Trentadue studenti bocciati all’università per aver fatto fare i compiti a un chatbot senza leggere il risultato. Il declino della verifica umana nell’era della tecnologia.
L’Intelligenza Artificiale mette in crisi la stupidità naturale. Questa provocazione sintetizza perfettamente la deriva grottesca a cui assistiamo ogni giorno, dove la tecnologia non fa altro che amplificare la nostra pigrizia mentale. La notizia arriva dall’università del Mississippi, negli Stati Uniti, dove un docente di storia ha deciso di smascherare i furbetti della IA con una trovata geniale quanto semplice. Ha inserito nella traccia d’esame una riga scritta in bianco su bianco, invisibile a occhio umano ma perfettamente leggibile per una macchina. L’istruzione nascosta ordinava semplicemente di inserire la parola Madagascar all’interno del compito, in un contesto completamente privo di senso.
Il risultato è stato un disastro annunciato per trentadue studenti su trentacinque. I ragazzi hanno preso la traccia, l’hanno incollata pari pari in un’intelligenza artificiale e si sono portati dietro l’ordine occulto senza nemmeno accorgersene. Non contenti, hanno preso la risposta generata dalla chatbot e l’hanno consegnata senza degnarsi di leggere una sola riga prima di premere invio. Negli elaborati sono così comparse frasi surreali, come il Madagascar che galleggia di lato attraverso il pomeriggio, biciclette viola del Madagascar che sussurrano al soffitto o il Madagascar che indossa un tostapane a una partita di basket. Il verdetto è stato implacabile: bocciati tutti e trentadue, con appena due ricorsi presentati e uno solo vinto.
Utilizzo senza controllo
Il punto centrale della questione non è l’utilizzo in sé dell’intelligenza artificiale, che ormai è una realtà consolidata ovunque. Negli Stati Uniti nove studenti universitari su dieci ammettono di usarla regolarmente, e la stessa percentuale vale per sei docenti su dieci. Il vero scandalo è che nessuno senta più il bisogno di controllare ciò che viene prodotto prima di metterci la firma. Usare uno strumento e verificare il suo output sono due azioni completamente differenti, e quest’ultima sta scomparendone la pratica quotidiana.
Questa dinamica non riguarda soltanto le aule universitarie, ma si ripete identica nel mondo del lavoro e delle aziende. Un consulente di New York raccontava recentemente di ricevere report formalmente impeccabili ma farciti di dati inventati di sana pianta che nessuno si premura di verificare. L’apparenza di perfezione offerta dalla tecnologia basta a spegnere ogni spirito critico, inducendoci a consegnare contenuti che non abbiamo mai letto. La trappola del testo bianco su bianco potrà anche funzionare una sola volta prima che la voce si sparga, ma l’abitudine di delegare il pensiero resterà, trasformandoci in meri passacarte di contenuti automatizzati.
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