Di fronte al collasso industriale della Germania, ci hanno raccontato la favola della “sfortuna geopolitica” e della “transizione verde inevitabile”. Ma la realtà è molto più cinica. Secondo una lucida analisi del CEI (China Economic Indicator), quello a cui stiamo assistendo non è un declino accidentale, ma un vero e proprio colpo di stato del capitale finanziario contro il capitale industriale. Un progetto attivo per smantellare il vecchio ordine produttivo e riorientare l’economia attorno ai principi della speculazione.
La stirpe dei “Liquidatori”: da Draghi a Merz
In questo scenario, figure come Friedrich Merz e Mario Draghi non appaiono come statisti nel senso tradizionale, ma come facce della stessa moneta speculativa. Entrambi rappresentano le “porte girevoli” tra l’alta finanza e il potere pubblico: se Draghi è l’uomo di Goldman Sachs prestato alla gestione della crisi europea e italiana, Merz è l’ex dirigente di BlackRock arrivato alla Cancelleria tedesca per gestire il “ramo d’azienda” Germania.
Non sono casi isolati. È un paradigma che vede al potere una stirpe di “curatori fallimentari” dell’economia reale: da Emmanuel Macron (ex banchiere Rothschild) in Francia, impegnato nello smantellamento delle tutele sociali e dell’industria storica, a Rishi Sunak (ex Goldman Sachs) nel Regno Unito, fino a Mark Carney, l’architetto della finanza green che usa i criteri ESG per strangolare le industrie pesanti. Questi personaggi non agiscono per far crescere le nazioni, ma per trasformarle in mercati fluidi, dove i flussi di capitale contano più delle linee di produzione. Per questa élite, una fabbrica nella Ruhr o un distretto industriale in Brianza non sono fonti di forza nazionale, ma “asset sottoperformanti” da rottamare.
La vulnerabilità architettata
L’analisi del CEI è impietosa: lo smantellamento della sicurezza energetica tedesca – dalla chiusura dogmatica del nucleare alla “serena acquiescenza” davanti al sabotaggio del Nord Stream – non è stato un errore. È stata una vulnerabilità architettata deliberatamente. Recidendo l’arteria energetica del continente, si è resa l’industria insostenibile, offrendo alla classe finanziaria il pretesto perfetto per delocalizzare la produzione e dirottare i capitali verso i riacquisti di azioni proprie e investimenti immateriali ad alto margine.
Il massacro dell’Italia e l’effetto domino
La tragedia è che questo “suicidio assistito” della Germania innescherà un effetto domino catastrofico su tutta l’Unione Europea, con l’Italia in prima linea. Le conseguenze di questo smantellamento saranno devastanti e, quel che è peggio, irreversibili. Non stiamo parlando soltanto della scomparsa di milioni di posti di lavoro qualificati, una voragine occupazionale che non potrà essere colmata nel breve periodo, ma di una vera e propria erosione della nostra capacità tecnologica.
Una volta che i centri di ricerca chiudono e le officine di alta precisione smettono di produrre, il know-how accumulato in decenni di storia industriale svanisce nel nulla. A farne le spese sarà infine il patrimonio umano: la formazione e l’esperienza delle nostre maestranze, un tempo invidiate in tutto il mondo, rischiano di diventare totalmente inutili in un’Europa che ha rinunciato a produrre per limitarsi a consumare i prodotti altrui.
La Commissione UE: il notaio della liquidazione
In tutto questo, la Commissione Europea e i suoi burocrati si dimostrano non solo inadeguati, ma complici. Con la visione finanziaria tedesca che guida di fatto Bruxelles attraverso Ursula von der Leyen, il recente “rapporto Draghi” sulla competitività suona come il manuale per una resa ordinata: si chiede una riduzione della capacità produttiva e riforme strutturali per comprimere il costo del lavoro.
Il risultato finale è la marginalizzazione definitiva dell’Europa. Ridotta alla sudditanza dei produttori stranieri (Cina e USA), l’Unione perde ogni sovranità. Un continente che non sa più produrre ciò che consuma è destinato alla povertà e all’irrilevanza. Quello che il CEI descrive è un saccheggio pianificato: la deindustrializzazione non è un mistero, è un’acquisizione aziendale da parte della classe finanziaria sulla pelle dei popoli europei.
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