Siamo nel Perù degli anni ’30, più precisamente nel Distretto di Ticrapo.
Lì viveva la famiglia Medina composta da papà Tiburcio, mamma Victoria e i loro numerosi figli e figlie. La famiglia era molto povera, ma anche molto unita e capace di superare insieme le avversità della vita. Avversità che sembrano presentarsi quando il ventre della loro bambina, Lina, di soli 5 anni all’epoca, comincia a gonfiarsi misteriosamente, mese dopo mese.
Preoccupati possa trattarsi di un tumore, i genitori la portano all’ospedale San Juan de Dios di Pisco per farla visitare.
Lì invece, con stupore di tutti, medici e genitori, si scopre che la bambina è incinta di ben sette mesi.
I genitori sono certo sollevati di sapere che la loro piccola non è affetta da un male incurabile…ma la notizia che gli è arrivata è comunque sconvolgente e non sanno come comportarsi.
Si consultano a lungo col medico e, uniti tutti da una profonda fede cattolica e dalla fiducia di poter riuscire a compiere qualcosa di straordinario, decidono che il bambino verrà tenuto e Lina verrà aiutata in questa prova enorme per una bambina così piccola.
È il dottor Gerardo Lozada Murillo di Arequipa che decide di prendere in cura la piccola paziente: prima portandola a Lima per far confermare lo stato di gravidanza ad altri specialisti e poi spendendo i successivi mesi, giorno per giorno, a preparare psicologicamente e fisicamente la piccola Lina a quella titanica impresa.
Alla bambina viene spiegato tutto con dolcezza, ma anche con sincerità, sia la sua condizione, sia la procedura che riceverà.
Un mese e mezzo più tardi, il 14 Maggio 1939, la piccola Lina dà alla luce un bambino maschio perfettamente sano.
L’operazione fu praticata dallo stesso Lozada tramite parto cesareo (scelta imposta dal bacino troppo esile della piccola), dal collega Alejandro Busalleu e dall’anestesista Rolando Colareta che somministrò a Lina un anestetico molto potente e poco invasivo chiamato “anestesia della regina”, una sostanza volatile che, a contatto con l’ossigeno, si dissolve sotto forma di schiuma.
Al bambino, di 2,7 kg di peso, venne dato il nome Gerardo, in onore del dottor Lozada.
Non furono mai chiarite le circostanze che portarono alla gravidanza della bambina, né l’identità del responsabile. Lina non disse niente in merito, forse per sua decisione o forse per rimozione psicologica del fatto.
Verrà arrestato per violenza sessuale e incesto il padre di Lina, Tiburcio, ma verrà in seguito scagionato per insufficienza di prove.
Poiché la famiglia di Lina era molto povera, venne creata dal governo peruviano una commissione demandata alla cura e alla tutela del neonato.
Il dottor Lozada continuerà ad accompagnare Lina nella sua vita permettendole un’istruzione e offrendole un posto come segretaria nella sua clinica, con la quale la Medina riuscirà a garantire al figlio gli studi superiori.
Il giovane venne allevato nella famiglia Medina convinto che Lina fosse sua sorella, solo in adolescenza gli verrà detta la verità.
Lina Medina sposò Raul Jurado col quale avrebbe avuto un secondo figlio nel 1972 e vive ancora oggi a 92 anni nel quartiere di “Chicago Chico” di Lima.
Gerardo invece, nonostante una crescita in salute, morì di mielofibrosi a 40 anni.
Benché si sia sospettato che il caso fosse un falso, la storia di Lina è suffragata dalle fonti e casi come il suo, di pubertà precoce e gravidanza infantile, sono rari ma non sconosciuti alla letteratura medica.
Non è una storia per i deboli di cuore, non è una storia da immagine patinata.
Una bambina violentata, una famiglia poverissima, paura, sconcerto, incertezza.
Per uscirne ci sono volute molte cose: la Fede di tutti i protagonisti, il coraggio dei genitori e della piccola Lina, la straordinaria intraprendenza medica del dottor Lozada e la presenza di una società che per accogliere la vita si rimbocca le maniche, non lasciando soli i suoi cittadini.
Cristiani o Atei credo che tutti concordiamo che la Vita sia una cosa straordinariamente grande e potente, anche quando è piena di avversità.
Anche quando, come è accaduto a Gerardo Medina, essa si interrompe a 40 anni.
Ma a Gerardo venne data comunque la possibilità di viverla, rispettando il suo diritto umano a vivere, a esistere, a “potersela giocare”. Questa storia non vuole provare punti o gettare accusa a chi pensa e agisce diversamente da chi scrive.
Vuole solo essere una storia di ispirazione umana e un alto appello a ricordare che la Vita è il bene più prezioso.
Ringraziamo gli amici de il Megafono cattolico per la pubblicazione
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