Il mito del fascismo eterno e il dibattito attuale
In Italia il fascismo è diventato perenne. Tanto che è tornato in circolazione, con successo, un saggio di Umberto Eco intitolato “Il fascismo eterno”. Penso però che la sua lettura potrebbe produrre effetti opposti a quelli che l’autore si proponeva quando avvertiva che il “fascismo eterno” «può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti», e il «nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo».
C’è il Prof. Tomaso Montanari, che incarna un antifascismo pieno di retorica, utile a provocare, ma assolutamente fuori dalla realtà. Nonostante sia spesso ospite televisivo, è divenuto una antipatica macchietta per tanta brava gente che cambia canale. Recita o è convinto davvero che Giorgia Meloni incarni questo “fascismo eterno”? Non lo sappiamo, ma è certo che questo ameno personaggio lo mantiene in vita, nonostante Mussolini fosse il fascismo e, morendo lui, è morto anche il regime.
La fine del regime e l’eredità del Movimento Sociale Italiano
Indro Montanelli, nella sua celebre rubrica “La Stanza di Montanelli” dice che il fascismo fu Mussolini perché il regime passò le fases, gli sviluppi, i timori, la forza e gli errori del duce. Il Ventennio è stato consegnato alla storia il 28 aprile 1945 con lo scempio di Piazzale Loreto, uno dei peggiori ricordi, di cui ci criticarono all’estero.
Nonostante siano passati 81 anni, la rabbia contro le camicie nere presente durante la guerra civile si palesa più potente, ogni anno, nell’incredulità dei giovani e nello stupore di chi, come Giovannino Guareschi, scrisse di aver vinto la guerra, perché sebbene patì la prigionia e il lager, è tra i pochi che non ha mai odiato alcuno.
Gli stessi padri costituenti furono più miti con chi combatté per Salò e la discreta percentuale di coloro che continuavano a simpatizzare per il fascismo, prima usando solo una disposizione transitoria contro la ricostituzione del PNF, poi favorendo la normalizzazione nella repubblica democratica del Movimento Sociale Italiano, erede diretto di quell’esperienza. Gli anni di piombo risvegliarono rivalità dimenticate o sopite, nel sangue, attraverso il terrorismo. Ma il MSI continuò nella strada della legalità indicata dalla Costituzione e dalle leggi ordinarie, raccogliendo un certo consenso con rappresentanza locale e nazionale.
La tesi di Eco e i rischi di fascinazione sui giovani
Importante fu la conferenza tenuta da Umberto Eco a un pubblico statunitense il 25 aprile 1995, nella ricorrenza della Festa della Liberazione, che celebrava la vittoria dell’antifascismo sul fascismo. Essa “cadeva proprio nel momento in cui, per la prima volta, l’anno precedente, erano entrati a far parte del governo italiano i dirigenti di un partido che per mezzo secolo aveva proclamato di essere l’erede e il continuatore del fascismo. Questo avvenimento spiega l’allarme per il ritorno del fascismo, proprio nell’anniversario della Liberazione”.
Consideriamo la tesi del “fascismo eterno” da un’altra prospettiva. Nonostante l’intenzione di voler mettere in guardia contro il ritorno del fascismo, questa tesi potrebbe contribuire a indebolire lo stesso antifascismo che vuole incitare alla vigilanza e alla lotta.
La tesi dell’eterno ritorno del fascismo favorisce la fascinazione del fascismo sui giovani che poco o nulla sanno del fascismo storico, ma si lasciano suggestionare da una sua visione mitica, che verrebbe ulteriormente ingigantita dalla presunta eternità del fascismo. Immagino che i neofascisti possano sentirsi orgogliosi di militare in un movimento al quale un grande intellettuale antifascista ha attribuito l’eternità, anche se lo ha fatto metaforicamente per condannarlo. Forse varrebbe la pena indagare che effetto ha avuto la tesi del “fascismo eterno” sui neofascisti che teorizzano un “fascismo del Duemila” e che si definiscono “fascisti del terzo millennio”.
