Anche il verde Bonelli ha capito che il motivo dell’attacco trumpiano al Venezuela, con rapimento di Maduro, poco ha a che fare con la lotta al narcotraffico o al terrorismo. Il Venezuela ha le maggiori riserve petrolifere mondiali, 303 miliardi di barili, pari al 17% della produzione planetaria. Più dell’Arabia Saudita. Caracas letteralmente galleggia sull’oro nero.
Ma il petrolio non è tutto uguale. In base alla classificazione API (American Petroleum Institute, il principale Ente statunitense di normazione e ricerca sugli idrocarburi) distinguiamo in Petrolio leggero, cioè meno denso, con un indice API maggiore di 40 e Petrolio pesante, ad alta densità, caratterizzato da un indice API minore di 25. Il greggio con indice API compreso tra 25 e 40 viene definito “medio”. Gli Stati Uniti sono un grande produttore di petrolio, ma soprattutto del tipo leggero. Il fabbisogno americano costringe Washington all’importazione di forti quantità di petrolio pesante (circa il 40% del petrolio raffinato in USA è di provenienza estera), che viene poi lavorato nelle raffinerie statunitensi per ottenere benzina.
Le raffinerie sono impianti altamente specializzati, strutturati per la trasformazione, nel caso in esame, del greggio più denso, molto più diffuso nel mondo rispetto a quello leggero. Si tratta di una materia prima di cui gli USA sono poveri e che, invece, sovrabbonda in Venezuela. Ne è particolarmente ricca la regione dell’Orinoco. Quando agli Stati Uniti serve qualcosa, se la prendono senza tanti complimenti. A titolo di esempio, dalla prima presidenza Trump a quella Biden, fino all’attuale governo del tycoon, Washington ha prelevato indebitamente una media di 66.000 barili al giorno dalla Siria, pari a circa l’80% della produzione nazionale, secondo una dichiarazione fatta nel 2022 dall’allora ambasciatore siriano in Cina, Hasanein Khaddam nel corso di un’intervista esclusiva al Global Times.
Una rapina
Un’autentica rapina ben mascherata sotto la solita accusa: in Siria governava un dittatore, Assad. Ma la colpa del Venezuela non è solo quella di possedere enormi giacimenti di oro nero. Nel 2024, diventando partner del BRICS+, Caracas ha avuto accesso ai sistemi di pagamento alternativi in yuan, la moneta cinese, indebolendo così il sistema basato sul petrodollaro.
Questa è una sfida che gli Stati Uniti non sono disposti a tollerare, perché mette in crisi un pilastro fondamentale della loro economia. In passato analoghe mosse sono costate la caduta dei regimi di Saddam, che aveva convertito il fondo oil for food da dollari a euro, e di Gheddafi, che promuoveva una nuova valuta, panafricana e ancorata all’oro.
Gli Stati Uniti hanno agito in modo rapido e implacabile, coinvolgendo i loro alleati, riducendo Iraq e Libia in cumuli di macerie in preda al caos. Maduro, paracomunista e organizzatore nel 2024 del Congresso Mondiale Antifascista, dittatore senza scrupoli e politico di statura mediocre, molto inferiore a quella del suo mentore Chavez, non può certamente godere delle nostre simpatie. Tuttavia non possiamo esultare per l’azione piratesca promossa da Trump, che conferma che nel mondo non viga alcun diritto internazionale ma solo la legge del più forte.
Oggi i più forti sono gli Stati Uniti e Israele, a cui si accodano servilmente gli altri stati, vassalli, dell’Occidente. Tanto la scusa della rimozione di un dittatore è sempre pronta. Ma fino a quando funzionerà?
Raffaele Amato
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