Un amico mi scrive scandalizzato: secondo lui, alcune prese di posizione dimostrerebbero – sono le sue parole – che sono “passato a sinistra”. Immagino si riferisca alle opinioni sulla guerra in Medio Oriente, al rifiuto dell’atlantismo, dell’occidentalismo e alla polemica antiliberale. Non contesta i contenuti, se non rispolverando pigre divisioni mentali, simili ai protocolli burocratici e alle linee guida che esentano dal pensiero. Vano spiegare che la destra e la sinistra, categorie assai utili nella segnaletica stradale, lo sono molto meno nel dibattito postmoderno. I riflessi pavloviani vincono sulla razionalità e sul merito delle questioni. Esiste tuttavia un punto su cui le vecchie partizioni hanno ancora senso, ed è il giudizio sul concetto di uguaglianza. Qui la divaricazione resta, poiché si tratta di due modi incompatibili di vedere l’uomo e la realtà. Da una parte chi constata la disuguaglianza come fatto naturale, biologico, esistenziale; dall’altra chi sottolinea gli elementi comuni a ogni uomo.
Il sogno contro il sonno
Perfino il colto reazionario Nicolás Gómez Dávila riconosceva il dilemma, insolubile e vecchio quanto il mondo. In uno dei suoi fulminanti aforismi prendeva atto della necessità di “trovare un equilibrio tra l’evidente ineguaglianza degli uomini e la loro evidente uguaglianza”. Una lezione anche per chi, come chi scrive, è sostenitore della disuguaglianza ed acerrimo nemico dell’egualitarismo. Forse aveva ragione Totò, un artista a tutto tondo più che un comico geniale, nella lirica ‘A livella, in cui spiega che alla fine è la morte la sola, vera, invincibile uguaglianza. Lo sapeva il poeta romantico Heine: i saloni mentono, le tombe sono sincere. Lo stesso Dávila, aristocratico dello spirito, scrisse che l’uguaglianza, quand’anche fosse verità, non sarebbe un valore in sé. Un’altra riflessione dell’intellettuale colombiano è la seguente: “sinistra e destra si distinguono per la diversa interpretazione che danno al titolo ambiguo di un Capriccio di Goya: ‘Il sueño della ragione genera mostri’. La sinistra traduce sonno, la destra sogno”. Folgorante proposizione del principio di realtà contro tutti gli utopismi, dell’essere contro l’astratto dover essere.
L’esca del conformismo
Un altro pensiero di Don Nicolás è: “la sinistra è un rettilineo che non guarda al paesaggio, la reazione una strada in collina piena di curve”. Spero di aver dissipato le ombre e aver risposto all’implicita richiesta di dire qualcosa considerato di destra. Ci provo affermando che l’uguaglianza non è un fine lodevole o un bene. Sono anzi convinto che sia uno dei mali peggiori. L’impulso egualitario viene usato come esca per promuovere un’etica a buon mercato intrisa della logica emozionale dei mediocri che sovverte l’ordine naturale, una religione spuria con la quale la parte più bassa dell’umanità impone la sua volontà di omologazione. Detto questo, non posso negare che l’ideale comunitarista che amo – il principio che situa gli uomini all’interno di un sistema condiviso di valori, unica seria alternativa al bieco individualismo liberale – ha bisogno di una certa omogeneità di sentimenti. L’estrema disuguaglianza fondata su intollerabili differenze economiche è un disastro e un errore. Affinché una comunità sia forte e solidale serve una certa stabilità, una somiglianza tra i suoi membri che ne garantisca la trasmissione nel tempo.