La critica di Emilio Gentile e l’errore dell’a-storiologia
L’allarme sul fatto che il fascismo possa sempre tornare, ad alcuni politici o giornalisti sembra un efficace ammonimento per gli antifascisti d’oggi, affinché siano preparati a fronteggiare il ritorno del fascismo sotto altra veste. Dopo tutto, se si postula l’esistenza di un “fascismo eterno”, ne consegue che esiste anche un “antifascismo “antifascismo eterno”, sempre vigile contro i fascisti d’ogni tempo.
“Introdurre l’eternità nella storia umana, attribuire l’eternità a un fenomeno storico, sia pure con le migliori intenzioni, comporta una grave distorsione della conoscenza storica. Senza poi considerare che tale attributo di eternità è riservato soltanto al fascismo, perché non circolano tesi sul “giacobinismo eterno”, il “liberalismo eterno”, il “nazionalismo eterno”, il “socialismo eterno”, il “comunismo eterno”, il “bolscevismo eterno”, l’“anarchismo eterno”, e così via. In realtà, la tesi dell’eterno ritorno del fascismo si basa sull’uso di analogie, che solitamente producono falsificazioni nella conoscenza storica” – sostiene a ragione Emilio Gentile nel suo bel libro “Chi è fascista” (ed. Laterza, 2022).
Nel caso del fascismo, l’autore ha coniato il neologismo “a-storiologia”, per definire un nuovo genere di narrazione storica, fortemente mescolata con l’immaginazione, che ha con la storia la stessa relazione che l’astrologia ha con l’astronomia.
Col metodo dell’a-storiologia, come avviene nell’astrologia, avvalendosi di una visione della storia come “storia-che-mai-si-ripete-ma-sempre-ritorna-in-altre-forme”, è facile scoprire analogie che dimostrano l’esistenza di un “fascismo eterno” e fare pronostici sul suo periodico ritorno. Resta la realtà: le analogie dell’ a-storiologia sono inconsistenti quanto le analogie dell’astrologia.
Le contraddizioni delle coalizioni e l’allarme dei primi governi espressi a sinistra
Dovremmo considerare la storia dell’Italia repubblicana e democratica, negli ultimi sette decenni, soltanto una tregua, in una perpetua guerra fra fascismo e antifascismo, scandita però da ripetuti ritorni del “fascismo eterno”, sia pure sotto le forme più diverse.
Addirittura, sotto le spoglie degli attuali movimenti identitari, i quali esaltano la sovranità popolare, fino a reclamare la democrazia diretta; cioè, esaltano proprio ciò che il fascismo negava radicalmente, proclamandosi il più formidabile nemico dei principi della Rivoluzione francese.
Nelle elezioni politiche del 27-28 marzo 1994, il partito neofascista aveva ottenuto, con il 13,5 per cento dei voti, il massimo dei suoi consensi elettorali. Tre giorni dopo, Gianfranco Fini dichiarò: «Mussolini è il più grande statista del secolo».
Il successo elettorale aveva premiato una coalizione alquanto stramba, come pericolo di un ritorno del fascismo, perché i neofascisti che credevano nel primato assoluto dello Stato nazionale, sociale e nell’unità, sedevano accanto agli accaniti sostenitori dell’indipendenza della Padania, in un governo presieduto dal massimo promotore di uno Stato poco sociale e molto liberale, amministrato con lo stile della gestione aziendale.
La visione storica di Togliatti e Basso sul pericolo totalitario
Il fascismo di cui parlano i comunisti è un nuovo fascismo, mascherato addirittura da antifascismo. Nel 1951, un autorevole esponente socialista, Lelio Basso, pubblicò un libro intitolato “Due totalitarismi” ovvero Fascismo e democrazia cristiana, per sostenere che «il vero pericolo di totalitarismo in Italia non è rappresentato dai nostalgici del neofascismo» ma dalla Democrazia cristiana, che presiedeva il governo del paese con Alcide De Gasperi, un antifascista cattolico che si era opposto al regime fascista fino alla sua caduta.
