Il 15 dicembre 2025, presso il Palazzo del Lussemburgo, si è svolto un simposio organizzato da Judaism in Motion – un’associazione ebraica liberale – sul tema “Laicità, religioni, ebraismo”.
Riteniamo interessanti per tutti le rivelazioni del collega francese Jean Terrien, su Rivarol n. 3690 del 7 gennaio 2026, che non compaiono su altri media occidentali. Una mission della nostra redazione è proprio quella di attingere notizie fresche nel mondo, verificate e utili ad una battaglia giornalistica, realmente contro-rivoluzionaria, in un panorama nazionale appiattito o sulla bolsa retorica progressista o su posizioni liberali.
Si è trattato di un incontro di analisi e riflessione organizzato nell’ambito del 120° anniversario della legge sulla separazione tra Chiesa e Stato. Ovviamente, il Vaticano non ha ripreso sui suoi organi ufficiali queste informazioni.
Eppure, l’evento ha riunito leader politici, pensatori e rappresentanti religiosi per discutere l’evoluzione storica della laicità, il suo rapporto con le religioni (in particolare l’ebraismo), le sfide contemporanee della neutralità repubblicana e l’equilibrio tra libertà di coscienza e contesto laico.
Il simposio ha riunito un’ampia gamma di rappresentanti del mondo della cultura:
Delphine Horvilleur (rabbino), Dominique Schnapper (sociologo), Vincent Peillon (filosofo, ex ministro), Bruno Karsenti (filosofo), Yonathan Arfi (presidente del CRIF), Yann Boissière (rabbino), Razika Adnani (filosofa e studiosa dell’Islam), Vincent Jordy (vescovo di Saint-Claude, vicepresidente della Conferenza Episcopale Francese).
Da un lato, c’erano i relatori che vedono la laicità come un vantaggio per gli ebrei, perché garantisce loro una libertà e dei diritti, che non avevano prima della Rivoluzione francese, perché la Chiesa Cattolica, nel Suo Magistero Perenne, prevedeva ampie restrizioni sancite da Papi e Concili, fatte proprie dalla Civitas Christiana.
Dall’altro, c’era un trionfalismo basato sull’idea, sostenuta da Vincent Peillon, che la “Repubblica degli Ebrei” fosse all’origine della Repubblica, del socialismo e del liberalismo.
Infine, immancabili come dappertutto, “c’erano coloro che si scusavano di esistere, in particolare i cattolici, o coloro che affermavano di esserlo. Il discorso del “vescovo” conciliare Jordy consisteva nel chiedere perdono, flagellarsi e accusare la Chiesa a cui affermava di appartenere di tutti i mali del mondo” – afferma Rivarol, virgolettati inclusi.
La studiosa islamica Razika Adnani non era patetica come il “vescovo”, ma camminava sulle uova mentre cercava di spiegare la differenza tra Islam e islamismo a un pubblico di ebrei, molti dei quali sostenevano lo Stato di Israele.
La presentazione di Vincent Peillon si è concentrata sull’opera di un rabbino appartenente al movimento ebraico liberale, Louis-Germain Lévy (1870-1946), autore di un libro intitolato “Una religione razionale e laica: la religione del XX secolo”, pubblicato nel 1904, l’anno prima della legge che separava Chiesa e Stato.
Peillon e altri relatori hanno sottolineato il ruolo storico di diverse figure ebraiche nello sviluppo del secolarismo. Su questo punto, non possono essere contraddetti. Nell’opera collettiva “History of the Extreme Right in France”, curata da Michel Winock, si racconta che, durante il periodo di furia anticattolica, sotto la Terza Repubblica, in seguito alla promulgazione della legge del 1905, si verificò una forte mobilitazione popolare “contro un alto funzionario ebreo che applicava la legislazione nazionale”.
Ad esempio, nel Calvados, dove Albert Hendlé era prefetto, si assiste agli stessi eccessi [come durante l’affare Dreyfus] che si estendono anche alle più piccole località del mondo rurale, sotto l’azione altrettanto radicale della Gioventù Cattolica, della Lega delle Donne Francesi, ecc. (1).
Ernest Hendlé è anche autore di un’opera intitolata “La separazione tra Chiesa e Stato” (Le Chevalier, Parigi, 1869), pubblicata 36 anni prima dell’omonima legge. Durante la sua presentazione, Vincent Peillon spiega il nocciolo del libro del rabbino Louis-Germain Lévy:
“Il nocciolo della tesi del rabbino Lévy è, fondamentalmente, che la Repubblica, fin dalla Rivoluzione francese, ha cercato una religione, ma non ne ha una. E questa religione, che chiameremo religione laica, da cui il laicismo […] tutti la cercano, ma esiste, e si chiama ebraismo.” (2)
Il rabbino Lévy parla di una storia poco conosciuta, la storia non ufficiale. Egli evoca l’influenza della corrente a cui appartiene, ossia l’ebraismo Riformato, nella formazione della religione della Repubblica.
