La deriva dei sessi e la crisi d’identità
Ipocriti, smemorati e pavidi i maschi occidentali che rinunciano a rivendicare il loro naturale ruolo nella società familiare e nel rapporto con l’altro sesso. Come nella deriva dei conti nenti, in cui due faglie si allontanano o si spingono tra loro sino a confondersi modificando la crosta terrestre, così da decenni i sessi sono alla deriva. Confliggendo tra loro e spingendosi l’un nell’altro, come nel mischiare un mazzo di carte, si confondono rendendo indecifrabile la loro identità. I giovani e i giovanissimi ormai si assimilano, si somigliano fisicamente ed esteticamente, fragili e moralmente impotenti.
Certo, sono il frutto di questa società dei consumi, con la differenza che questi orfani della famiglia aderiscono a consumi indifferenziati; nel senso che la stessa “offerta” è fruibile indifferentemente da maschi e femmine, se ancora possiamo così distinguerli. Le “femministe” dagli anni ’70 in poi non lottano per raggiungere il maschio, ma per superarlo dominandolo.
La famiglia, prima cellula della società, si è dissolta. In parte per gli stessi motivi della religione: confusa o dissolta l’identità, cancellata la tradizione, venuta meno la “gerarchia” dei valori e dei ruoli. Si è assistito alla nascita di una sorta di ecumenismo familiare che pone sullo stesso piano genitori e figli, ma ancora si parla ipocritamente di patriarcato, cui si addebita ogni sorta di responsabilità: dai cosiddetti femminicidi alla violenza giovanile, fino al bullismo.
La fine del patriarcato ha una data precisa
Al di là di ogni altra considerazione storica o sociologica sulla estinzione del patriarcato, si dimentica che esiste una data precisa in cui se ne è stabilita la fine: il 22 maggio 1978, con la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, ovvero l’aborto non terapeutico. Non per l’aborto in sé, o quantomeno non solo, ma per le motivazioni e le modalità dello stesso.
Certo, la soppressione di una vita, sia pure allo stadio iniziale, è stata ritenuta recessiva, nel bilanciamento degli interessi e dei valori in gioco, rispetto a un asserito diritto assoluto della donna, e solo suo, a sentirsi libera da ogni responsabilità naturale o sociale. Un diritto che disintegra il diritto di chi, “chiamato” al mondo, viene soppresso con la stessa disinvoltura con cui si elimina un inestetismo che deturpa il viso; ma questo argomento controverso non è l’oggetto di questo scrivere.
L’esclusione del padre e il verdetto finale
Ciò che invece conferma l’assunto iniziale della morte ufficiale del Padre, e quindi del patriarcato con la legge sull’aborto, è un fatto preciso. Benché per la nascita della vita sia necessaria la collaborazione di una femmina e di un maschio, madre e padre, per la soppressione di quella vita creata insieme conta solo la volontà della “madre”. Il padre non è contemplato, interpellato, anzi, nemmeno avvisato. Il padre non ha diritti, non entra nella valutazione di alcun interesse: è, per legge, inesistente.
Il progresso scientifico, poi, potendo far incontrare ovuli e spermatozoi nell’asettico ventre di una provetta, ha reso oggi invisibili, o meglio indistinte, anche le madri. Signore donne, non me ne vogliate per aver citato l’aborto, argomento di cui solo voi potete discutere, ma almeno vi chiedo di non attribuire a noi maschi ogni malvagità. Perché noi Padri abbiamo un alibi di ferro: non esistiamo più.
Giovanni Preziosa
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