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Home Cultura

La menzogna di Robinson

Redazione di Redazione
23/09/2024
in Cultura
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La menzogna di Robinson – In tempi di cultura della cancellazione, in cui perfino la musica di Beethoven e l’epica di Omero sono stroncate in base al giudizio inappellabile del presente, dove Shakespeare è accusato di sessismo, antisemitismo, disprezzo per i disabili, incuriosisce il fatto che raramente venga messa in discussione un’opera tra le più significative della letteratura inglese, il Robinson Crusoe di Daniel De Foe (1660-1731).

Pubblicato nel 1719, conobbe subito uno straordinario successo che dura tuttora, benché oggi sia considerato soprattutto un capolavoro della letteratura per ragazzi. La trama è nota: il marinaio Robinson scampa al naufragio della sua nave e approda su un’isola deserta in cui vive solitario per dodici anni.

Il buon selvaggio

Si arrangia come può, ritrova la fede in Dio e poi incontra un indigeno, un “buon selvaggio”, che salva da una tribù cannibale. Lo chiama Venerdì (Friday) dal giorno della settimana in cui si imbatte in lui, lo educa, gli insegna l’inglese e ne fa un suddito. Dopo ventotto anni Robinson riesce a tornare nella civiltà assieme a Venerdì, per vivere con lui altre avventure. La sua isola, intanto, diventa una pacifica colonia spagnola, di cui è nominato governatore.
Poche trame sono più politicamente scorrette di Robinson. Perché dunque non viene attaccato dai “risvegliati” con la veemenza che non risparmia Dante e Michelangelo- la sua Cappella Sistina rappresenta colpevolmente solo bianchi- sino ad Aristotele, ripudiato per aver giustificato – nella Grecia del IV secolo avanti Cristo- la schiavitù? Anche gli arrabbiati woke hanno il guinzaglio e la catena, quella del livello apicale del globalismo, i padroni che li hanno posti in cattedra, alla direzione di giornali, reti televisive, case editrici e majors dell’intrattenimento.

I nemici di sempre

La ragione è semplice: Robinson è un simbolo, la rappresentazione perfetta della loro ideologia, uno dei miti fondatori dell’individualismo
liberale.
De Foe rappresenta in Robinson il carattere dell’illuminismo britannico , l’ascesa della borghesia mercantile, trionfatrice nel sangue della Gloriosa Rivoluzione proto liberale di fine XVII secolo, la fiducia nella ragione, la religiosità moralistica puritana, ancora presente – pur capovolta nei valori- nell’odierna cancel culture anglosassone.

Robinson esalta la mentalità individualistica alla base della nascente società capitalistica. Lotta per piegare la natura alle sue esigenze, per dominare l’ ambiente selvaggio, fidando solo nelle sue forze, illuminate dalla ragione e sorrette dalla tecnica. James Joyce vide nel libro il
manifesto dell’utilitarismo inglese , che ebbe all’inizio del XIX secolo in Jeremy Bentham il suo massimo teorizzatore.

Il personaggio di Venerdì venne ripreso da Jean Jacques Rousseau nell’archetipo pedagogico del “buon selvaggio” dell’Emilio.
Ecco perché Robinson sfugge alla censura: in una sua contorta maniera, è politicamente corretto, o almeno accettabile.

La correttezza politica è una forma di menzogna e va contrastata non con il suo antonimo, la scorrettezza, ma con la verità. Nell’Europa del tempo di De Foe nessuno era un naufrago nel mare della storia.

Le radici della società tradizionale

La società tradizionale era un insieme di radici, reciproche dipendenze e fedeltà da cui dipendeva la sopravvivenza della comunità: un tutto organico, un’immensa famiglia, una figura quasi biologica in cui lo spirito della terra e delle generazioni precedenti confermava i costumi e le credenze collettive senza bisogno di costituzioni scritte.

L’idea di individuo è un prodotto dell’39;ingegno letterario, non della natura umana.

Per il lettore del XVIII e XIX secolo l’esempio di Robinson Crusoe, l’uomo che si prende cura di sé e riesce a ottimizzare le scarse risorse con l’ iniziativa e le cognizioni tecniche in un’ isola deserta, divenne la parabola preferita del liberalismo europeo e americano, di cui
Daniel De Foe fu –senza saperlo- il primo profeta.