Il giudizio di Basso fu condizionato dall’esclusione dei comunisti e dei socialisti dal governo e dall’anticomunismo dei governi democristiani dopo il 1947. Ma già all’indomani della Liberazione, il 29 aprile 1945, l’esponente socialista aveva denunciato l’esistenza di un nemico «più insidioso» del fascismo appena sconfitto, cioè «il fascismo camuffato e mimetizzato sotto spoglie antifasciste e magari democratiche». Questa denuncia anticipava di cinquant’ anni la tesi dell’eterno ritorno del fascismo sotto altre spoglie.
Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, sosteneva nel 1952 che «il fascismo, nel periodo attuale della nostra vita nazionale, è qualcosa di sempre presente, come pericolo e minaccia che incombe sopra di noi», perché il «proposito di tornare a una egemonia reazionaria del vecchio tipo liquidando anche le forme della democrazia è presente nel ceto dirigente capitalistico in misura più larga di quanto non si creda […] nell’interesse della conservazione sociale in generale e dell’imperialismo americano in particolare. […]. Per tutto questo il fascismo è tuttora presente come pericolo e minaccia seria, e bisognerà avere occhi aperti e animo vigilante per non esserne travolti».
La definizione di fascismo storico e le divisioni nell’antifascismo
Emilio Gentile continua: “Se sono fascisti tutti coloro che desiderano il primato dello Stato sovrano e sostengono l’esaltazione del popolo, invocano l’uomo forte e decisionista, allora erano fascisti i giacobini, i patrioti che hanno lottato per avere uno Stato indipendente e sovrano, gli americani che hanno votato per ben tre volte l’elezione di Franklin D. Roosevelt alla presidenza degli Stati Uniti, i britannici che hanno acclamato Churchill premier nella guerra contro Hitler, e i francesi che dal 1959 al 1969 hanno eletto il generale De Gaulle capo dello Stato.
Insomma, se non vogliamo fare dell’a-storiologia, non possiamo prescindere dal fascismo storico per definire chi è fascista, o usare il termine “fascista” per movimenti politici che non presentano affatto le caratteristiche peculiari, o hanno addirittura caratteristiche opposte al fascismo storico, cioè del fenomeno politico che ha impresso il suo marchio nella storia del Novecento, imponendosi in Italia negli anni fra le due guerre mondiali, con un consenso popolare ineguagliato, come partito milizia, regime autoritario, alleato della Religione Cattolica resa di Stato, irreggimentazione della popolazione, militarismo, preparazione bellicosa all’espansione imperiale, e diventando un modello per altri partiti e regimi sorti nello stesso periodo, in Europa, per finire poi travolto e distrutto dalla disfatta militare contro gli Alleati, nel 1945.
L’impressione che si ha dei vari Montanari, Saviano, Schlein, Landini, Prodi, Bersani, Gramellini, Conte, Frantoianni, Calenda, Renzi, Berizzi, del “modello La7” come televisione dell’antifascismo militante, è che, inconsapevolmente essi imitino Karl Lueger, il popolare sindaco razzista e antisemita di Vienna dal 1897 al 1910, che affermava: «decido io chi è ebreo», riformulando questa dichiarazione in modo diverso: «decido io chi è fascista». Non funziona affatto così.
Non vi è antifascista più litigioso che in Italia. Il campo largo è la dimostrazione della baruffa e delle incompatibilità, dei personalismi e delle miserie umane e politiche che portano ad andare ciascuno per conto proprio, sul modello di divisione e di combattimento reciproco che durò un decennio, dal 1924 al 1934, in cui i comunisti accusarono gli antifascisti socialisti, repubblicani, liberali, democratici e conservatori di essere “fascisti”, mentre il duce aumentava i consensi.
L’egemonia culturale e la nascita della Nuova Destra
Dopo il crollo del muro di Berlino i comunisti cambiarono pelle ma non la testa. Attraverso l’egemonia culturale e l’occupazione di posti chiave nello Stato hanno eliminato pagine di storia importanti per nascondere le atrocità commesse dai partigiani rossi, anche a guerra finita. Nonostante questo, il Partito Democratico non ha mai fatto i conti con la sua storia, mentre, nel modo giusto o sbagliato, gli ex fascisti missini hanno condannato e rinnegato tutto quanto del regime di Mussolini non fosse compatibile con una democrazia liberale.
