Doppiopesismo e narrazioni: la sinistra italiana tra opposizione e governo
Imbarazzante, mancanza di una posizione chiara, perdita del primato morale: sono queste alcune delle parole con cui Massimo D’Alema ha giudicato l’operato del ministro degli Esteri Antonio Tajani e, per estensione, la linea del governo italiano nel contesto delle tensioni internazionali recenti.
L’analisi che ne deriva da parte di D’Alema è netta: secondo lui, l’Italia dovrebbe prendere una posizione più decisa contro le “prepotenze” degli Stati Uniti e dei loro alleati. A prima vista, l’appello alla coerenza morale potrebbe sembrare condivisibile.
Tuttavia, se si confrontano queste dichiarazioni con la storia politica della sinistra italiana degli ultimi decenni emerge una costante difficile da ignorare: il doppiopesismo tra opposizione e governo.
La memoria corta
Quando la sinistra è all’opposizione, diventa immediatamente possibile denunciare le “prepotenze” degli Stati Uniti e dei loro partner, invocare il diritto internazionale, criticare gli interventi militari e richiamare la difesa dei diritti umani come valore assoluto. In tali momenti, ogni crisi internazionale è interpretata attraverso una lente moralistica: gli Stati Uniti sono aggressivi, gli interventi sono ingiustificati, le potenze occidentali perseguono interessi egemonici a scapito dei popoli.
Quando però la stessa parte politica si trova al governo, la musica cambia radicalmente. Le stesse alleanze, le stesse relazioni con Washington e con le altre capitali occidentali vengono rivendicate come frutto di responsabilità, stabilità e coerenza di strategia estera. Le critiche diventano eccezioni, le “prepotenze” si trasformano in operazioni legittime necessarie alla sicurezza globale e le gerarchie geopolitiche vengono accettate come dati di fatto indiscutibili.
Da che pulpito…
Questa dinamica – critica da parte di chi è all’opposizione, sostegno da parte di chi è al governo – si rispecchia nelle dichiarazioni di D’Alema.
È significativo che le critiche più severe arrivino oggi, proprio mentre la sinistra non è alla guida dell’esecutivo. Il fulcro non è quindi tanto la coerenza di giudizio sui fatti, quanto il ruolo politico in quel momento ricoperto.
Se si confrontano le critiche di D’Alema con il modo in cui la sinistra italiana ha interpretato altri eventi internazionali negli anni passati, si nota la stessa grammatica comunicativa: quando l’amministrazione statunitense è percepita come “allineata” a ideali progressisti o quando le politiche estere occidentali sono lanciate sotto presidenti democratici, quella stessa sinistra tende a declinare in termini positivi o giustificati interventi che altrimenti denuncerebbe.
La sinistra italiana ha una lunga tradizione di servaggio verso gli USA
Il messaggio implicito che emerge da questa alternanza di giudizi è semplice: la narrazione di un intervento internazionale dipende più dal contesto politico interno che da criteri coerenti di principio. In altre parole, non si criticano i “poteri forti” o gli Stati dominanti quando si è chiamati a governare insieme a loro o a condividere con essi i manifesti politici (semmai ne esistano ancora); si criticano solo quando si è all’opposizione e si cerca una posizione identitaria alternativa.
Questa oscillazione non è soltanto retorica: plasma il modo in cui una parte politica costruisce il consenso, interpreta i conflitti e si presenta all’elettorato.
La politica italiana sembra aver fatto di questa alternanza tra denuncia moralistica in opposizione e adesione quando governa una sorta di prassi. E per non modificare la propria cifra etica, si guarda bene dal dire la verità.
Gianluca Mingardi
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