diffama Preziosa
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Facile costruire “piste false” sui veri o i presunti “misteri” della “Uno bianca”, fondando le teorie su illazioni, vaghi ricordi riemersi a oltre 30 anni dai fatti, condendo il tutto con vere e proprie falsità che, per fortuna, essendo “materiali”, sono facilmente smentibili.

Giovanni Battista Rossi, il poliziotto che disegnò l’identikit di Roberto Savi sulla scorta della testimonianza di Maria Cristina Errede, quello che assomigliava smaccatamente al poliziotto-killer, l’altro giorno ha rilasciato una dichiarazione pesantissima. A detta sua, pochi istanti dopo aver terminato l’esecuzione del disegno, avrebbe incontrato proprio Roberto, notandone l’incredibile somiglianza con l’immagine appena prodotta. Non si sarebbe limitato a registrare questa impressione, il Rossi, ma l’avrebbe proprio condivisa col capo della banda, mostrandogli l’identikit. Poi, addirittura, avrebbe parlato di questa circostanza con Giovanni Preziosa, allora “vice” della “Squadra mobile” di Bologna, il quale lo avrebbe rimproverato, per aver mostrato il disegno a Savi, aggiungendo la sibillina frase: “Perché ancora non sappiamo chi ci sia dietro…”.

Paolo Soglia non ha perso l’occasione per andare a rimbalzo, diffondendo la notizia con un video e aggiungendo questa frase: “Va inoltre notato che Preziosa pur venuto subito a conoscenza di questo elemento molto sospetto, l’estrema somiglianza dell’identikit del killer di via Volturno con il poliziotto delle volanti Roberto Savi, non fece assolutamente nulla. Eppure Preziosa aveva anche altri elementi di sospetto in mano: aveva fatto fare la lista dei possessori di un fucile AR70, come quello che aveva sparato al Pilastro e da quella lista era emerso che Roberto Savi ne possedeva ben due. Gli chiese pure di portarne uno in Questura a far vedere ai colleghi”.

Cosa s’intenda sostenere, è lampante. Sono state riaperte le indagini sui possibili “protettori” della Banda della Uno bianca; Rossi ha rivelato di aver notificato a Preziosa la somiglianza di Roberto con l’identikit; Preziosa aveva la lista dei possessori di Ar 70, in cui c’era anche il nome dell’assassino; di conseguenza, ha protetto Roberto Savi, oppure ne era un complice, non avendo fatto nulla.

L’accusa, per quanto mal-velata, è pesantissima e, quindi, va analizzata con attenzione.

In primo luogo, i tempi.

La lista degli “Ar70”, cioè, del fucile che Roberto usò nel dicembre ’90-gennaio ’91, fu compilata pochi giorni dopo la strage del Pilastro. Quindi, nella prima metà di gennaio 1991. E sempre a pochi giorni dall’eccidio, notando il nome di Roberto, Preziosa, il quale aveva eseguito quell’accertamento, chiese a Savi di portare una delle due carabine a lui intestate, al fine di fotografarla, per avere un’immagine chiara di ciò che si sarebbe dovuto cercare. Roberto portò in Questura il secondo Ar70, quello acquistato all’armeria Molari il 27 dicembre 1990 e che non ha mai usato per compiere delitti. L’arma pulita, insomma.

Qui, cascano gli asini. Tutti gli asini che si cimentano dilettantisticamente con questa vicenda. A Roberto non fu chiesto di portare il fucile in Questura per una perizia, che solo il magistrato inquirente avrebbe potuto disporre, ma solo, come detto, per vederlo, per capire come fosse fatto effettivamente. E subito dopo – la circostanza è nota ed è stata già vagliata anche dalla magistratura che ha processato e condannato i Savi – la Squadra mobile, proprio su input di Preziosa, chiese ai sostituti procuratori investiti delle indagini sulla Uno bianca di far periziare tutti gli Ar70 della lista. La Procura della Repubblica rispose di no. Secondo i magistrati di Bologna, sarebbe stato troppo lungo e complicato, eseguire contemporaneamente una trentina di sequestri. Salvo, poi, sempre a fine gennaio ’91, disporre altrettante perquisizioni, ma non a carico di chi deteneva quel tipo di armi, ma di noti militanti del Fronte della gioventù e del Fuan, giusto per verificare la possibilità di colorare politicamente l’inchiesta fin da subito e nella “giusta direzione”. Così e non in chissà quale altro modo fu abbandonata quella pista. E per responsabilità dei sostituti procuratori, non della Squadra mobile e men che meno di Preziosa, il quale l’aveva indicata.

Il duplice omicidio di via Volturno, per tanto, consumato il 2 maggio 1991, è successivo a quella scellerata scelta dei magistrati di ben tre mesi e mezzo e, per tanto, il collegamento eseguito da Paolo Soglia tra la presunta chiacchierata Rossi-Preziosa e la mancata indagine sui fucili è arbitraria e scorretta anche dal punto di vista cronologico. Anche se il tema è un altro: Rossi ha veramente detto a Preziosa della somiglianza tra Roberto e l’identikit? Prima di rilanciare la notizia, un giornalista corretto avrebbe fatto uno almeno un tentativo di verifica con l’interessato e, se l’avesse fatto, avrebbe potuto (o dovuto) registrare il diniego di Preziosa. L’ex-poliziotto, infatti, avvertito di quanto dichiarato da Rossi e del relativo commento di Soglia, smentisce categoricamente di aver parlato con Rossi di quell’identikit e di aver pronunciato la frase che gli viene attribuita. Anzi, non esclude di querelare per diffamazione l’ex-collega.

