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Home Archivio 900

50 anni fa lo scioglimento di Ordine Nuovo deciso dal ministro Taviani

Redazione di Redazione
23/09/2024
in Archivio 900, Cultura
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50 anni fa lo scioglimento di Ordine Nuovo deciso dal ministro Taviani50 anni fa lo scioglimento di Ordine Nuovo deciso dal ministro Taviani – Ringraziamo vivamente Sandro Forte, autore del libro Ordine Nuovo Parla, per aver condiviso con noi un lungo articolo sulle cause che portarono allo scioglimento di Ordine Nuovo.

Il 23 novembre 1973, dopo un processo per Ricostituzione del Partito Nazionale Fascista iniziato nel 1971 contro i dirigenti del Movimento Politico Ordine Nuovo, il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani (per sua ammissione capo della struttura Gladio in Italia) decretava lo scioglimento e la confisca dei beni del Movimento.

La legge Scelba del 1952, con la quale i magistrati condannarono a varie pene i dirigenti, sancisce che uno dei presupposti per le condanne deve essere l’uso della violenza quale metodo di lotta politica (in riferimento allo squadrismo dei primi moti fascisti).

Le violenze mai esistite

Ora, qualcuno, se si prendesse la briga, esattamente a cinquanta anni di distanza, di consultare tutti i giornali d’epoca diciamo dal novembre1969, mese della fondazione di Ordine Nuovo nella versione di movimento extraparlamentare, sino appunto alla data del suo scioglimento, non troverebbe traccia di nessuna violenza, nessuno scontro, nessuna manifestazione violenta o devastatrice che porti la firma di Ordine Nuovo, né si ha notizia di nessuno dei suoi militanti arrestato. E questo in anni in cui, viceversa, le pagine dei giornali erano piene articoli e immagini sulla sinistra extraparlamentare (dal Movimento Studentesco a Potere Operaio, da Lotta Continua a Avanguardia Operaia) che metteva letteralmente a ferro e fuoco le città, devastando macchine, vetrine, gettando bottiglie molotov, scontrandosi con la polizia e via dicendo.

Non che i militanti nazional-rivoluzionari fossero degli angioletti, anzi il contrario, ma sempre nelle dinamiche di quei tempi, quando l’agibilità politica e le pratiche di proselitismo venivano difese anche con lo scontro fisico.

DIGOS e questura al lavoro per inventare i reati

Succedeva giornalmente e in tutte le città d’Italia e questi piccoli episodi, in cui erano partecipi militanti di destra e sinistra di tutte le organizzazioni giovanili, non potevano certo destare allarme.

Nel caso del processo a ON, la polizia politica, la famosa Digos, incaricata città per città dalla magistratura di redigere l’elenco degli ordinovisti e di segnalare le violenze fasciste compiute, ebbe un bel da fare a trovare episodi da riportare.

In quanto agli elenchi, di solito erano poco attendibili e finirono imputate diverse persone che con il Movimento poco ci entravano; per le violenze furono due soltanto gli episodi che arrivarono in tribunale: una scazzottata all’università di Verona e un sasso lanciato verso la finestra del ministro Sullo (contestatissimo ministro dell’Istruzione di quegli anni). Episodi assolutamente irrilevanti per dimostrare l’uso della violenza come metodo di lotta politica.

Processo a ON, processo alle idee

Ma, a parte questo, i giudici per comprendere se il Movimento Politico Ordine Nuovo rappresentasse o meno un tentativo di ricostituire il Partito Fascista poterono avvalersi di un documento difensivo, redatto da Clemente Graziani, intitolato Processo a Ordine nuovo. Processo alle idee, da considerarsi il manifesto del MPON. Infatti, il massimo dirigente ordinovista rifiutò di essere interrogato, richiamandosi alla sua memoria; ciò che fecero anche gli altri maggiori imputati.

Graziani precisava che, quantunque il documento potesse risultare controproducente per la posizione processuale del movimento, egli si curava non del Tribunale, ma della Storia: per questo, formalmente imputato ma sostanzialmente accusatore, presentava e diffondeva il memoriale per documentare come fosse in atto in un processo persecutorio, un processo alle idee.

