Sovranità nazionale, centralismo di Bruxelles e il discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula von der Leyen
Il discorso sullo “stato dell’Unione” – triste e grottesco eco dell’analogo “State of the Union Speech” che viene regolarmente tenuto dal presidente degli Stati Uniti; sorvoliamo sul fatto che i fautori dell’Europa odierna debbano ridursi a mimare l’America per concepire sé stessi, ciò è d’altra parte coerente con gli avvisi che 80 anni addietro dava il massone anglo-americano Sir Winston Churchill, il primo a parlare di “Stati Uniti d’Europa” – merita sicuramente un minimo di attenzione, visto che sembra un prontuario perfetto e completo dei principi e delle politiche degenerative che si conducono oggi sul Vecchio Continente.
La contraddizione originaria delle istituzioni comunitarie
In primo luogo, vi è un gigantesco problema di postura, vero e proprio elefante nella stanza che nessuno vuole mai vedere quando si tratta dell’oggetto della Commissione Europea: la Commissione Europea e così la sua presidenza, di per sé non dovrebbero essere organismi politici e sarebbero (condizionale più che d’obbligo) organismi puramente tecnici, meri “custodi dei trattati” sottoscritti dagli Stati Membri dell’Unione Europea e perciò al servizio di questi ultimi. Così l’istituzione di tali organismi fu d’altra parte “venduta” alle opinioni pubbliche e in generale alle nazioni aderenti. Peccato però che, evidentemente, quella formula non è mai stata realmente creduta nello spirito degli estensori dei trattati, che, infatti, attribuivano già col Trattato di Maastricht (1992), rafforzandoli poi decisamente col Trattato di Lisbona (2007), facoltà e competenze legislative alla Commissione Europea.
L’inganno dell’integrazione sovranazionale
Si noti la palese contraddizione tra un organismo che da una parte si vorrebbe meramente tecnico e custode di trattati già sottoscritti, con l’attribuzione di una facoltà legislativa estendibile in maniera sovraordinata rispetto, per altro, a tutte le legislazioni nazionali degli Stati Membri dell’UE. Fare insomma un’unione politica mentendo e senza dichiararlo, all’interno della quale gli Stati Membri sono mere estensioni administrative dell’apparato delle istituzioni comunitarie ed esecutori locali delle decisioni degli organi sovranazionali. Questa è la quadra in cui si è svolto fino ad oggi tutto il processo di integrazione europea e che la Baronessa Von der Leyen intende portare avanti fino alle sue ultime più estreme conseguenze.
L’accentramento politico di Von der Leyen
Senza più reticenze o ambiguità di sorta (cade almeno l’ipocrisia) Ursula ha parlato effettivamente come un decisore politico, facendo menzione di decisioni strettamente sovrane, siano esse o no contemplate nelle sue competenze secondo la lettera attuale dei trattati: decisioni di pace e di guerra, di politica estera e posizionamenti internazionali, controllo delle frontiere degli Stati Membri, sviluppo di piani di integrazione fiscale (pensavamo che, una volta rispettati i vincoli del Patto di Stabilità e Crescita, le politiche fiscali restassero di competenza degli Stati Membri), politiche industriali ed energetiche e chi più ne ha più ne metta.
L’attacco alle sovranità nazionali: il caso ungherese
Von der Leyen non si è neppure risparmiata uno scandaloso attacco al precedente governo ungherese di Viktor Orban, con il seguente passaggio: “Le minacce alle nostre democrazie non provengono solo dall’esterno. Stiamo assistendo all’ascesa di forze antidemocratiche e antieuropee. Conosciamo i rischi che comporta. Ma nulla è inevitabile. Pensate all’Ungheria. Il 12 aprile resterà nella nostra memoria per molto tempo. Quel giorno il popolo ungherese ha preso in mano il suo futuro. Ha scelto la democrazia. Ha scelto l’Europa. Ha riportato l’Ungheria al posto che le è proprio: al centro dell’Unione.” La presidente della Commissione ha pensato così di bollare le decisioni e gli orientamenti politici, attuati in perfetta coerenza coi trattati sottoscritti, del governo di uno Stato Membro.
