Genova, la gloriosa Repubblica Marinara che per secoli ha dominato i mari e difeso i propri confini, oggi sembra piegarsi senza combattere. Nel quartiere di Cornigliano, l’adhān risuona cinque volte al giorno, squarciando il silenzio dell’alba prima delle quattro del mattino. Non si tratta di una sommessa preghiera tra mura private, ma di una chiara occupazione dello spazio pubblico e sonoro, amplificata da altoparlanti che penetrano nelle case di chi non ha scelto questa fede e l’indomani deve lavorare.
La formula del fajr parla chiaro: “Pregare è meglio che dormire”. Come sottolineato da Ahmad Mansour, uno dei massimi esperti europei di integrazione, non siamo di fronte a una manifestazione di multiculturalismo o di libertà di culto, ma a una vera e propria dimostrazione di potere e visibilità territoriale.
Mentre la Chiesa cattolica si adegua ai limiti acustici e normativi fissati dai decreti diocesani e dalle leggi dello Stato, e dodici confessioni acattoliche hanno regolato i propri rapporti con la Repubblica tramite le intese previste dall’articolo 8 della Costituzione, l’Islam in Italia opera in un vuoto pattizio. Eppure, prolifera in garage, capannoni ed ex supermercati che i Comuni catalogano come “centri culturali” per evitare di doverli chiudere.
Questo fenomeno non colpisce i quartieri residenziali con i doppi vetri e i servizi di portierato, ma le periferie più fragili, dove il reddito medio è più basso e i cittadini non hanno gli strumenti o il supporto politico per difendersi. Da Milano a Padova, da Udine a Civitella di Romagna, gli esempi si moltiplicano nel disinteresse o nella complicità attiva delle amministrazioni locali.
Le istituzioni e la sindrome dell’8 settembre
La politica odierna sembra rivivere il dramma dell’8 settembre 1943: una fuga generalizzata dalle responsabilità, un’abdicazione della sovranità delegata a logiche sovranazionali e dinamiche social, mentre il territorio viene ceduto pezzo dopo pezzo. La concessione di spazi e la legittimazione elettorale di liste confessionali rappresentano i passaggi di una sottomissione graduale.
Le leggi per intervenire esistono già, dalla legge quadro sull’inquinamento acustico (la numero 447 del 1995) fino agli articoli del codice civile e penale. Manca tuttavia la volontà politica di applicarle in modo uniforme, senza sconti culturali o doppie misure a seconda di chi professa il culto. La prospettiva di una remigrazione o di un ripristino della legalità rischia di rimanere un’illusione se gestita da una classe dirigente incapace di anteporre l’interesse nazionale alle convenienze di parte.
Una provocazione identitaria: la risposta delle campane
Se lo Stato rinuncia a esercitare il proprio ruolo di garante della legalità e se il muezzin continua a imporre il proprio orario ai quartieri d’Italia, l’unica risposta immediata e simbolica risiede nel risveglio della comunità.
Di fronte a un’imposizione acustica che non rispetta il riposo e la tradizione locale, i cittadini hanno il diritto di riscoprire i propri simboli identitari. Suoniamo le nostre campane: se il muezzin non permette di dormire, che sia il bronzo delle nostre tradizioni a rispondere, rompendo il monopolio sonoro e ridando voce a una comunità che rifiuta di essere sottomessa.
La difesa di Genova, dell’Italia e dell’Europa intera comincia dal rifiuto della rassegnazione. È necessario che i lettori e i cittadini riacquistino la consapevolezza della propria storia e pretendano il rispetto rigoroso delle leggi della Repubblica, affinché lo spazio pubblico torni a essere il riflesso della civiltà che lo ha generato e non la terra di conquista di una resa annunciata.
Redazione
Il 2diPicche lo puoi raggiungere
Attraverso la Community WhatsApp per commentare le notizie del giorno:
Unendoti al canale WhatsApp per non perdere neanche un articolo:
Preferisci Telegram? Nessun problema:







































