La cancrena dell’uniforme
La pretesa egualitaria è altra cosa, una cancrena del corpo sociale tesa a sradicare ogni principio di differenza. È l’utopia dell’Uguale impegnata a creare un mondo piatto, uniforme, indistinto. Nella sua natura patologica associa la disuguaglianza all’oppressione, l’essenza conflittuale della natura umana alla violenza, la differenza all’esclusione. Vi è anche una ragione più profonda: affermare la verità della realtà concreta fa male a molti. Mostra che alcuni sono migliori e altri peggiori, riconosce che la mediocrità è incapace di emulare la superiorità. Una inaccessibilità che trascina in basso, originando invidia e risentimento, motori dell’egualitarismo che cercano di sradicare ogni manifestazione di eccellenza. Naturalmente, questo non può far conseguire che “io”, il mio gruppo sociale, la mia nazione o etnia sia superiore alle altre. La parola chiave è differenza, non superiorità.
L’entropia liberale
L’aspirazione illusoria all’uguaglianza assoluta attraversa la storia umana. Alcuni ritengono che le basi dell’egualitarismo siano state poste dal cristianesimo, secolarizzata poi nell’uguaglianza fattasi ideologia. Tuttavia, negli ultimi secoli è stata la vittoria del liberalismo a promuovere il dogma egualitario, in particolare per la diffusione dell’idea di libertà negativa (libertà “da”, non “di” o “per”) che ha posto le basi per l’anomia e l’entropia sociale. La libertà liberale presuppone il distacco dell’umanità dall’ordine ontologico delle cose: divenendo legge a sé stessa, rompe con il principio di autorità, erode le gerarchie, rompe i legami naturali e accresce l’insicurezza esistenziale. In questo modo ha generato le condizioni reattive contro il proprio progetto ideologico. Il liberalismo ha provocato la rivendicazione dell’uguaglianza contro “la tirannia di tutti contro tutti in ogni momento” (Claude Polin). Inoltre, esso produce l’universalizzazione di un nuovo tipo umano, l’homo oeconomicus, definito dalla dimensione angusta di soggetto teso al profitto. Per l’egualitarismo l’uomo è un essere generico, universale, astratto e intercambiabile.
Il dogma teologico
Questa ideologia diventa totalitaria perché si trasforma in atto di fede, in categoria teologica, come compresero Donoso Cortés e Carl Schmitt. Non sono ammesse discussioni né eccezioni contro l’uguaglianza come principio. Tale curvatura teologico-politica definisce un bene supremo, identifica gli eretici e prescrive una costante vigilanza morale. L’egualitarismo, infatti, si considera una posizione essenzialmente etica. Diventa un sistema di pensiero totalitario, l’inizio di una società enormemente impersonale attraverso una inesausta ingegneria sociale. Oggi ci troviamo di fronte alla sua espressione più radicale, che assorbe e unifica tutte le correnti, dall’egualitarismo morale di Kant e Rawls a quello giuridico dei diritti umani; dal politico di Rousseau all’economico del marxismo. L’esito finale è il mondo orizzontale degli antropologi Boas e Montagu o della teorica gender Judith Butler. Gli sforzi dei risentiti sono volti a sopprimere ogni distinzione: i sessi non possono esistere, né le razze, né le tradizioni distinte.
L’immobilità dei cadaveri
Una conseguenza è il relativismo morale, con l’alibi del libero sviluppo della personalità: apparenti celebrazioni della diversità che creano una miriade di vacue distinzioni senza scalfire la soffocante uguaglianza livellatrice. Gli esseri umani sono chiamati a essere ciò che vogliono soggettivamente, ma di fatto possono diventare solo copie seriali del Medesimo. Il meccanismo prevede declamazioni sentimentali sulla necessità di democratizzare la società e combattere ogni forma di discriminazione. Uno spettacolo lacrimevole che confonde uguaglianza e giustizia. Il totalitarismo egualitario è suicida perché è una pulsione mortifera: la livella di Totò trasferita alla vita. L’unico modo per raggiungere i suoi fini è l’annientamento di ogni spirito superiore. Di fronte a ciò occorre articolare un pensiero che veda nella differenza un bene, nella disuguaglianza la vera giustizia e nella distinzione l’ordine. Lottare contro ogni totalitarismo è cosa buona e giusta. Alla fine, è l’eterna battaglia dell’essere contro l’avere, del verticale contro l’orizzontale.
Roberto Pecchioli
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