Cosa dice Graziani

Posto, poi, che ricostituire il Partito Fascista sarebbe stato non un fatto politico ma un fenomeno maniacale, da ricondursi ad un quadro neuropsichiatrico, precisava che […] l’ordinovismo si pone come fatto culturale e politico assolutamente originale rispetto a tutti gli altri movimenti, il movimento fascista compreso.

Sicché affermava che, anche se il nostro giudizio sul fascismo (ripetiamo: giudizio storico e non altro!) è in larga misura positivo, permaneva una nostra rigorosa critica sul piano delle idee e su quello delle realizzazioni.

All’approfondimento teorico, secondo il leader del MPON, non sarebbero sopravvissuti alcuni valori qualificanti del fascismo: il nazionalismo, lo Stato totalitario, il culto del Duce, il cattolicesimo.

Graziani procedeva così a illustrare le nozioni fondamentali della propria ideologia.

Tradizione sarebbe un concetto metafisico e metastorico, compendiante i valori che da sempre elevano l’uomo, e che permeano una società aristocratica e organicamente strutturata, ordinata in forma gerarchica.

Lo stato organico

Allo Stato totalitario Ordine Nuovo opponeva lo Stato organico, come realtà omnia potens, ma non omnia faciens. In questa prospettiva lo Stato organico non permeerebbe tutta la realtà sociale, ma si limiterebbe a coordinare l’azione degli individui e delle strutture intermedie, convogliandole verso un fine comune, salva la relativa autonomia.

Mentre nello Stato totalitario l’unità sarebbe coartata ab externo, nello Stato organico essa deriverebbe naturalmente da una comune idea-forza.

La violenza, come la guerra che ne è l’espressione ultima e totale, può essere giusta o ingiusta, santa o criminale, borghese, proletaria o rivoluzionaria: in sé e per sé non può venire quindi criticata, bisogna aggettivarla in qualche modo.

La conclusione di Graziani

Graziani, peraltro, rammentato che ON è un movimento rivoluzionario, specificava che la rivoluzione non implicherebbe necessariamente l’impiego della violenza perché le rivoluzioni si affermarono con la forza delle loro idee.

In questa prospettiva il MPON aveva combattuto la sua battaglia rivoluzionaria contro la società borghese nel quadro della legalità e concludeva: Noi siamo quindi in attesa, Signori del Tribunale, per sapere dal Vostro verdetto […], se ON può continuare ad agire sul piano della legalità oppure se deve ricorrere a mezzi di lotta previsti nei periodi di repressione e di persecuzioni democratiche.

Non invidiamo il Vostro compito, Signori del Tribunale. Siamo qualcosa di ben diverso (e ve lo abbiamo dimostrato) dal fascismo e il sistema Vi chiede di condannarci come fascisti […], Vi chiede di condannarci come violenti, cioè Vi esorta […] ad esercitare Voi la più esecrabile delle violenze e degli arbitri: quelli che si mascherano e si proteggono sotto la toga. Il sistema Vi chiede di soffocare le idee con l’uso delle manette, ma Voi ben sapete che le idee non si distruggono con la persecuzione. Inoltre, Voi sapete che, qualunque sia il Vostro verdetto, Ordine Nuovo vivrà.

L’incontro tra Occorsio e Taviani

Il ministro Taviani successivamente racconta cosa avvenne in quei giorni: “Il sabato 20 ottobre 1973 chiese e venne a visitarmi al Viminale il magistrato Occorsio; mi disse: II processo su Ordine Nuovo sta per concludersi con il riconoscimento che Ordine Nuovo è la ricostituzione del Partito Fascista. Non finirà ancora una volta tutto nel nulla?

Gli risposi negativamente; da quando ero rientrato al ministero nel luglio 1973 mi ero reso conto della pericolosità che avevano assunto i gruppi di estrema destra, ormai sconfessati dallo stesso Movimento Sociale” (quindi Pubblico ministero e ministro dell’Interno sapevano della condanna prima ancora che uscisse la sentenza?!).

L’incontro tra Taviani e il governo

Il 21 novembre 1973 il Tribunale di Roma emise la sentenza che riconosceva in Ordine Nuovo la riorganizzazione del disciolto Partito Fascista.

Racconta Taviani: “La sera si teneva il Consiglio dei ministri: mi recai a Palazzo Chigi con un’ora di anticipo, entrai da Rumor, presidente del Consiglio, e gli proposi il decreto di scioglimento di Ordine Nuovo. Rumor rimase perplesso; Piga, capo di Gabinetto, era nettamente contrario.

