Lo scorso 22 dicembre si è tenuta, presso l’Università Federico II di Napoli la conferenza del prof. Angelo D’Orsi, noto per le sue posizioni non allineate rispetto al conflitto russo-ucraino, dal titolo “Russofilia Russofobia Verità”, organizzata dall’ANPI.
Nulla di strano nel mondo universitario italiano, in cui sono i movimenti politici più radicalmente schierati nell’area progressista (non a caso il prof. D’Orsi chiama “compagni” gli organizzatori dell’evento) a dettare le agende e a stabilire chi possa manifestare e chi no. Stavolta, però, c’è stata una piccola “sorpresa”. Al termine dell’intervento del professore, è stata data la parola al pubblico per porre domande. A quel punto, alcuni appartenenti a gruppi filo ucraini (per lo più militanti del partito radicale, di +Europa e di Azione) hanno esibito delle magliette inneggianti all’Ucraina, urlando e avvicinandosi alla cattedra.
Si è scatenato un parapiglia tra organizzatori e contestatori e il professore ha abbandonato la struttura universitaria attraverso un’uscita secondaria. La reazione del docente è stata quella, piuttosto scontata, di apostrofare i manifestanti come “fascisti”, ribadendo poi il concetto in un articolo su “il Fatto Quotidiano”. In questo scritto, D’Orsi parla di un fantomatico “Fascismo 2.0” che si baserebbe sulla creazione del nemico.
Da storico il professore sa sicuramente che la creazione del nemico è una prassi che precede il fascismo e che, anzi, è stata abbondantemente utilizzata proprio da regimi di opposta estrazione. Il “nemico del popolo” (ennemi du peuple) era un termine usato per indicare gli oppositori della Rivoluzione Francese e della Republique, spesso accusati di tradimento e cospirazione, arrivando a designare non solo gli autentici controrivoluzionari, ma anche i rivoluzionari più moderati, come i Girondini. La figura del “nemico del popolo” servì a giustificare il Terrore giacobino, che costituì un modello per i regimi comunisti, da Lenin in poi.
E la Rivoluzione Francese fu la rivoluzione liberale, origine del sistema liberalcapitalista che domina in Occidente senza eccezioni. Liberali si proclamano (e lo sono!) i contestatori filo ucraini di D’Orsi. Perché il liberalismo concede di parlare fintanto che non si esce troppo dagli schemi. Fintanto che non si disturba il sistema. Poi agisce e reprime.
Come ha fatto negli anni ’50 del secolo scorso negli Stati Uniti con il Maccartismo. Oggi lo fa soprattutto con chi è critico verso l’Unione Europea, verso la Nato, verso chi sostiene la causa palestinese ma, in particolare, verso chi non è ostile alla Russia. Arrivando a colpire anche una storica roccaforte rossa come l’ambiente universitario, da decenni ostaggio dei collettivi.
Si sentivano molto sicuri alla Federico II, grazie all’ombrello intoccabile dell’ANPI. Ora assistiamo ad uno scontro tutto interno al mondo antifascista, in cui i contendenti, banalmente e rozzamente, si accusano reciprocamente di “fascismo”.
È un copione ormai trito e ritrito, che ha annoiato gli italiani. Una tecnica di distrazione di massa, per impedire di mettere a fuoco le drammatiche contraddizioni di un sistema che sta precipitando verso livelli sempre più alti di scontro interno e verso dinamiche repressive. Il giochino sta implodendo e cantare “Bella ciao” non basterà a salvarlo.
Raffaele Amato
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Povera Patria