La cooperazione tra Berlino e Kiev sui dati dei residenti
In una recente intervista il ministro degli esteri di Berlino, Johann Wadephul (CDU), ha dichiarato che il governo federale tedesco si accinge a condividere con il governo ucraino dati sui cittadini residenti in Germania (circa 1,3 milioni di individui), con l’intento di favorirne il reclutamento da parte delle autorità di Kiev. Di per sé Wadephul ha rassicurato sul fatto che gli ucraini che beneficiano di permessi di residenza permanenti e di protezioni temporanee concesse per motivi umanitari a seguito del 2022 non potranno essere coercitivamente arruolati da Kiev ed espulsi dal territorio tedesco.
Aggiungiamo noi: per ora. L’orientamento sembra infatti quello di poter superare i vincoli legislativi per poter dotare le Forze Armate ucraine di nuove reclute da poter spedire al fronte, vista la crescente crisi in termini di personale disponibile, come attestato dal generale Budanov, capo ufficio della presidenza di Zelensky, già capo dell’Intelligence militare ucraina, che ha attestato che “abbiamo bisogno di reclutare almeno 30.000 al mese solo per mantenere ciò che abbiamo”. Sulla stessa linea l’ex ministro della difesa Fedorov il quale aveva dichiarato alla Rada di Kiev che le Forze Armate hanno aperto circa 200.000 procedimenti per diserzioni e che vi sarebbero 2 milioni di cittadini ucraini passibili di coscrizione renitenti alla leva.
Sistemi di reclutamento a confronto e il fenomeno della busificazione
Non è infatti da dimenticare che mentre la Russia, fatta salva la mobilitazione parziale dei 300.000 riservisti (cioè comunque personale militare) del 2022, per ora ha continuato ad alimentare il conflitto solo con reclutamenti su base volontaria, promettendo ora la libertà ai galeotti, ora alti premi in denaro, ora la cittadinanza russa per cittadini di ex repubbliche sovietiche (più recentemente la mera facoltà di conferma dei permessi di soggiorno permanenti).
L’Ucraina diversamente coscrive in massa aliquote della propria popolazione maschile, con il noto processo, spesso criticato da autorevoli fonti ucraine (come appunto l’ex ministro Fedorov o l’ex capo di stato maggiore Zaluzhny) della “busificazione” ovvero sostanzialmente del rapimento a bordo strada di ignari passanti che vengono trascinati a forza sui minibus delle squadre di reclutamento. Non è da stupirsi che, in un paese dove gran parte della popolazione parla russo e magari ha in Russia parenti o amici, o con legami o origini con le regioni secessioniste del Donbass, una larga fetta della popolazione non senta come propria tale guerra, senza tuttavia nulla togliere all’evidenza invece che vi sia un’altra consistente parte della società ucraina che sia invece disposta a continuare a battersi e a considerare la Russia come il nemico esistenziale. Senza tale componente ovviamente la guerra sarebbe già finita da un pezzo.
Le direttive europee e la complessa identità dei profughi
In ogni caso, l’iniziativa tedesca richiama quella dell’Unione Europea di luglio volta a bandire l’ingresso nell’Unione degli uomini in età militare, a loro non si applica lo status di rifugiati. Poco importa insomma che da loro si combatta effettivamente una guerra, la più vasta e violenta dalla Seconda Guerra Mondiale, per gli ucraini, che sono bianchi, europei, cristiani, competenti tecnicamente, utili per le aziende europee, che non delinquono e che non hanno difficoltà a integrarsi non vale l’onnipresente “ma loro scappano dalla guerra!”. “Vigliacchi: andate al fronte a combattere la vostra guerra”, sembra ingiungere severa l’Europa dei palazzi di vetro di Bruxelles.
Peccato però, come già detto, che magari molti di costoro non considerano questa come la propria guerra. Ucraini sul passaporto ma magari con un padre, uno zio, una moglie, un figlio e così via che abita a Donetsk, a Lughansk, a Sebastopoli, a Belgorod, a Mosca. Magari in esilio in Europa frequentano una parrocchia della Chiesa Ucraina Ortodossa, spiritualmente sempre legata al patriarcato di Mosca, il cui pope magari non potrebbe tornare in Ucraina perché persona non grata. Magari nati quando i due paesi erano ancora uno solo, magari capaci solo di parlare in russo e incapaci di usare la lingua ucraina che a forza si sono autoimposti di parlare gli uomini del governo di Kiev.
Il doppio standard sulle tutele umanitarie
Tutto ciò però è irrilevante, le ragioni umanitarie – vere o presunte tali o magari neanche presunte nei casi conclamati di pura emigrazione economica – sempre sacrosante se si tratta di pakistani, afghani, siriani, cingalesi, somali, marocchini e chi più ne ha più ne metta non si applicano agli ucraini. Le frontiere si possono chiudere e si può collaborare con un governo straniero per tracciarne (niente dramma su “schedature” o “liste di deportazione” in questo caso?) anche i cittadini residenti, anche in conformità a qualunque legge, nazionale o internazionale. Vadano a combattere il nostro vicino nucleare, sarà così più grande l’Europa, da Lisbona a Leopoli e non plus ultra.
Filippo Deidda
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