Questo ebraismo deriva da un movimento eretico interno all’ebraismo, il Frankismo (dal nome di Jacob Frank, nato nel XVIII secolo). Alcuni Frankisti si convertirono apertamente al cattolicesimo per sovvertirlo, mentre altri diedero vita all’assimilazione ebraica: un adattamento della vita ebraica ai costumi e alla cultura europea, preservando al contempo l’identità ebraica.
“I Frankisti di Boemia-Moravia o Austria, provenienti da famiglie benestanti, non si convertirono al cristianesimo, mentre i Frankisti polacchi, provenienti da poveri shtetl o piccole città, si convertirono e sperimentarono una fulminea ascesa sociale. I primi aprirono la strada all’ebraismo Riformato, e i secondi a un conservatorismo venato di riforma, ma i due rimasero costantemente paralleli.” (3)
Durante il periodo rivoluzionario, un’importante figura della setta, un frankista e cugino di secondo grado di Jacob Frank, si avvicina alla Rivoluzione francese dopo aver vissuto, come molti frankisti, una ascesa sociale fulminea. Questo è Moses Dobruschka, alias Franz Thomas von Schönfeld, alias Junius Frey (1753-1794), che apparteneva (ne fu uno dei fondatori) alla prima loggia massonica giudaico-cristiana (di ispirazione sabbatiana-frankista).
Allo scoppio della Rivoluzione francese, si recò a Strasburgo e divenne uno dei giacobini più influenti. E questo, pur rimanendo sempre in contatto con il suo gruppo frankista, tanto che circolavano voci secondo cui avrebbe assunto la guida della setta dopo la morte di Frank.
Membro del partito di Danton, lo accompagnò al patibolo nel 1794 con il suo nome rivoluzionario, Junius Frey.
Il principale contributo di Junius Frey alla Rivoluzione francese fu letterario e filosofico, il che, di per sé, lo rende un importante formatore ideologico, perché, come spiega Gershom Scholem, Junius Frey divenne, in tempi record, un eminente giacobino.
Infatti, appena arrivato in Francia nel 1792, acquisì la cittadinanza francese e sposò la sorella Léopoldine, Esther (un vero simbolo) per il suo vero nome, con un importante rivoluzionario giacobino (e deputato della Convenzione) con cui era diventato amico: François Chabot (1756-1794).
Ben inserito negli ambienti rivoluzionari francesi, occupando una posizione di rilievo nel Club dei Giacobini, Junius Frey, incoraggiato dai suoi amici rivoluzionari, scrisse un’opera in cui teorizzò i fondamenti teologici (in realtà cabalistici) della democrazia e della Repubblica.
L’opera è intitolata Filosofia sociale dedicata al popolo francese (1793). Commentando questo libro, Gershom Scholem spiega che “quest’opera è animata, nei passaggi relativi alla religione, da un radicalismo illuminato che, agli occhi dei frankisti, non contraddice in alcun modo il misticismo esoterico, ma al contrario lo completa” (4).
I rivoluzionari e i repubblicani, fin dal giorno dopo la Rivoluzione del 1789, avevano l’ambizione di fondare una religione che sostenesse il loro regime.
Questo è quanto leggiamo nell’introduzione del libro di Junius Frey: “Ogni governo è una sorta di religione, che ha la sua teologia, il sistema della democrazia o del liberalismo ha la sua…” (5).
Junius Frey presenta poi i fondamenti di questa religione della Repubblica, che è un neo-cristianesimo cabalistico, che si può trovare negli scritti dei teorici repubblicani del XIX secolo.
Vincent Peillon si presenta come l’erede del rabbino Lévy, ma oltre a questo, appartiene all’ebraismo liberale. La religione che dovrebbe unirci tutti e che stiamo cercando è l’ebraismo, ci dice Vincent Peillon. Perché l’ebraismo? L’ex ministro socialista dell’Istruzione Nazionale spiega: “si tratta del primo monoteismo; dobbiamo tornare al Religione madre; l’ebraismo è universale e gli ebrei devono unire tutti.
Ma anche perché “non abbiamo né dogma, né teologia, né clero, questo è tanto!” esclama Peillon, e aggiunge che “in questo senso, siamo profondamente moderni”.
“L’ebraismo soddisfa tutte le condizioni della modernità repubblicana”, afferma Vincent Peillon. C’è una dimensione escatologica nelle sue osservazioni perché fa riferimento, senza dichiararlo esplicitamente, a un passo interpretato letteralmente e tendenziosamente dal libro del profeta Zaccaria: “E molti popoli e numerose nazioni verranno a cercare il Signore degli eserciti a Gerusalemme e a implorare il Signore.