Arrivò Moro, ministro degli Esteri, nello studio di Rumor: inopinatamente Moro si mostrò contrario alla mia proposta.

La sua contrarietà a porre fuori legge Ordine Nuovo derivava dal fatto che egli temeva che il provvedimento avesse l’effetto di aggravare la tensione.

Io ritenevo invece che, senza un segno preciso dell’Esecutivo, i servizi e gli organi periferici avrebbero continuato a vedere tutti i pericoli solo a sinistra, senza prendere sufficientemente sul serio il pericolo montante dell’estrema destra. Rumor si convinse, portai il decreto in Consiglio dei Ministri.

La proposta di porre fuorilegge ON

Dopo le prime pratiche e le varie nomine di routine, Rumor mi diede la parola. Proposi al Consiglio di autorizzarmi a porre fuori legge il movimento di Ordine Nuovo, dichiarato con sentenza di primo grado della magistratura ricostituzione di Partito Fascista. Il Consiglio approvò all’unanimità dei presenti. Al termine il ministro Malfatti mi chiese se si trattasse di atto dovuto.

Gli risposi di no, perché la legge Scelba era stata emendata e l’atto dovuto si sarebbe avuto soltanto con l’ultimo passaggio alla Corte di Cassazione.

È stato un atto politico. Tornai al Viminale e firmai in data 23 novembre il decreto di scioglimento che non vi leggo ma trasmetto agli atti”.

Dopo il processo ai dirigenti, la repressione di Stato si abbatté anche sui semplici aderenti e 119 militanti molto giovani furono mandati alla sbarra.

Le perplessità di Rumor, la contrarietà di Moro e di Piga testimoniano della gravità della decisione repressiva.

Come temeva Moro, avrebbe potuto innalzare la tensione. Di più: avrebbe potuto dar luogo a frammentazioni dell’arcipelago nero e alla nascita di gruppuscoli eversivi particolarmente pericolosi e incontrollabili; Moro parlò proprio di creazione di schegge impazzite.

La strategia del governo

Questa osservazione ha condotto più di una persona a ritenere che dietro lo scioglimento di Ordine Nuovo vi fosse la volontà del ministro Paolo Emilio Taviani di creare un mostro di destra, su cui scaricare le responsabilità di tutte le stragi e degli attentati terroristici.

Così come avvenne nel 1974, con le attività terroristiche del Mar del partigiano bianco Fumagalli, con la strage di Brescia, con l’Italicus e infine con gli attentati di Ordine Nero (che, come dimostrato anche dai processi, nulla c’entrava con Ordine Nuovo). Proprio quegli attentati, che Pierpaolo Pasolini nei famosi Scritti corsari definì, al contrario di Piazza Fontana, come “antifascisti”.

Usare lo spauracchio fascista per rafforzare il governo

Secondo l’intellettuale, infatti, erano operazioni per provocare uno sdegno e una mobilitazione antifascista che si estendevano a tutto l’Arco costituzionale, trovando un’unità di comodo che nascondeva molte verità e aveva una finalità non destabilizzante, ma al contrario stabilizzante per il sistema.

Il tentativo, svelato poi dal “gladiatore” Taviani a Pietro Buscaroli in un’intervista mai smentita, era alla fine quello di screditare tutta la destra, col fine di recuperare i due milioni di voti del MSI che servivano urgentemente ad una Democrazia Cristiana con l’acqua alla gola di fronte all’avanzata del PCI.

Lo scioglimento di Ordine Nuovo, quindi, fu il primo passo di una strategia che andava ben oltre la chiusura di un movimento extraparlamentare.

Ancora oggi l’aggettivo ordinovista e la definizione cellule ordinoviste vengono usati da tanti giornalisti, storici e magistrati per definire qualsiasi gruppetto neofascista degli anni Settanta.

Avere una sigla che tutto comprende fa molto comodo ad ogni tipo di ricostruzione o di inchiesta (il teorema Salvini docet). Però è come se si definissero “brigatisti” tutti i componenti dei gruppi armati di sinistra.

Una falsità che, passati cinquanta anni dallo scioglimento, andrebbe smascherata, una volta per tutte.

Sandro Forte

 

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