Il parallelo illegittimo tra Ungheria e Catalogna
Un passaggio simile non è quello che ci si aspetterebbe da un tecnico rispetto al suo delegante e dante causa. Un passaggio simile ricorda francamente l’intervento che, per esempio, espresse il Re di Spagna Filippo VI in occasione dell’illegale referendum catalano per l’indipendenza, stigmatizzando, in coerenza con le sue funzioni di capo di stato e di simbolo dell’unità, il secessionismo delle autorità catalane. L’Ungheria, tuttavia, non è (o non dovrebbe essere) nei confronti dell’Unione Europea negli stessi rapporti in cui si trova la Catalogna rispetto al Regno di Spagna.
Stati sovrani contro regioni amministrative
L’Ungheria, come qualunque altro Stato Membro dell’UE, tra cui ovviamente l’Italia a cui teniamo in via primaria, dovrebbe essere una nazione sovrana, pur ingaggiata in un’istituzione di cooperazione internazionale. La Catalogna, diversamente, al di là delle velleità di una parte della sua popolazione, è una regione del Regno di Spagna, ovvero una realtà formalmente di natura puramente amministrativa all’interno di una nazione (teoricamente) sovrana. Eppure, la Baronessa Von der Leyen, felicitandosi degli ultimi esiti elettorali e squalificando la condotta dell’ultimo governo magiaro, come detto, ha agito (per carità, in coerenza con lo spirito menzognero su cui si fonda tutto l’edificio) da Sovrano, aggiungendo ai titoli nobiliari della sua schiatta quelli nuovi di questa usurpata pseudo-sovranità continentale.
Il progetto del Congresso per l’Europa
Concludendo su questa linea, l’ineffabile Ursula ha tenuto a precisare che per l’anno venturo vorrà tenere un “Congresso per l’Europa”, qualcosa che intendiamo debba essere quel “salto” in senso federativo, per completare l’unione politica, secondo quegli aspetti di spossessamento delle sovranità degli stati nazionali a favore delle istituzioni europee che non sono ancora messi nero su bianco sui trattati vigenti (come da vario tempo richiesto dai vari Macron, Draghi, Monti e compagnia). Inutile dire che tale salto federale verso l’unità non sia supportato da alcun principio di unità formale degno di questo nome.
L’assenza di un’anima e di un’identità storica
Ciò che dovrebbe essere il principio di unità di questa Europa, ciò che cioè dovrebbe darle la sua identità (volendo: la sua anima), si intuisce essere qualcosa come una generale fede nella democrazia, intesa chiaramente non come una possibile forma di governo, ma come valore fine a se stesso, così come gli altri “valori” europei, in cui a vario titolo entrano in qualche modo i “diritti sociali” (non osiamo aprire il vaso di Pandora di cosa ci sia dentro a tale nozione), magari connessa ad una generica fede nel liberomercatismo (tranne che per i mercati dei cambi) anch’esso inteso come un “valore” a sé stante. Nessuna concreta identità storica a cui non segue nessuna anima in senso proprio.
La fluidità e il vuoto spirituale del progetto europeo
Nessun riferimento ad alcun principio spirituale o che possa genericamente trascendere le differenze materiali tra le nazioni, nessun richiamo, neanche in maniera secondaria o meramente in termini di retaggio culturale ad un’antica origine di cristianità dell’Europa. Non a caso il termine di “Europa” in bocca a Von der Leyen assume così un aspetto fluido, oscillante e a perimetro variabile. Se ieri poteva essere europea la Turchia, oggi sembra poter essere europeo il Canada.
L’Unione Europea di Von der Leyen non è d’altra parte la realtà della vita storica delle nazioni europee, magari elevabili ad una unità secondo un principio di natura superiore, come fu, in parte, in passato – secondo la superiore idea di Impero, l’unica capace di sorpassare legittimamente l’idea di Nazione – ma come non può essere oggi per palese assenza di condizioni; è invece il progetto di estensione del vuoto spirituale e dell’assenza delle identità reali in ogni possibile declinazione sociale. Chi abbraccia il progetto, può essere europeo secondo tale nozione.
