Editore: Centro Studi e Ricerca Cittadella, collana: Il Faro, anno 2026, pp. 83, €10,40
In un’epoca in cui il Grande Reset tecnologico si presenta non più come minaccia futuribile ma come paesaggio quotidiano – schermi che ci osservano, algoritmi che ci anticipano, intelligenze artificiali che scrivono al posto nostro e riducono l’umano a dato profilato –, la ripubblicazione degli scritti di Antonio Finiello assume il valore di un atto militante di memoria e di rivolta. Il Centro Studi e Ricerca Cittadella, con questa agile ma densa raccolta curata nella collana “Il Faro”, non compie un semplice esercizio di archeologia politica: consegna alle nuove generazioni un’arma affilata, forgiata negli anni Ottanta del secolo scorso, ma tagliente come poche analisi contemporanee sul nodo cruciale del nostro tempo: la tecnologia come campo di battaglia, non come destino neutro.
Antonio Finiello scrive da dentro la mutazione. Non è il filosofo da torre d’avorio che pontifica sulla “tecnica” heideggerianamente intesa, né il luddista nostalgico che sogna il ritorno al telaio a mano. È un sindacalista, un uomo di parte, un osservatore immerso nel mondo del lavoro che, negli anni Ottanta, vede il computer irrompere non come liberazione ma come nuova forma di comando. Dal videoterminale alla “Banca Universale”, dal robot che “non è assenteista” alla schedatura elettronica dell’uomo ridotto a codice: Finiello coglie con lucidità spietata il passaggio dal potere visibile della fabbrica fordista al potere invisibile, pervasivo e procedurale della tecnostruttura.
La doppia faccia della macchina
Ciò che colpisce, leggendo questi testi a distanza di decenni, è la preveggenza. Nel 1984 – anno orwelliano per eccellenza – Finiello non si limita a denunciare l’automazione come semplice sottrazione di posti di lavoro. Va oltre: vede come l’automazione toglie fatica ma sottrae anche esperienza, responsabilità, visione d’insieme. Il lavoratore diventa appendice di un sistema che conosce il gesto ma non la logica totale del processo. La catena di montaggio separava già l’operaio dal prodotto compiuto; l’informatica aggiunge un livello più insidioso, perché trasferisce il comando dentro il codice stesso, rendendolo opaco e incontestabile.
Qui emerge la tesi centrale della “tecnoribellione”: la tecnica non è neutra. È un campo di battaglia ideologico, economico e antropologico. Può servire la medicina e la ricerca, certo; ma tende strutturalmente a stringere l’uomo in una funzione parziale, a trasformarlo da soggetto a interfaccia, da creatore a utente. Il robot non sciopera, non rivendica, non ha biografia. È il sogno padronale perfetto: produttività senza attrito umano. Oggi, nell’era dell’IA generativa, questa intuizione suona profetica. Delegare il pensiero stesso – scrivere, decidere, ricordare, creare – alla macchina significa abdicare alla parte più intima dell’umano: quell’errore fecondo, quel rischio, quell’attrito della coscienza che rende possibile la libertà.
Finiello parla anche di moneta e controllo sociale. Lo sportello bancario che diventa luogo di riconoscimento e autorizzazione elettronica prefigura la società della sorveglianza totale. Ogni smaterializzazione del denaro introduce una nuova mediazione di potere: chi controlla gli archivi informatici controlla l’accesso alla vita ordinaria. Dal “zamizdat elettronico” nell’Est comunista alla convergenza tra banche dati, profilazione e governance globale, il filo rosso è chiaro: la tecnologia accentra, schedatura, riduce l’uomo a dato.
Attualità bruciante
La postfazione del volume aggiorna lucidamente il discorso all’Intelligenza Artificiale, portando la questione sulla soglia decisiva: non più solo controllo esterno, ma delega del pensiero. Non si tratta più soltanto di essere sorvegliati, ma di abdicare alla formulazione stessa del reale. L’algoritmo non sbaglia come l’uomo – o meglio, i suoi errori sono sistemici, opachi, non redimibili dall’esperienza personale. E l’uomo, stanco del proprio limite, rischia di preferire la risposta senza rischio alla verità conquistata faticosamente.
In questo, “Scritti sulla Tecnoribellione” dialoga idealmente con le migliori analisi della destra sociale e identitaria contemporanea: dalla critica alla dittatura tecnocratica alla difesa della persona concreta contro l’astrazione digitale, dal rifiuto del transumanesimo alla rivendicazione di una tecnica posta al servizio dell’uomo e delle comunità, non viceversa. Non è un caso che il Centro Cittadella, realtà che si pone come fucina di formazione militante e orizzonte di senso contro il caos moderno, abbia scelto di riproporre questi testi. Sono un invito a non arrendersi alla narrazione del “progresso inevitabile”, a riappropriarsi degli strumenti senza inginocchiarsi davanti alla loro promessa di sollievo totale.
La tecnoribellione non è un rifiuto luddista della macchina, ma rivolta consapevole contro la tecno-cattività che riduce l’anima ad algoritmo e la comunità a rete di consumatori profilati. È l’affermazione che l’uomo non è dato, ma persona; non è input, ma soggetto spirituale radicato in una tradizione, in un popolo, in un orizzonte di senso che trascende l’efficienza.
Un libro necessario
Questo volumetto è un colpo di frusta salutare. Lascia sedimentare domande scomode. In un’Italia (e in un Occidente) sempre più schiacciata tra l’omologazione digitale globale e l’incapacità di reagire, Finiello ci ricorda che la resistenza comincia dal rifiuto di delegare la propria umanità. Dal videoterminale degli anni Ottanta allo smartphone sempre acceso di oggi, il cammino è stato lineare: sempre più connessi, sempre meno liberi.
“Scritti sulla Tecnoribellione” non è solo un documento storico: è un manuale di disobbedienza intelligente per chi non intende arrendersi al nuovo totalitarismo morbido, fatto di schermi, codici e algoritmi che pretendono di sostituirsi alla nostra capacità di pensare, decidere e ribellarci.
Leggetelo. E poi, come suggerisce il titolo stesso, passate all’azione: ribellatevi. La tecnica è un mezzo, non un dio. E gli uomini veri, quelli che ricordano di essere tali, sanno ancora scegliere da che parte stare.
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