Altre favole fortunate accompagnarono in seguito lo sviluppo del mito: i vizi privati che diventano virtù economiche (Mandeville); la mano invisibile del mercato ( Adam Smith) che tutto regola e risolve nell’interesse; il diritto che fa di una chimera, la ricerca della felicità (pursuit of happiness) iscritta nella costituzione americana, un obiettivo di elevata forza simbolica.

L’uomo del liberismo

L’uomo razionale, indipendente, libero, sciolto dai vincoli, astratto, naufrago senza storia e senza radici, è l’antenato, il totem dell’homo oeconomicus contemporaneo: apolide, una monade intenta alla produzione e al consumo perfettamente intercambiabile con ogni altra.

Il sorprendente paradosso dell’individualismo: milioni di atomi identici convinti di essere unici. La debolezza dell’avventura robinsoniana è che prima richiede il naufragio, la solitudine, l’assenza del legame sociale. Alla fine l’arido, cupo inglese finisce per incontrare un Venerdì.

Il naufrago illuminato, “civilizzato”, colonizza il selvaggio, l’innocente Calibano della Tempesta di Shakespeare che cade nelle sue mani, gli dà un nome – manifestazione assoluta di potere, gesto che può essere compiuto solo con un neonato o un animale domestico – lo riduce alle sue categorie morali e lo sottopone a un processo paternalistico di acculturazione che lo denatura.

Proprio queste azioni dimostrano che Robinson non è un individuo che sorge dal nulla, ma una persona con radici culturali, identitarie, spirituali: senza l’eredità millenaria del cristianesimo, probabilmente avrebbe mangiato o ucciso Venerdì.

Senza la sua educazione, l’apprendimento della divisione del lavoro e della tecnica, non avrebbe sfruttato il suo servitore in modo così proficuo. Del resto, gli inglesi trafficavano schiavi sin dal XVI secolo, con la benedizione della corona che rilasciava a imprenditori della rapina e della disumanità come Francis Drake e Walter Raleigh specifica autorizzazione, la “lettera di corsa” e li ergeva a baronetti per i loro tristi successi.

Robinson Crusoe fu un libro di enorme successo nell’Europa dell’Illuminismo e non c’è quasi nessun saggista dell’epoca che non lo citi. Bernardin de Saint Pierre – scrittore e scienziato- Chateaubriand, oltre a Rousseau, trovarono ispirazione in questo classico che ha deliziato innumerevoli infanzie, compresa la nostra. Ma Robinson dovette finire su un’isola deserta, diventare un relitto, un atomo umano alla deriva per diventare uno degli eroi dell’individualismo liberale.

E trasformarsi in una sorta di Giovanni Battista – il precursore che annuncia la nascita di chi verrà dopo di lui- della incipiente modernità,
dell’uomo nuovo impegnato a fondare il suo paradiso sulle rovine del mondo tradizionale.
Paradossalmente, coloro che divennero paladini dell’individualismo furono personaggi solidamente organizzati in corporazioni e società, azionisti di banche e fondatori delle prime compagnie di assicurazione, rispettabili personaggi membri di “gilde” e corporazioni commerciali, i borghesi ritratti da Rembrandt e Frans Hals, i primi aedi dell’epopea laica del mercante, il loro committente.

Il denaro ha sempre avuto bisogno di leggi, di gendarmi, di carceri, di Stati, di giudici. Robinson era l’immagine che i potenti in ascesa del XVIII e XIX secolo avevano di sé stessi, un’idealizzazione dell’individuo proattivo che permetteva a pochi di sfruttare senza pietà una massa di milioni di Venerdì di pelle bianca e religione cristiana, il progenitore di Kurtz in Cuore di tenebra.

Gli universitari anglosassoni non si interessano di quel gigantesco sfruttamento indifferente alla razza e non reclamano risarcimenti storici per gli eredi degli europei bianchi poveri.

E’ la mistica invertita – intoccabile- del liberalismo, la cui neutralità/ indifferenza morale è la giustificazione di ogni nefandezza commessa in nome dell’interesse.

La civilissima Inghilterra

La storia innescata dal tipo umano di cui Robinson è l’ eroe eponimo è drammatica: dure leggi contro i poveri, recinzioni dei campi comuni ( le enclosures che spinsero nelle fabbriche milioni di contadini privati della sussistenza) gli inferni industriali di Manchester e Birmingham, i proprietari che inneggiano alle virtù morali del lavoro infantile nelle miniere e nelle filande.