Le vere priorità del discorso di Von der Leyen
Da qui si può passare al “secondo luogo” del discorso. Ci si potrà infatti chiedere che, se è chiaro che si voglia l’unione politica con riduzione delle nazioni a “territori locali” e gli stati a “prolungamenti e attuatori amministrativi” della sovranità europea, quali saranno mai gli scopi e gli oggetti di esercizio di questa sovranità unificata. Qui la lunga litania di argomenti trattati da Sua Maestà. Da evidenziare, l’ordine delle priorità e cosa non c’è, ancora prima di cosa c’è. L’enorme problema dell’immigrazione e del rischio di scomparsa fisica dei popoli europei e gli enormi problemi di convivenza dati dalla coabitazione di nativi europei e allogeni extra-europei sugli stessi territori, non è minimamente menzionato. Il tema dell’immigrazione viene trattato solo sotto il prisma dell’immigrazione clandestina in occasioni emergenziali, come nel caso della crisi di Ceuta.
L’accumulo di temi nell’agenda comunitaria
La stessa Ceuta viene però menzionata solo a seguito di aver parlato nell’ordine della dipendenza tossica dagli idrocarburi russi, degli aumenti della spesa militare, della lotta dell’Ucraina per la libertà europea [ndr “Oh Liberté, que de crimes on commet en ton nom!”], del sostegno alla Groenlandia [ndr che ricade sotto la corona danese ma non è territorio della UE] e di quello dovuto alle democrazie sotto attacco, del fatto che è l’Europa a fornire la sovranità agli europei [ndr non le nazioni?], della crescita dell’estremismo politico, dei tassi di disoccupazione, dei risparmi da impiegare per finanziare il futuro, dei report Draghi e Letta, della tabella “Un’Europa, un mercato”, del Mercato Unico da integrare maggiormente, e della necessità di avere nuova regolamentazione volta a ridurre il peso della regolamentazione per le PMI.
Le contraddizioni economiche e geopolitiche
Prosegue poi col prezzo dell’energia caro perché la Russia ha tagliato il gas [ndr quello in precedenza definito “tossico”, di cui noi stessi dovevamo liberarci diversificando], con lo Stretto di Hormuz, i combustibili fossili che non sono il futuro, l’elettrificazione in vista del 2040, i rapporti con la Cina il cui debole mercato interno sarà un bacino di ricezione per l’export europeo [ndr auguri], il bilancio dell’UE, l’unione del mercato dei capitali e l’unione bancaria, le start-up deep-tech, i cambiamenti climatici e l’IA, i ghiacciai che non ci sono più, e le vulnerabilità dei territori europei (vengono citati gli incendi sulle isole greche).
Dalla salute pubblica alla retorica bellica
Menziona inoltre i decessi per le ondate di calore rispetto alle quali servono sistemi di allarme più efficaci, la sicurezza idrica e alimentare, le gigafactory, di nuovo l’IA, gli screening mammografici, gli affitti brevi, i diritti sociali, i diritti delle donne da non rimettere in discussione, i valori fondamentali della democrazia, gli accordi di libero commercio col Mercosur e altri, il CETA e i magnifici rapporti e progressivi col Canada, i saluti al “caro Mark” [ndr Carney], la fiducia nella cooperazione e nella pace in vista della quale è necessario fare la guerra alla Russia, la difesa comune da costruirsi comunque in affiancamento alla NATO (non sia mai), la difesa missilistica per l’Ucraina, il fatto che l’Ucraina ha ragione, il sostegno “con tutte le nostre forze” per l’Ucraina, i fondi del SAFE, e le sanzioni contro la Russia che stanno funzionando ma che vanno aumentate.
Il rifiuto della sovranità e la retorica sulla Russia
Richiama infine la “danza per la libertà” che fa conoscere la resilienza ucraina ispirando gli spettatori alla torre Eiffel, a Times Square, a Rio, a Tokyo, le sofferenze a Gaza e le violenze dei coloni della Cisgiordania [ndr senza tuttavia alcuna azione concreta conseguente]. Questo l’ordine delle priorità precedenti alla povera Ceuta rispetto alla quale, comunque, il massimo che si riesce a dire è che, in sostanza, gli Stati Membri dovrebbero cedere a Frontex il controllo delle proprie frontiere (non piani di cooperazione tra gli Stati di ricezione dell’immigrazione rivolti agli Stati di origine dell’immigrazione, non assistenza magari finanziaria alle agenzie di sicurezza nazionali, lasciandole libere di operare, semplicemente dotandole di più mezzi per solidarietà comunitaria). Ognuno dei temi sopra trattati dalla Baronessa meriterebbe chiaramente un articolo a sé stante.
