A 51 anni, dopo un infortunio sul lavoro che lo ha costretto sulla sedia a rotelle, pensava almeno di poter vivere con dignità nella propria casa. Invece oggi L.C. si ritrova ostaggio di un ascensore installato ma mai collaudato, impossibilitato a uscire autonomamente dal suo appartamento al terzo piano.
La vicenda inizia nel 2019, quando l’INAIL concede a L.C. un contributo economico per abbattere le barriere architettoniche nella casa acquistata e ristrutturata pochi anni prima. Per i lavori, L. si affida a una ditta che – racconta – gli avrebbe garantito di occuparsi di tutto: pratiche, contratti e installazione dell’ascensore.
L’impianto viene installato . Terminati i lavori, però, qualcosa si inceppa. O meglio: nessuno si accorge che l’ascensore, pur essendo stato utilizzato per circa due anni, non sarebbe mai stato immatricolato né collaudato.
La scoperta arriva quando L. chiede un intervento di manutenzione.
“A quel punto mi hanno detto che l’ascensore non risultava collaudato ma io i soldi li ho versati tutti e posso dimostrarlo con bonifici, documenti e con il contributo INAIL”.
Da allora la situazione è precipitata. L’ascensore ha smesso di funzionare e, secondo quanto riferisce L., l’azienda si rifiuterebbe persino di effettuare un sopralluogo per un preventivo di riparazione, sostenendo che mancano manutenzioni pregresse e documentazione tecnica.
Prigioniero nella propria casa
Nel frattempo, però, a pagare le conseguenze è soltanto lui.
“Oggi per entrare e uscire di casa sono costretto a fare le scale con il sedere. Mia moglie ha la schiena distrutta e non riesce più ad aiutarmi. Mi sento abbandonato da tutti”.
Una situazione che solleva interrogativi pesanti: come è stato possibile utilizzare per anni un impianto mai collaudato? Chi avrebbe dovuto verificare la regolarità dell’ascensore? E soprattutto: perché un cittadino disabile che ha regolarmente pagato i lavori deve ritrovarsi senza alcuna tutela?
L. chiede soltanto una soluzione concreta e il ripristino di un diritto fondamentale: poter vivere nella propria abitazione senza essere prigioniero delle scale.
“Oggi non sto chiedendo favori”, dice. “Chiedo solo di poter entrare e uscire da casa mia in condizioni dignitose”.
La famiglia è pronta a mettere a disposizione tutta la documentazione relativa ai pagamenti effettuati, ai contributi INAIL ricevuti e alle comunicazioni intercorse con le aziende coinvolte.
Non si tratta soltanto di un ascensore fuori uso o di una pratica burocratica incompleta. Qui è in gioco qualcosa di molto più profondo: il diritto alla dignità, all’autonomia e alla libertà di movimento di una persona disabile.
Fa impressione pensare che nel 2026, in un Paese che parla continuamente di inclusione, abbattimento delle barriere architettoniche e tutela dei più fragili, un uomo possa ritrovarsi prigioniero nella propria abitazione per responsabilità che nessuno vuole assumersi.
Ancora più grave è il silenzio che spesso circonda vicende come questa: rimpalli, omissioni, carte mancanti e attese infinite, mentre nel frattempo una persona continua ogni giorno a fare i conti con una sofferenza concreta, fisica e umana.
Perché una società civile si misura anche da questo: dalla capacità di intervenire quando i diritti fondamentali vengono calpestati. E nessuno, oggi, dovrebbe essere costretto a trascinarsi sulle scale per poter semplicemente uscire di casa.
Valerio Arenare
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