L’Inghilterra, dominata dall’ oligarchia che ancor oggi ne è l’architrave, fu la prima a pensare di limitare la crescita della povertà non con un’equa distribuzione del reddito, ma ponendo limiti alla riproduzione biologica dei miseri.

L’allevamento controllato di bestiame umano proletario delineato dal reverendo Malthus è oggi portato a compimento dal globalismo antiumano che considera filantropici l’aborto e l’eutanasia.

“Il suo migliore interesse”, recita la sentenza che ha condannato a morte per mancanza di cure il bambino malato Alfie.

Dai tempi di Robinson gli straricchi danno lezioni di morale: le guerre dell’oppio in Oriente furono scatenate in difesa della libertà di commercio. Possiamo stupirci dell’attuale indifferenza dinanzi al dilagare delle droghe?

I mali della rivoluzione industriale

Robinson l’utilitarista, inesausto homo faber, è protagonista dell’agonia della bellezza ( a che cosa “serve”?): il brutto su larga scala, la funzionalità come icona del profitto, massima espressione della razionalità liberale. Karl Friedrich Schinkel, il grande architetto neoclassico prussiano, visitò le città industriali dell’Inghilterra, scure, fumose, prive di servizi, brulicanti di umanità impoverita e incattivita sotto i “neri mulini satanici” odiati dal poeta William Blake.

Andò via piangente: era un uomo dell’Antico Regime. La Rivoluzione industriale inglese, iniziata al tempo di De Foe, è la prima rivoluzione liberale, più di quella americana del 1776. Quella francese fu un caos provocato dal vuoto di una nobiltà debosciata che aveva rinunciato al suo ruolo di guida.

Il liberalismo è il braccio politico del sistema che ha poi trovato nella socialdemocrazia una servile valvola di sicurezza. Il capitalismo richiede ordine, disciplina, orari, divisione del lavoro; Charlie Chaplin in Tempi moderni ritrasse la catena di montaggio con la precisione
plastica del genio.

Lo sfruttamento intensivo di quegli inferni ( depositi di plusvalore!) impiega sgherri peggiori di quelli delle miniere delle Indie. Il bambino e la donna diventano strumenti del processo produttivo.

L’economia omologante

L’espansione dei mercati richiede la distruzione delle società tradizionali: qualsiasi trasformazione del sistema produttivo impone innumerevoli sacrifici. In Spagna le confische del XIX secolo portarono alla trasformazione dei contadini in braccianti affamati, alla distruzione del patrimonio artistico, alla deforestazione e ad uno stato di guerra civile permanente.

I liberali portano la libertà a chi se la può permettere. Il suffragio censitario fu il rozzo antenato della partitocrazia odierna, dove il popolo acclama i candidati pagati dagli oligarchi.

La democrazia è formale perché il potere risiede nei consigli di amministrazione. I mercati, ipostasi terrena della divinità, decidono meglio di noi.

L’individualismo del naufrago Robinson è una rivendicazione ideologica, uno spot pubblicitario. Un solvente, l’ acido nichilista che corrode ogni forma di comunità, distrugge ogni legame, recide ogni radice. Venerdì perde il suo nome, il suo dio, la sua lingua e la sua memoria. Solo così può servire Robinson.

Si compie la deriva materialista del naufrago Crusoe, diventato governatore coloniale. Alla sua menzogna bisogna opporre una verità smarrita: il materialismo è il crollo di ogni moralità.

E’ la lezione di Giovanni Gentile in Genesi e struttura della società. L’uomo svolge un’ azione universale che è la ragione comune agli uomini e agli dei, ai vivi, agli stessi morti e perfino ai nascituri.

Non è un atomo solitario, né Robinson né Venerdì: vive e diventa persona in quanto crea e trasmette civiltà, non prodotti. In fondo all’Io c’è sempre un Noi, che è la comunità a cui appartiene e che è la base della sua spirituale esistenza, e parla per sua bocca, sente col suo cuore, pensa col suo cervello.

Robinson è il gelido padre dell’ Io contemporaneo, Venerdì il servo necessario, sottratto al suo destino originario, alla sua gente, al suo nome. La menzogna di Robinson è un esigente suprematismo luccicante di lustrini venduti a caro prezzo.

Tags: da foeeconomiailluminismoliberismorobinson
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