La responsabilità individuale contro il lassismo sociale, Perché giustificare il male è un errore morale
L’ideologia dell’obnubilazione
La cattiveria del lassismo. C’è un’inclinazione dello spirito contemporaneo, sottile e devastante, che, travestita da compassione cristiana o da filantropia terzomondista, nascendo da un’alterazione della morale, si tramuta in stordimento della psiche e in obnubilazione della logica: è la tendenza, divenuta ideologia e pratica politica, a ritrarre lo sguardo di fronte al male manifesto convertendo il carnefice nel custode incolpevole di una ferita sociale e la vittima nell’inconsapevole portatrice di una colpa collettiva.
La responsabilità individuale contro il determinismo sociale
Chi giustifica il delinquente è incapace di sopportare la realtà del male nella sua cruda e personale responsabilità eppure, almeno per il cattolico, il male è una scelta consapevole del singolo: Cristo insegna che la responsabilità dell’atto malvagio è individuale e densa di conseguenze individuali e sociali; non è una responsabilità sociale pregna di conseguenze esclusivamente sociali come oggi si vorrebbe! Né la peccatrice né il ladrone sono giustificati da una presunta colpa collettiva!
I limiti dell’attenuante sociale
Che poi le attenuanti esistano e derivino anche dal disagio sociale, è verità ovvia, ma meno frequentemente di ciò che ci si vuol far credere e non nella misura in cui lo si vuol far credere; il disagio grave, reale, insuperabile (tali condizioni dovrebbero essere essenziali!) deve attenuare molto la colpa morale e lievemente la punizione, ma non può essere mai invocato per atti contro la persona, la sua vita, la sua inviolabilità. Che sia chiaro: se una condizione è tale che in alcun modo si è potuta migliorarla, la responsabilità si potrà considerare attenuata solo per quei reati che sono commessi per mitigare quella condizione (rubo per mangiare perché in nessun modo, malgrado ogni sforzo, ho potuto guadagnare il sufficiente per sopravvivere!), ma lo stesso identico disagio non potrà invece essere invocato per giustificare uno stupro o un omicidio o un atto di teppismo!
Le distorsioni del moralismo contemporaneo
L’atto criminale spaventa, anzi atterrisce il moralista terzomondista, ma per le ragioni sbagliate… che il buon migrante sia divenuto cattivo e che non delinqua affatto per motivi stringentissimi di bisogno, è intollerabile: cade un’intera narrazione, una visione del mondo e dei rapporti di forza! La ferocia della violenza gratuita del non bianco contro il bianco è un cortocircuito che il terzomondista deve dissolvere in un’ipotesi, in un’architettura di deprivazioni ambientali anche se minime o non superate per malavoglia, in una nevrosi da comprendere anziché da giudicare e da combattere.
La negazione della dignità morale
Assolvere il reo, però, non significa amarlo, ma lasciarlo incatenato alla sua colpa: niente di peggio che trasformare la sua scelta consapevole in un mero riflesso incondizionato… condizionato solo dal contesto! Si tratta di una forma suprema di paternalismo che nega al malfattore persino la “dignità” dei propri peccati.
L’inversione della realtà: il caso delle borseggiatrici
Esempio, uno tra mille, di questo smarrimento di senso e di prospettiva, è la posizione di Monica J. Romano, esponente trans del Partito Democratico e primo trans eletto al Consiglio comunale di Milano, attivista LGBTQ+, scagliatosi contro chi documenta e diffonde i video delle borseggiatrici sulle metropolitane. Nella sua crociata contro chi riprende il furto e non contro chi lo esegue, la lente della realtà viene ribaltata in modo grottesco e patologico (e cosa aspettarsi da chi non riconosce la realtà obiettiva nemmeno della propria biologia?!): l’inquadratura diventa il vero abuso, il gesto del ladro una fragilità da tutelare, la rabbia del derubato un’inciviltà da riprovare. L’attenzione si sposta dall’atto predatorio alla modalità della sua denuncia! L’immagine dello scippo disturba non perché accade, ma perché si vede!
L’anestetico della coscienza
Il pericolo da evitare, dice quest’uomo in abiti femminili, è che, riconosciuti i colpevoli, qualcuno decida di farsi giustizia da sé, la qual cosa è, in Italia, un evento altamente improbabile anche perché persino chi esercita la legittima difesa è a rischio carcere; l’unica certezza, quella che i malfattori nuocciono gravissimamente alle loro vittime, diventa solo un’ipotesi e stranamente trascurabile! Giustificare il ladruncolo e via, via in un crescendo patologico, lo scippatore, lo stupratore, l’assassino, diventa così un anestetico per la propria coscienza, una via, peraltro molto chic, per vantare un’inesistente superiorità morale, al riparo dalla vertigine dell’assoluto (il Male!); è la modalità, disonesta e pericolosa, per non ammettere di aver sbagliato tutto, di non aver capito nulla, di aver confuso vittime e carnefici e aver messo in estremo pericolo coloro che, cittadini, andavano tutelati.
Il dovere dell’espiazione
Così facendo, però, non si tutela nessuno se non la propria sporca coscienza! Non si tutela l’uomo privandolo della responsabilità del male che compie: gli si sottrae ciò che lo distingue dalle belve… consapevolezza e responsabilità! L’impunità è una pena che nessun delinquente merita, nemmeno il più feroce perché lo inchioda al proprio destino mentre l’espiazione è un diritto sacrosanto perché unica via alla redenzione.
Irma Trombetta
Il 2diPicche lo puoi raggiungere
Attraverso la Community WhatsApp per commentare le notizie del giorno:
Unendoti al canale WhatsApp per non perdere neanche un articolo:
Preferisci Telegram? Nessun problema:
































































