«C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole / anzi di stantio, io vivo altrove, e sento / che va materializzandosi, intorno, in sordina, / un proposito covato da tempo». Chiedo venia per aver ricorso alla parafrasi di una poesia del Pascoli per delineare una realtà geostrategica che, pur sotto gli occhi di tutti, è andata pian piano realizzandosi nel silenzio collettivo e ora è quasi giunta a compimento. È dal 1948 che in terra israelo-palestinese si susseguono scontri, sassaiole, provocazioni, guerre e accordi. In quel bailamme Israele è sempre andato espandendosi applicando troppo spesso la tracotanza e l’ipocrisia, mentre i palestinesi — imbeccati da paesi arabi che li considerano solo uno spendibile strumento di politica estera — hanno adottato la peggior dabbenaggine. Una condotta che li ha portati alla definitiva sconfitta, che oggi si traduce con una sola parola: irrilevanza.
La geografia del collasso
Sancita ormai l’irrilevanza della questione palestinese, è ora di prendere atto di come è cambiato il Medioriente, una realtà geopolitica troppo vicina a noi per essere ignorata. La Palestina è ridotta a macchie di leopardo sempre più piccole, pressate da insediamenti di coloni, sulle quali tenta di governare una leadership debole e delegittimata, incapace di portare sulla scena internazionale istanze che non siano le sassaiole di un popolo esausto della tracotanza israeliana. Parallelamente, il Libano è a pezzi, macinato da Tsaal (l’esercito israeliano) che a cadenza ne invade il sud non disdegnando di colpire Beirut.
Il rebus siriano
La Siria ha cambiato volto. Non è più un paese governato da una presidenza di ispirazione sci’ita alleata di Teheran, ma è diventata un’entità islamico-sunnita di natura shari’atica, ispirata dalla Fratellanza Musulmana. Il suo nuovo presidente, già affiliato all’ISIS/Daiish, ha portato il paese sotto il giogo dei paesi fondamentalisti del Golfo, inserendolo in un’alleanza che mai si sarebbe pensata solo due anni fa: quella israelo-statunitense (da sempre considerati dall’Islam più intransigente, i satanassi per antonomasia)..

In tale contesto, stupisce che il leader siriano, per vocazione già ferocemente antiebraico, non abbia ancora sollecitato a Israele la restituzione delle alture del Golan, in ottemperanza alle determinazioni ONU. Il sospetto che Al-Jolani abbia abbandonato i propositi jihadisti per sposare una politica filo-occidentale è concreto, così come il dubbio che il jihadismo che ha abbattuto Bashar al-Assad avesse i medesimi padrini: USA, Israele e monarchie del Golfo.
Il destino della Terra Promessa

Quanto a Israele, la tenuta del fronte interno, in cui prevale un anti-netanyahuismo di maniera, è marginale e non impedisce il rispetto di un’antica road-map. L’attuale invasione del sud del Libano sembra avere un obiettivo che va ben oltre la caccia ai rimasugli di Hizb Allah: l’occupazione della valle della Beqaa, già quartier generale dello sci’ita “partito di Dio”. Tutto sta cambiando affinché tutto si accodi al progetto di un Israele che prevede di realizzare, un poco alla volta, l’obiettivo millenario: lo “Eretz Israel”, ossia la terra d’Israele completa secondo la promessa biblica. La geografia politica della Terra Promessa è vaga, ma sembra che la versione moderna preveda di estendersi dalla Beqaa al Sinai e dal Mediterraneo fino al Tigri.
Corrado Corradi
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