Il senso di colpa e la revisione necessaria
«La Somalia è una creazione del lavoro italiano; in Somalia non ci siamo sostituiti a nessuno, non abbiamo trovato null’altro che il deserto privo di risorse». Con queste parole, nel 1948, si esprimeva l’onorevole Giuseppe Brusasca, Giusto tra le nazioni e fondatore della divisione partigiana Patria.
Oggi, una delle convinzioni più diffuse che alimentano la retorica immigrazionista e terzomondista in Occidente è quella basata sul senso di colpa verso l’esperienza coloniale. Ma siamo sicuri che sia un passato da rigettare in blocco? Secondo lo storico Alberto Alpozzi, è fondamentale indagare gli aspetti taciuti e dimostrare come molti testi siano stati fabbricati su leggende e fake news. Il suo lavoro si basa sulla rielaborazione di documenti mai considerati, verificando le fonti di note pubblicazioni. In un’epoca di cancel culture, è sconcertante scoprire che non fu solo il fascismo a inventare certi paradigmi; molti testi hanno sistematicamente falsificato o omesso prove con l’unico obiettivo di alterare la storia.
Il progresso rimosso e il conformismo militante
La storia degli italiani in Africa è stata ribaltata non attraverso la ricerca, ma tramite la rimozione forzata degli eventi. Si è scelto di occultare migliaia di chilometri di strade e ferrovie, l’agricoltura moderna, le bonifiche e le città fondate dal nulla. Questi fatti non appaiono quasi mai nei dibattiti sulla storia coloniale, nemmeno per essere confutati, per evitare che i documenti dimostrino lo sviluppo reale realizzato dagli italiani. Le eccellenze sono state bandite da un conformismo settario e militante che nega il merito di chi ha segnato la storia con grandi opere e progresso. L’Italia sembra essere diventata l’unica nazione al mondo che si compiace del riconoscimento dei propri errori, guardando con angoscia al proprio passato.
Marxismo e colonizzazione: l’insospettabile punto di vista di Engels
Un dato poco noto riguarda Antonio Labriola, tra i fondatori del marxismo in Italia. Il 1° gennaio 1890 scrisse a «Il Messaggero» una lettera intitolata: “La terra a chi la lavora. La colonia Eritrea e la questione sociale”, chiedendo una legge che desse ai contadini italiani la proprietà delle nuove terre. Persino Friedrich Engels, interpellato sulla questione, non si oppose. Egli scrisse che la piccola economia contadina era la migliore soluzione per le colonie e che i socialisti potevano appoggiarla senza scrupoli di coscienza. Engels, cofondatore della Prima Internazionale, scrisse testi che oggi definiremmo colonialisti o persino razzisti. Nel 1848, a proposito della conquista francese dell’Algeria, affermò: «La conquista dell’Algeria è un evento importante e felice per il progresso della civiltà».
La difesa della “civiltà del lavoro” nel dopoguerra
Anche dopo la caduta del fascismo, figure di spicco come Giuseppe Brusasca e Alcide De Gasperi difesero l’operato italiano. Brusasca, sottosegretario dell’Africa Italiana e antifascista, nel 1948 dichiarò: «Il nostro compito è difendere la civiltà che abbiamo portato in Africa, poiché non ci siamo andati per speculazione, ma recando il nostro lavoro». Sostenne che, senza sobillazioni esterne, gli indigeni avrebbero preferito la presenza italiana. Allo stesso modo, De Gasperi parlava della necessità di non privare l’Italia — nazione con eccesso di popolazione su un territorio ristretto — dei benefici attesi dopo cinquant’anni di generoso impiego di lavoro. Queste posizioni, oggi bollate come “retorica fascista”, erano in realtà condivise trasversalmente dai padri della Repubblica.
Pietro Ferrari
Note e approfondimenti
- La verità sulle stragi italiane: Libia: gas e campi di concentramento autorizzati da Giovanni Amendola nel 1922
- Commento audio: Recensione del libro “Bugie coloniali” di Alberto Alpozzi
(Testo liberamente tratto dal sito Italia Coloniale)
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