C’è qualcosa di quasi educativo nella scena diventata virale in queste ore. Un uomo accompagna un bambino a fare pipì contro un’auto della polizia e, nel momento in cui si accorge di essere ripreso, sorride soddisfatto.
Come a dire: “E allora?”. Ormai siamo oltre il degrado. Qui siamo alla pedagogia del disprezzo. Una volta ai figli si insegnava a rispettare le istituzioni, oggi invece c’è chi li porta direttamente a urinare sulla volante.
Mancano solo il picnic e la foto ricordo davanti alla Questura. E attenzione: il problema non è nemmeno la bravata in sé. I bambini fanno i bambini. Il problema è l’adulto. Il sorriso. Quella faccia tranquilla di chi sa perfettamente che tanto nessuno gli dirà nulla. Nessuna vergogna, nessun imbarazzo, nessun limite.
Anzi: divertito e provocatorio. Ed è qui che termina il confine della sopportazione! il punto che tanti fingono di non capire non è il singolo episodio. È il clima generale. È la sensazione continua che in questo Paese tutto possa essere trasformato in provocazione, soprattutto contro chi rappresenta l’autorità.
Proviamo noi, cittadini normali, a parcheggiare male cinque minuti davanti a un ufficio pubblico: multa immediata. Però se qualcuno trasforma una macchina della polizia in un bagno pubblico a cielo aperto, allora bisogna “contestualizzare”, “comprendere”, “non strumentalizzare”. Sempre così. Sempre.
Nel frattempo gli italiani osservano, incassano e devono pure sorbirsi la lezioncina morale di quelli che vivono nei quartieri protetti e parlano di “integrazione” dal salotto. La sensazione, sempre più diffusa, è che esista una categoria di persone a cui venga concesso qualunque comportamento purché nessuno osi descriverlo per quello che è.
Guai a parlare di degrado, guai a parlare di fallimento dell’integrazione, guai a dire che certi atteggiamenti sono incompatibili con una convivenza civile normale. Così si continua a scivolare verso il ridicolo.
E la cosa peggiore è che ci stiamo abituando.
Gianluca Mingardi
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