La fine delle guerre con i carri armati
Diciamoci la verità: la superpotenza che rappresenta l’Occidente, da quando è venuta in casa nostra a eseguire lo sfratto dei tedeschi, ha sì liberato la nostra patria, dimenticandosi però di restituirci le chiavi. Da quel momento in poi non ne ha più vinta una di guerre, almeno di quelle combattute con fucili e carri armati. Non così può dirsi, invece, di quel conflitto che gli Stati Uniti hanno condotto non con le armi da fuoco ma con il loro strumento più forte, sino a oggi invincibile: il dollaro.
Dall’oro di Bretton Woods al bluff dei petrodollari
È forse necessario ricordare che il 15 agosto del 1971 l’allora presidente Nixon pose fine al sistema di Bretton Woods, stabilendo il termine della convertibilità in oro del dollaro, il cosiddetto gold standard, che prevedeva uno stretto legame tra la quantità di moneta circolante, ovvero stampata, e le riserve auree delle banche centrali. Pochi anni dopo, nel 1974, con un debito pubblico americano al trenta per cento del PIL e la complicità molto interessata dell’Arabia Saudita, nacquero i petrodollari. In una parola, da quel momento in avanti il petrolio in tutto il mondo si compra soltanto in biglietti verdi.
La valuta globale che ha sostituito i lingotti
Il dollaro è diventato progressivamente la moneta di riferimento mondiale e l’unica valuta usata in tutte le transazioni internazionali. È la valuta di garanzia e di riserva, insomma, per dirla in sintesi, ha sostituito l’oro anche per le banche centrali nazionali. Un bel vantaggio per gli Stati Uniti: questo è il vero potere. Da qualche anno, però, molte nazioni, in maniera poco evidente, hanno ricominciato a comprare oro fisico in lingotti. Dalle prime sanzioni alla Russia in avanti, questi acquisti si sono fatti rilevanti, unitamente alla scelta di comprare petrolio con le valute nazionali, come dimostra l’uso dello yuan da parte della Cina.
La trincea della de-dollarizzazione carsica
Da tempo stati come Cina, Russia, India, Polonia, Turchia, Kazakistan, Uzbekistan, Singapore e Brasile stanno acquistando ingenti quantità di oro fisico, ovvero lingotti e non titoli cartacei relativi a esso. Anche se questi beni non producono interessi o dividendi, rappresentano la migliore assicurazione sulla sovranità economica e la difesa più efficace da eventuali sanzioni. Questo processo sotterraneo, carsico rispetto all’economia formale, è comunque noto e porta il nome di de-dollarizzazione. Le sanzioni ne hanno accelerato grandemente la dinamica, e i paesi del blocco BRICS ne sono i principali attori.
L’attacco multipolare all’impero americano
Oggi lo yuan è la valuta più scambiata in Russia e l’Arabia Saudita ha confermato la disponibilità a vendere petrolio alla Cina nella sua moneta nazionale, un orientamento condiviso anche da altri paesi dell’ex blocco OPEC. Il possesso di oro fisico diventa ogni giorno più importante nelle economie nazionali e noi italiani saremmo messi persino bene, considerando che siamo proprietari di ben 2.452 tonnellate di oro, terzi al mondo dopo Stati Uniti e Germania, per un valore attuale di circa trecento miliardi. Una bellissima cifra, se non fosse per un dettaglio non trascurabile.
Le chiavi di casa nostra sono ancora a Washington
Quasi la metà di questo oro non si trova in nostro possesso: è depositato in America, mentre un sei per cento è in Inghilterra e un altro sei per cento in Svizzera. Solo il quarantaquattro per cento è custodito nei forzieri della Banca d’Italia. Il perché buona parte dell’oro accumulato in un secolo di storia sia depositato oltreoceano è presto detto: gli Stati Uniti lo hanno prelevato a fine guerra come garanzia per il Piano Marshall, per gli accordi di Bretton Woods e per le necessità finanziarie internazionali. Nel 1976, per esempio, è servito persino come pegno per finanziare un prestito alla Bundesbank tedesca ed evitarne il default.
L’urgenza di riportare i lingotti in Italia
Alla luce della traballante economia americana, alcune nazioni stanno già riportando a casa il proprio oro, come hanno fatto Francia e Germania. A tal proposito ricordiamo la campagna, purtroppo senza alcun esito, condotta nel 2019 da Giorgia Meloni, allora all’opposizione, per riprendersi i nostri lingotti dai depositi americani. E oggi?
Oggi viviamo l’epoca in cui il progressivo venir meno del mondo unipolare costringe gli Stati Uniti, per resistere a questa dinamica, a guerre, aggressioni militari e minacce rivolte sia ai nemici sia agli amici. Il loro dominio economico rischia di sfaldarsi a causa della perdita di egemonia del dollaro, mentre un Trump sempre più instabile è deciso a eliminare l’autonomia della Federal Reserve, la stessa che custodisce il nostro oro, arrivando persino a mettere in dubbio che i lingotti siano ancora presenti a Fort Knox. In questo scenario, non sarebbe importante e urgente riportare a casa l’oro italiano? Sempre che ce lo diano ancora indietro.
Giovanni Preziosa
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