La criminalizzazione del dissenso politico
Ci si limiterà tuttavia ad un solo passaggio ovvero il seguente: “Che si parli degli ultranazionalisti o degli antieuropei, delle ingerenze o della disinformazione da parte della Russia: il nome può cambiare, ma l’obiettivo è lo stesso. Questi attori disprezzano i valori dell’Europa e vogliono fare a pezzi l’unità europea. Pertanto non limitiamoci a lottare contro queste minacce: lottiamo insieme per la nostra idea di Europa.” In questo passaggio, Ursula, oltre che squalificare a priori dal dibattito politico tutti coloro che continuano a rimanere legittimamente leali alle proprie idee nazionali, senza volerle sacrificare a questa Europa, li mette direttamente in connessione con le ingerenze della Russia negli affari europei.
L’unità europea come dogmatismo indiscutibile
Tralasciando le vicende proprie della guerra in Ucraina (su cui chiaramente ci sarebbe moltissimo da dire), ciò che si dovrebbe sottolineare qui è che per i numi di Bruxelles chi disprezza “i valori dell’Europa” (qualsiasi cosa ciò voglia dire) è un nemico, puro e semplice. Chi vuole “fare a pezzi l’unità europea” è un nemico, puro e semplice. L’unità europea non è più materia di dibattito democratico. È un imperativo militare, è questione di lealtà fondamentale: o con noi o contro di noi. Chi intende l’Europa sotto la lente della cooperazione tra nazioni sovrane sopravviventi in quanto tali e non sotto la lente della dissoluzione è un nemico, puro e semplice.
La geopolitica del conflitto e il nodo russo
Da qui, la logica connessione con la Russia e l’ostilità verso di essa, quell’ostilità che ha portato l’Europa di Von der Leyen ad abbracciare la guerra contro la Russia, guerra prima preparata dagli anglo-americani (“fuck the EU”) ma oggi gioiosamente accettata in outsourcing dalla UE stessa. Della Russia si può pensare tutto ciò che si vuole, così come delle questioni che riguardano i russi e gli ucraini. Una cosa però è certa, ovvero che la Russia è nazione gelosissima della propria sovranità, inintegrabile in un sistema di dissoluzione delle sovranità come quello propugnato da Von der Leyen, di cui non si beve tutti i connessi pseudovalori.
L’impossibilità del dialogo e la tragedia del conflitto per procura
Chi, perciò, sostiene che con la Russia che – ricordiamo incidentalmente – è la prima potenza per disponibilità di arsenali nucleari al mondo e nostra vicina per invincibile fatto geografico, sia più proficuo avere buoni rapporti che cattivi rapporti, è necessariamente un traditore, un nemico. Intrattenere un dialogo con una controparte russa, sperare di riallacciare legami costruttivi e vicendevolmente benefici con la Russia, ambire che le nazioni europee possano rigodere di un livello di sovranità simile a quello di cui la Russia gode per sé stessa, supporre che le nazioni europee possano cooperare tra loro (e magari anche con la Russia) senza doversi annientare politicamente e fisicamente, è il crimine imperdonabile, lo scandalo massimo, la bestemmia inascoltabile, la vergogna davanti alla quale non resta che lo strappo delle vesti.
Le conseguenze estreme della proxy war
Chi sostiene tesi simili all’interno dell’Unione Europea cessa di essere un legittimo interlocutore e portatore di istanze politiche, così come all’esterno, sul livello delle relazioni internazionali, la Federazione Russa cessa di essere un potenziale interlocutore (come si ritiene ancora ad esempio la Cina) per divenire un nemico da annientare, impiegando alla bisogna uno stato, l’Ucraina, con il quale pure non si condivide nessun trattato di alleanza militare o di apparentamento politico, il quale si foraggia per la propria “proxy war”, impiegandolo come un drone kamikaze contro il nemico che si è manifestato in campo aperto. Il drone non sopravvive al suo attacco ma si spera che non lo faccia neanche il suo bersaglio. Preghiamo solo che i disegni di questi pazzi idioti possano essere confusi il prima possibile, prima che le conseguenze siano veramente irrimediabili.
Filippo Deidda
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