Volendo restare neutrali, si potrebbe rilevare come, in fondo, si tratti di una contrapposizione di parole e che la smentita di Preziosa fosse scontata. Come stabilire chi dei due mente o ricorda male e chi, al contrario, direbbe la verità?

A questo punto, dovrebbe giocare un ruolo importante la professionalità del giornalista.

Preziosa è stato sottoposto, al pari di tutto il personale della Questura, alle verifiche della “Commissione Serra” e le sue attività investigative sui Savi vagliate dalla Procura della Repubblica che ha “risolto” il caso della Uno bianca. In quella circostanza, fin da subito, emerse come la mancata analisi degli Ar70 fosse uno degli errori investigativi – per non dire orrori – più clamorosi. Se fosse stata eseguita, Roberto Savi sarebbe stato arrestato nel gennaio 1991. Siccome non ci sono dubbi sul fatto che Preziosa avesse chiesto di fare quella verifica, perché mai avrebbe dovuto proteggere Roberto, tre mesi dopo, nella vicenda dell’identikit? La sua smentita, già da questa considerazione, ma non solo da questa, trova un conforto importante.

Di contro, lo stesso Soglia, pur amplificandone le bizzarre dichiarazioni, è costretto a interrogarsi sul perché Rossi abbia aspettato 30 e passa anni, prima di rivelare questo dettaglio. Anzi, glielo ha pure chiesto, a Rossi, ottenendo come risposta che, essendo poliziotto a Milano, non essendo interessato direttamente alle indagini e non essendo mai stato chiamato a testimoniare, non avrebbe mai avuto occasione di farlo prima.

La spiegazione destituisce di ogni fondamento le parole di questo soggetto, il quale, semmai, dimostra solo che poliziotto curioso dev’essere stato. Fin dall’arresto di Roberto (21 novembre 1994), senza soluzione di continuità e tutt’ora, si è sospettato che i Savi avessero goduto di un qualche protezione. Il caso esplose a livello nazionale e, per settimane, non si parlò di altro. Da oltre trent’anni a questa parte, quando si parla della Uno bianca, una delle immagini più ricorrenti è quella di Roberto in manette, affiancato proprio da Preziosa e da Roberto Dall’Ara. Da almeno tre anni, con buona copertura mediatica, è stata riaperta un’inchiesta sulle possibili protezioni di cui i Savi avrebbero potuto godere (sulla scorta di tre esposti: due scritti e firmati dal sottoscritto e uno scritto e firmato da alcuni familiari delle vittime della banda, alla cui stesura ha collaborato sempre il sottoscritto). Eppure, il Rossi, il quale avrebbe avuto, anche sotto il profilo professionale, il dovere di riferire ai magistrati una circostanza tanto equivoca e significativa, avrebbe avuto altro da fare per quasi 7 lustri? Quale difficoltà avrebbe mai incontrato – prima, durante e dopo il processo ai Savi -, se avesse chiesto di essere ricevuto dal “pm” Valter Giovannini, oppure da Giovanni Spinosa, per raccontare quanto ora va cianciando?

Non è una rivelazione, quella di Rossi, ma una fanfaluca che suonerebbe comica, se non fosse che, guarda caso, va a pestare l’acqua nel mortaio proprio nel mentre che altri – sulla base di carte e documenti inoppugnabili – hanno già indicato e meglio ancora indicheranno a breve dove bisognerebbe cercare gli eventuali protettori dei Savi e, cioè, nell’ambito di quell’ambiente che, tramite il carabiniere Domenico Macauda, permise fin dal 1988 alla banda di sfuggire dalle attenzioni degli investigatori seri e coscienziosi. “Ambito”, da cui, per esempio, non è estraneo – e il giornalista lo sa, avendone parlato direttamente col sottoscritto, anche entrando un qualche dettaglio – un ex-maresciallo dei Carabinieri, il quale emerge come una “fonte privilegiata” dei suoi programmi YouTube e del suo libro, ma al quale non ha mai chiesto – con la stessa durezza usata verso Preziosa -, per esempio, perché non consegnò alla Scientifica la pistola di Cataldo Stasi, manipolandola in modo dilettantesco in prima persona; oppure dove fosse finito il verbale di Giuseppe Iseppato, primo testimone dell’eccidio di Castel Maggiore, il quale descrisse una scena del delitto del tutto differente da quella cristallizzata nelle sentenze sulla scorta delle dichiarazioni del comandante delle due vittime.

Per ora, però, è bene fermarsi alle dichiarazioni di Rossi, la cui inattendibilità dovrebbe esser stata sufficientemente dimostrata.

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Commenti 1

  1. Marco panzani says:
    1 mese fa

    Perfetto analisi degli eventi non fa una piega poi il dott soglia mi scrive a me per egocentrismo che leggerà il mio libro sulla uno bianca aaaaaaahhh. Ma per favore

    Rispondi

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