Gianni Alemanno è nuovamente un uomo libero. Dopo un anno e mezzo d’ingiusta detenzione, è nuovamente in campo, al centro della battaglia politica, schierato al fianco del generale Roberto Vannacci, nel quale ha generosamente fatto confluire il suo movimento – Indipendenza! -, per creare e far crescere il quale ha pagato un prezzo durissimo, inaudito.
Se qualcuno ha pensato di poterne spezzare la fibra, si è sbagliato. E di gran lunga, come si dice a Bologna.
Alemanno ha vissuto nel carcere con lo stesso spirito e con la stessa energia che tutti gli hanno sempre riconosciuto come caratteristica della sua personalità politica. Non si è abbattuto per la sua sorte maligna, ma si è occupato di quella degli altri, dei suoi compagni di cella, di tutti quegli “ultimi” che, a ragione o a torto, meritando o meno la restrizione fra le mura di una prigione, non perdono e non devono perdere, però, la dignità umana.
Contrariamente ad altri politici, pochi in verità, a cui è toccato di vivere questo tipo di disavventura, per di più per reati realmente commessi, Alemanno non è “andato in galera”, ma si è “misurato con la galera”, affrontando tutti questi lunghi mesi come una sfida, per comprendere l’universo detentivo, capirne e denunciarne i limiti, richiamando l’attenzione su tanti casi degni di considerazione pubblica, mai sul proprio, affinché la società capisse e capisca che la civiltà di uno Stato si dimostra anche dal modo in cui si rapporta con chi ha sbagliato.
La certezza della pena – questo in sintesi il messaggio che ha lanciato, incarnandone tutta la complessità e le contraddizioni inevitabili – non può che accompagnarsi a un sistema realmente rieducativo e di recupero del sistema carcerario. La severità della legge e del tribunale non può essere disgiunta dall’impegno – serio, concreto, alimentato da strumenti e risorse – a far sì che il reo comprenda il suo torto e impari a stare dalla parte della ragione. E la ragione non s’insegna con la brutalità, con l’inefficienza burocratica, con le deficienze strutturali od organizzative.
Questo suo impegno – condensato anche in uno splendido libro scritto a quatto mani con Fabio Falbo – gli è valsa l’ammirazione e la stima anche di tanti che non la pensano e non l’hanno mai “pensata” come lui e che, fino a quel momento, non avevano mai visto una tale prova di coraggio e onestà intellettuale. Perché, in fondo, Alemanno ha dimostrato semplicemente d’esser un uomo, un politico coraggioso e che col coraggio, anche in questa Italia che sembra attagliata nemmeno per i vigliacchi, ai quali la paura – sentimento irrazionale – attenua la colpa, ma per gli ignavi – coloro che scientemente e interessatamente seguono tutte le bandiere senza mai alzarne nessuna, perché a nulla credono, nel fondo del loro animo -, si può ancora fare qualcosa per la propria comunità, per la propria patria.
Massimiliano Mazzanti
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