Nel lavacro di Fiuggi nacque una “nuova destra” italiana, pronta a governare come un partito completamente diverso dal MSI, persino dichiaratamente antifascista.
Senza l’esperienza politica di Alleanza Nazionale, non sarebbe potuto nascere Fratelli d’Italia, che con un grande consenso popolare ha fatto divenire premier la prima donna della storia del Belpaese, che sta raggiungendo quella fine di mandato, che il nostro Paese non è mai stato abituato a vedere.
Inoltre, Giorgia Meloni piace perché ha una leadership forte, riconosciuta anche all’estero, nonostante, come molti suoi predecessori, si sia circondata di troppe persone non all’altezza dei ruoli ricoperti. Giunta a Palazzo Chigi, per la prima volta, colei che ha vissuto tutte le fasi della destra italiana, si è vista costretta a blindarsi di fidatissimi scudieri o “guardie del corpo” perché l’apparato di Stato le era e le è ostile. La reazione isterica di una sinistra a cinque stelle sempre in fibrillazione
L’italiano medio sarebbe pronto a perdonarle questo errore, che abbiamo visto recentemente in numerose circostanze, come scritto molto efficacemente da Marcello Veneziani su La Verità, non per attaccare il governo, ma per una critica costruttiva che l’intellettuale deve svolgere, affinché chi comanda rifletta, non perché puerilmente si offenda, desiderando perennemente un esercito di lacchè.
L’azione di governo e lo scenario politico europeo
Questo governo può essere definito fascista? Chiunque sia di sinistra ma onesto, come il Prof. Massimo Cacciari o il giornalista Federico Rampini, non ha dubbi nel rispondere negativamente. Giorgia ha governato secondo le regole della democrazia nata dall’antifascismo, con una posizione ultraatlantista, capace di confrontarsi e portare a casa risultati economici e politica dalla Ue. Si dichiara conservatrice, ma non è vera reazionaria né tradizionalista.
Oggi, FdI assomiglia più al Partito Repubblicano statunitense o al Rassemblement Nationelle di Marine Le Pen, che alla tedesca AfD o ai partiti sovranisti ungheresi e spagnoli. I suoi principi fondamentali devono convivere con quelli liberali e non essere troppo critici verso le politiche di centro-sinistra europee, altrimenti il governo cade. Il problema dell’Europa è questa Unione Europea dei poteri sovranazionali e dei burocrati, che impone indicazioni vincolanti su tutto, toglie sovranità e manda a casa chi non le va giù.
Il tramonto del sistema multipolare e la profezia di Solženicyn
Donald Trump è colui che ha dimostrato al mondo tutta la sua debolezza politica, fragilità economica, inconsistenza tecnologica e nullità militare. Questo leviatano sulla pelle dei popoli è fatto d’argilla e rischia di implodere nel suo costosissimo palazzo di vetro, quando prevarrà il multipolarismo e la globalizzazione sarà ampiamente ridimensionata, se non crollerà nelle sue contraddizioni sotto la scure della logica dei mercati.
L’otto giugno 1978, l’Università di Harvard era invasa da una vera e propria folla, fremente di vedere con i propri occhi il premio Nobel per la letteratura Aleksandr Isaevič Solženicyn (1918-2008). Si presentò in una rigida giacca verde militare, una barba fuori controllo, come un profeta giunto ad annunciare la fine dell’Occidente.
In un mondo abituato a ragionare per blocchi (Alleati contro Asse; Americani contro Russi), Solženicyn arrivò con una visione che andava al di là dei bipolarismi, scalfendo la rigida convinzione per cui l’Occidente sarebbe il centro del mondo. Solženicyn pronunciò un discorso davvero dirompente se pensiamo agli anni ’70, fino al “mostruoso accostamento” tra l’Occidente capitalista e l’URSS. E fu profetico. Forse è stato l’autore russo più lungimirante di sempre, che andrebbe riletto e studiato, perché aveva ragione: ciò che prevedeva si è rivelato. Cancel culture permettendo…
Matteo Castagna
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Bene.