Per anni ci hanno spiegato che l’Italia doveva difendere i confini, fermare gli sbarchi, invertire il modello immigrazionista della sinistra globalista. Ed è anche per questo che milioni di italiani hanno votato l’attuale maggioranza.
Poi però arriva il ministro Urso e scopre improvvisamente che la Spagna cresce più dell’Italia anche grazie all’immigrazione. Una scena quasi surreale. Da anni la sinistra giustifica l’immigrazione quasi esclusivamente attraverso i numeri del PIL e della crescita economica. La novità, semmai, è sentire argomenti molto simili uscire dalla bocca di un ministro di un governo eletto anche promettendo un cambio di paradigma sul tema migratorio.
La differenza tra Spagna e Italia
Urso, va detto, introduce una distinzione: secondo lui la Spagna avrebbe beneficiato di un’immigrazione sudamericana culturalmente e linguisticamente più integrabile rispetto a quella che arriva in Italia. Ed è una differenza reale.
Ma il paradosso politico resta intatto perché per anni il centrodestra ha raccontato agli italiani che l’immigrazione di massa non fosse un modello economico desiderabile. Oggi invece scopriamo che il problema non sarebbe l’immigrazione in sé, ma semplicemente “quale” immigrazione.
Importare i nuovi schiavi
Una specie di globalismo selettivo. Proseguendo, Urso nasconde completamente uno degli effetti economici più evidenti dell’immigrazione di massa, cioè la pressione al ribasso sul costo del lavoro. Quando aumenta enormemente l’offerta di manodopera, il risultato spesso è semplice: i salari si abbassano o restano stagnanti, il potere contrattuale dei lavoratori si indebolisce e interi settori economici si abituano a competere comprimendo gli stipendi invece di innovare. Così il PIL magari cresce, ma la qualità della vita no.
Una crescita statistica che spesso non coincide con un reale benessere popolare. Per questo il trionfalismo sui numeri spagnoli andrebbe preso con molta cautela. Perché se una parte del sistema economico ride grazie a più consumi, più manodopera e più domanda interna, un’altra parte della popolazione piange: lavoratori più ricattabili, salari più bassi, periferie più instabili e tensioni sociali crescenti.
Il nodo energetico
Passando poi ad altro punto fondamentale, Urso indica il costo dell’energia. Ed è qui che emerge una contraddizione ancora più grande. Perché se l’Italia cresce meno non è soltanto per una questione demografica, ma perché le sue imprese operano con costi energetici enormemente superiori rispetto a molti concorrenti europei, dentro un sistema di vincoli comunitari che penalizza soprattutto chi produce.
Lo diciamo noi e non Urso, che forse se ne guarda bene dal farlo, Il problema è che mentre Roma continua diligentemente a rispettare ogni direttiva, ogni parametro e ogni vincolo imposto da Bruxelles, altri Paesi europei fanno esattamente ciò che conviene ai propri interessi nazionali. La Francia interviene pesantemente in economia quando serve e protegge il proprio comparto energetico strategico.
La Germania aggira, interpreta e modifica le regole europee ogni volta che deve difendere la propria industria. L’Italia invece resta spesso il primo della classe: obbediente con Bruxelles e inflessibile soltanto con sé stessa.
Tornare a fare figli
Così il risultato finale diventa paradossale: da una parte si accetta implicitamente l’idea che la crescita debba arrivare attraverso più immigrazione e più forza lavoro a basso costo; dall’altra si continua a soffocare il sistema produttivo nazionale con energia cara, burocrazia europea e rigidità che altri Stati ignorano.
Dov’è quindi finita la promessa di un modello alternativo? Dov’è l’idea di una nazione che torna a crescere facendo figli, difendendo il lavoro dei propri cittadini, abbassando il costo dell’energia, ricostruendo il ceto medio e liberandosi dei lacci europei che strangolano industria e salari?
La sensazione è che anche una parte della destra di governo stia lentamente scivolando verso la stessa logica economicista che per anni aveva contestato alla sinistra: l’uomo ridotto a semplice fattore produttivo.
Gianluca Mingardi
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