Così dice il Signore degli eserciti: In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni afferreranno un Giudeo per il lembo del suo mantello e diranno: ‘Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi'” (Zaccaria 8:22-23).
Basandosi su questo passo della Bibbia ebraica, l’escatologia ebraica afferma che gli ebrei diventeranno il popolo sacerdotale dell’umanità, che si sottometterà all’ebraismo. Solo che gli ebrei non hanno riconosciuto Cristo e la divinità di Cristo, come annunciato nell’Antico Testamento.
E Vincent Peillon conclude suggerendo che il motto repubblicano abbia origine dalla Repubblica ebraica e dalla Legge mosaica; “il problema con La Repubblica è che manca di spirito religioso.
Abbiamo bisogno di una religione che nessuno possa rivendicare come propria: non posso nominarla (il nome di Yahweh) e non ci sono idoli; anche questa è modernità”.
E Peillon conclude con il rabbino Lévy: la Repubblica è da tempo alla ricerca di una religione, ed è effettivamente una religione laica, e ha un nome: ebraismo.
Questa è un’interpretazione errata. Come può una religione tribale che non fa proselitismo diventare la religione dei non ebrei? Questo si riferisce a ciò che Gershom Scholem spiega a proposito dell’obiettivo dei cabalisti, che mirano a creare una legge parallela per i non ebrei:
“Una volta che l’ebraismo rabbinico si è cristallizzato nell’Halakhah [legge ebraica], le forze creative, ravvivate da un nuovo slancio religioso – che non ha tentato né è mai stato in grado di modificare l’ebraismo halakhico saldamente consolidato – hanno trovato espressione, per la maggior parte, nel movimento cabalistico”.
Lavoravano più spesso dall’interno, sforzandosi di trasformare la Torah, di rendere la legge del popolo d’Israele la legge segreta propria dell’universo e, di conseguenza, di dare all’ebreo, chassidico (pio) o zardik (giusto), un ruolo vitale nel mondo. (6)
“Rendere la legge del popolo d’Israele la legge segreta propria dell’universo” è proprio l’obiettivo dei giudeo-repubblicani, di cui Vincent Peillon è oggi il rappresentante.
L’impressione che abbia un certo seguito in Italia ed in Europa, fra i giudeo-cristiani e i “cattolici sionisti”, più o meno consapevoli, si fa sempre più evidente.
Matteo Castagna
NOTE:
1. Storia dell’estrema destra in Francia, a cura di Michel Winock, Le Seuil, 2015, p. 120.
2. https://www.youtube.com/watch?v=WyR8wrHq5ow
3. Charles Novak, Jacob Frank, il falso messia, 2012, L’Harmattan, pp. 86-87.
4. Gershom Scholem, Dal frankismo al giacobinismo, Gallimard, Seuil, 1981, p. 73.
5. Junius Frey, Filosofia sociale dedicata al popolo francese, Froullé, 1793, p. 7.
6. Gershom Scholem, La Cabala. Introduzione, origini, temi e biografie, Folio Essays, 2003, pp. 46-47.
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Scriveva Freud:”Ma rimangono molte altre cose che rendono irresistibile l’attrazione dell’ebraismo e degli ebrei – molte forze emotive oscure, tanto più potenti quanto così difficili da esprimere a parole, e anche la chiara consapevolezza della nostra identità interiore, la familiarità, che nasce dalla segretezza della stessa costruzione spirituale”.(Discorso in occasione del suo 70° compleanno davanti alla Loggia B’nai B’rith a Vienna). E’ il prodotto della “fissazione” – insieme ad altre – di essere il popolo scelto e pertanto intitolato a dirigere il mondo. J.Frank e il suo movimento erano uno strumento per agire, dall’interno, contro il Cristianesimo. Quanto descritto nell’articolo va letto nel senso che il Giudaismo vede nel Sovranismo un nemico da abbattere in quanto rappresenta il mezzo attraverso il quale la Tradizione puo’ resistere contro il Modernismo. Il repubblicanesimo, nella versione scaturente dalla Rivoluzione francese, è un prodotto del pensiero giudaico: i diritti umani (nei confronti dell’uomo come portatore di doveri nelle tradizioni), il laicismo e il laicità, l'”emancipazione – presunta – della donna” dalla sua natura tradizionale, la “tolleranza” verso le perversioni sessuali e l’esulismo pubblico, ecc., sono gli pseudovalori su cui i modernisti “di sinistra” e “di destra”, “liberali” e “conservatori”, in abito talare o meno, sono d’accordo. La proposta è in linea con quanto dichiarato dalla non eletta U.Von der Leyen di recente, che richiama il Talmud come base valoriale dell’Europa. Un’altra “fissazione”.