(Edizioni Imprimere, 2026, pp. 168, a cura con prefazione di Mario De Fazio)
In un tempo di chiacchiere infinite, di sedicenti “comunità militanti”, associazioni o movimenti del “dissenso” totalmente fermi al livello di quegli intellettuali da salotto che pontificano sul “declino” mentre ne incarnano ogni tratto, la ripubblicazione degli “Avvisi” di Berto Ricci da parte delle Edizioni Imprimere (una vera novità per il panorama editoriale non allineato) non è un’operazione editoriale: è un atto di giustizia poetica e militante.
La lezione degli anni ’30
Questi corsivi brevi, taglienti, scritti tra il 1931 e il 1935 per L’Universale – la rivista che Ricci fondò e animò con quella gioventù inquieta e innamorata dell’idea – tornano oggi come schiaffi in pieno volto alla nostra epoca di conformismo digitale e viltà benpensante. Non un trattato sistematico, ma una raffica di proiettili: contro la borghesia come categoria dello spirito, contro l’opportunismo, contro la mediocrità che si maschera da prudenza (e quanto ci sarebbe da dire su questo tema oggigiorno!). Sono “Avvisi” che bruciano ancora.
Berto Ricci, fiorentino del 1905, matematico e poeta, anarchico convertito alla rivoluzione in camicia nera, morto eroicamente in Africa nel 1941 a Bir Gandula, mitragliato da un aereo inglese mentre combatteva da volontario, non fu mai un intellettuale di regime. Fu piuttosto il regime – o meglio, certe sue incrostazioni conservatrici e carrieriste – ad averlo guardato con sospetto.
Il rivoluzionario permanente
“L’Universale” fu la voce di un fascismo “impossibile”: intransigente, antiborghese, rivoluzionario permanente, imperiale nello spirito prima ancora che nei confini, sociale fino al midollo, nemico giurato del capitalismo ladro e del materialismo di ogni bandiera. Farinacci lo accusò di bolscevismo; Mussolini lo lesse, lo convocò, ne riconobbe il fuoco. Ricci restò fedele al suo Duce e all’idea, senza mai piegare la schiena. Neanche davanti al fuoco nemico possiamo dire. E ciò lo dimostrano le ultime lettere scritte, e finalmente riemerse, alla sua famiglia.
Contro la borghesia interiore
Al centro degli “Avvisi” pulsa una tensione morale altissima: la lotta contro la borghesia come malattia dello spirito. Non la classe sociale in senso marxista, ma quell’atteggiamento dell’anima fatto di calcoli, paure, accomodamenti, doppiezze, tiepidezza. Ricci la scova ovunque: nel carrierismo dei gerarchi, nell’intellettuale che “sottilizza” invece di decidere, nel giovane che preferisce la poltrona alla trincea dell’esistenza. Oppone a tutto questo un ideale esigente di uomo: responsabile, disciplinato interiormente, coraggioso fino alla temerarietà, radicato in una visione mistica della politica come riconquista della socialità vera.
Leggendo questi testi brevi, densi, scritti con uno stile che unisce la precisione del matematico alla fiamma del poeta, si avverte la stessa aria pura e tagliente delle vette appenniniche. Ricci non teorizza: avvisa. Colpisce, ammonisce, sferza. Contro il conformismo intellettuale che già allora infettava le lettere italiane, contro l’opportunismo che trasforma la “rivoluzione” in retorica, contro una modernità che svuota l’uomo di ogni grandezza per ridurlo a consumatore o funzionario. Temi che, a quasi un secolo di distanza, suonano di una attualità bruciante.
In un’epoca come la nostra, dominata dal Grande Livellamento tecnologico e mercantile, dove l’individuo è al tempo stesso iperconnesso e disperatamente solo, dove la borghesia globale ha abbandonato ogni pudore e si presenta nuda nel suo cinismo manageriale, gli “Avvisi” di Ricci diventano un manuale di resistenza spirituale. Egli ricorda che la vera lotta non è soltanto contro i nemici esterni, ma contro il borghese che ciascuno porta dentro di sé: con le sue rinunce, le sue ambizioni meschine, la sua paura della povertà e del coraggio, le sue abitudini tiepide, la sua estraneità alla vita fisica e alla natura selvaggia che sola impedisce alla civiltà di diventare barbarie raffinata.
Un fascismo ribelle e universale
Ricci non fu mai un nazionalista chiuso né un razzista importato. La sua visione era imperiale e mediterranea, universale nel senso romano: un principio di civiltà capace di ordinare il mondo senza omologarlo. Critico verso certi aspetti del regime, restò però fedele all’essenza “rivoluzionaria” del fascismo: superamento del conflitto capitalista attraverso una sintesi superiore, primato dello spirito sulla materia, giovinezza come categoria etica prima che anagrafica. I suoi “Avvisi” sono pieni di questo slancio: esigono dall’uomo nuovo non solo la camicia nera esteriore, ma la trasformazione interiore, la mistica dell’azione, la disponibilità al sacrificio.
La prefazione di Mario De Fazio accompagna il lettore con intelligenza e misura, contestualizzando senza edulcorare, restituendo la radicalità di Ricci senza ridurla a curiosità storica. Imprimere, con questa quinta pubblicazione, conferma di essere una fucina preziosa: non nostalgia sterile, ma recupero di armi vive per chi oggi combatte la stessa battaglia contro la dissoluzione.
Un libro che ferisce e risana
“Avvisi” si legge d’un fiato. In un’Italia (e in un Occidente) che sembra aver abdicato a ogni grandezza, che confonde la libertà con la licenza e la “rivoluzione” con il cambiamento di trend su Instagram, Berto Ricci ricorda che esiste un’altra via: quella dell’uomo che si rialza, che rifiuta la mediocrità, che sceglie la responsabilità anche quando costa caro.
Morì giovane, in guerra, da volontario. Non ebbe il tempo di vedere il crollo di quel mondo che pure aveva contribuito a forgiare con la sua penna. Ma la sua lezione resta intatta: il fascismo che amava non era un apparato, era un fuoco ideale. Un fuoco che brucia le incrostazioni borghesi, che fonde l’individuo nella comunità di destino, che proietta l’uomo verso l’impero interiore prima che esteriore.
Leggetelo, questo libro. Non per erudizione, ma per conversione. Berto Ricci non chiede ammiratori: chiede eredi. Uomini disposti a vivere avvisati, cioè svegli, armati di carattere, nemici della tiepidezza. In un’epoca di sonnambuli digitali, la sua voce risuona come un tromba di giudizio: “Svegliatevi!”.
Imprimere ha reso un servizio alto alla cultura non conformista pubblicandolo. “Avvisi” non è archeologia: è dinamite spirituale. E in tempi di macerie, serve più che mai.
Sergio Saraceni
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