Non conosco Dario Parrini, senatore del Partito democratico, ma non ci vuol molto a capire che si tratta di un cretino. Un cretino semplice e altrettanto semplicemente un prodotto della politica contemporanea, da cui emergono – come da certi carrozzoni da luna park di provincia – solo maschere bizzarre e grottesche. Però, conosco bene Ignazio La Russa e, sulla polemica tra i due, mi è facile esprimere un giudizio.
Attaccando il presidente del Senato, a causa del suo video-post sulla fondazione del Msi, Parrini ha fatto solo ciò che poteva fare, data la sua evidente condizione intellettuale: ha starnazzato, come un’oca qualsiasi che ha temuto fosse stato violato il recinto. Lo ha fatto, però, nella comprensibile convinzione che, da quel suo recinto mentale, prima ancora che politico e ideal-ideologico, il Movimento sociale – sia come espressione della recente storia italiana sia come prodromo dell’attuale destra di governo – non solo ne sia stato escluso da sempre, ma ne sia da escludere anche oggi e in futuro come un appestato di chissà quale morbo morale e civile.
Convinzione comprensibile, in quanto, dal suo punto di vista, Parrini altro non ha fatto, se non “citare” – pur non nominandola esplicitamente – la recente “Sentenza Caruso”, con cui, oltre che condannare all’ergastolo Paolo Bellini, si sono sollevati pesantissimi dubbi sul coinvolgimento del Msi nella Strage di Bologna e, più in generale, nella “Strategia della tensione” degli anni ’70-’80. Certo, chiunque abbia letto quella sentenza e, magari, anche la “Sentenza Leoni” – quella con cui è stato condannato Gilberto Cavallini -, sa benissimo che quanto vi è scritto all’interno rende quelle circa 5000 pagine meno preziose della carta igienica usata. Questo, però, all’occhio dello storico o di chi s’intende di Storia: dal punto di vista formale e sostanziale, invece, sono due sentenze passate in giudicato e senza “riforme” degne di nota dai magistrati dell’Appello e di legittimità. E Parrini – come tutti i politici privi di coraggio o ricchi d’interesse, nell’assumere una posizione – altro non ha fatto che allinearsi alle valutazioni di quei due magistrati.
Le sentenze, anche quelle confermate dalla Cassazione, non sono pagine di una qualsiasi Bibbia: bisogna accettarne l’esito e rassegnarsi al verdetto; ma possono essere liberamente giudicate. E qui casca La Russa, il quale è stato tra i primissimi – e purtroppo non il solo -, invece, a dichiarare pubblicamente di rispettare quei due pronunciamenti della giustizia “bolognese”, riconoscendo la “matrice fascista” dell’eccidio del 2 agosto 1980.
Allora, perché mai, tra i “fratellini”, scandalizzarsi per la durezza di Parrini e di tutti i Parrini dentro e fori dal Pd. Se si ammette che il Msi sia stato, anche solo in parte, anche solo in un frangente, una pedina attiva della “strategia della tensione”, hanno ragione coloro che dicono trattarsi di un retaggio, di una memoria, di una discendenza immondi.
Non solo. Se non si ha il coraggio – e Fd’I pare proprio che l’abbia perso, il coraggio, su questo fronte – di contestare quelle sconce ricostruzioni; di denunciare i pronunciamenti osceni di certa magistratura; di puntare il dito contro chi difende – in Tribunale e tra l’opinione pubblica – “vulgate” funzionali a proteggere ancora i veri assassini di Bologna, di Milano, di Brescia e di Firenze; ben fanno i Parrini d’ogni risma a insistere sulla strumentalizzazione politica di quelle vicende.
D’altro canto – La Russa è avvocato, dovrebbe ricordarlo -, il brocardo recita: la legge non protegge il pusillanime. E men che meno chi s’assopisce – domientibus iura non succurrunt! – e se si è deciso di tapparsi la bocca, pur avendo visto a quale degrado è scaduta la giustizia sotto le Due Torri, non ci si crucci per ciò che, di conseguenza, è costretto a sopportare l’orecchio.
Lo abbiamo già scritto, ma sarò bene ripeterlo: il Msi e la sua storia – gloriosa e sofferente – non si difendono coi “reels” su Facebook, coi video su YouTube, ma con la seria, ferma, intransigente opposizione a chi, con la toga in maglietta, in Senato come altrove, ne diffama gli uomini, le battaglie, le tante vittime che hanno versato il sangue perché fiamma e bandiera tricolori potessero continuare al garrire al vento.
Massimiliano Mazzanti
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Complimenti Mazzanti! Sempre limpido e coerente.