Il primo è stato Antonio Turchitto, pugnace consigliere del quartiere Porto-Saragozza, un tempo roccaforte bolognese del Centrodestra, assieme al Santo Stefano, finiti come tutto il resto nell’orbita del Pd, da quando rampanti giovani e giovinette spadroneggiano in Fratelli, Forza Italia e Lega. Oggi è il turno di Pietro Cappellini e Giampiero Biondo, consiglieri comunali a Casalecchio di Reno. Dunque, non solo ex-leghisti, ma un po’ da tutto il Centrodestra affluiscono energie nel nuovo partito di Roberto Vannacci.
Subito, si sono levate le voci di critica: opportunisti, carrieristi, gente in cerca di poltrone… Accuse curiose, dato che le natiche su na sedia – a voler esser altrettanto grevi – ce le avevano già. Anzi, semmai, la “poltrona” – e definire tale quelle da consigliere di quartiere o di un comune di provincia è quasi grottesco – l’hanno messa a rischio. In primo luogo, perché militare in una nuova formazione è certamente esaltante, ma anche un rischio, date le nuove regole elettorali. In secondo luogo, perché chi entra in Futuro nazionale ha tante, tantissime certezze, sotto il profilo politico, morale, ideale e culturale, ma non quelle della ricandidatura e della rielezione. La meritocrazia, tra i futuristi, vale per tutti: per l’iscritto che ha scelto questa Destra come sua prima adesione partitica nella vita come per coloro che si portano dietro un bagaglio di esperienze e di competenze maturate altrove.
Dunque, non s’affannino, nei cerchi magici di Galeazzo Bignami, di Valentina Castaldini, di Lucia Bergonzoni o di chi altri, a spiegare maliziosamente perché loro esponenti ora hanno deciso di continuare la battaglia politica sotto la nostra bandiera; riflettano, semmai, sui comportamenti interni che adottano e che sembrano allontanare da loro, oltre che la maggioranza degli elettori non di sinistra, anche elementi delle loro classi dirigenti locali.
L’insulto, l’ironia, la malizia, la malevolenza, la maldicenza: sono tutte cose inutili, distruttive e che non aiuteranno certo Bologna a trovare una seria alternativa a Matteo Lepore e che, al contrario, rischiano di scavare solchi insormontabili al momento delle elezioni che, invece, imporranno a tutti – a noi come a loro come ai civici – la ricerca di una sintesi e di una convergenza.
Anche perché sarebbe curioso dover riscontrare che il movimento guidato da un generale è aperto e libero, nella sua costituzione e nella sua formazione, capace di accogliere ogni contributo e valorizzare qualsiasi individualità meritevole, offrendo collaborazione ai potenziali alleati anche attraverso un franco confronto e un ampio dibattito; mentre dall’altra parte, dominati da civilissimi esponenti che non hanno espletato nemmeno il servizio di leva, ci si chiude e ci si costringe in un’atmosfera da caserma da barzelletta anni ’70, dove i caporali fedeli ai colonnelli hanno il diritto-dovere di zittire i soldati e trattare tutti come nemici.
Massimiliano Mazzanti
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