Ucraina, NATO, Iran, energia e difesa: chi decide davvero nell’interesse dei popoli europei?
Ogni comunità politica degna di questo nome dovrebbe essere capace di individuare i propri interessi fondamentali e di agire per difenderli. Dovrebbe assicurare ai propri cittadini sicurezza, stabilità, energia accessibile, capacità produttiva, libertà politica e protezione dalle crisi. Dovrebbe soprattutto saper distinguere gli interessi propri da quelli degli alleati, dei concorrenti e delle grandi potenze esterne.
L’Unione europea sembra invece trovarsi in una condizione paradossale. Possiede istituzioni, moneta, apparati regolatori, una politica commerciale comune e una crescente capacità di orientare le legislazioni nazionali, ma continua a latitare nell’elaborazione di un vero interesse strategico europeo.
L’Europa dispone di un grande potere amministrativo, produce norme, obiettivi e procedure, ma raramente sembra capace di definire autonomamente quale sia il bene durevole dei suoi popoli nel mondo multipolare che sta emergendo.
La domanda da porre, dunque, non è se l’Europa debba isolarsi o rinunciare alle alleanze. La domanda è più seria: le decisioni assunte negli ultimi anni hanno realmente aumentato la sicurezza, la prosperità e l’autonomia degli europei?
Che cosa significa interesse europeo?
Prima di giudicare le singole scelte, occorre definire che cosa debba intendersi per interesse europeo.
L’interesse strategico dell’Europa dovrebbe comprendere la pace e la stabilità del continente, la sicurezza delle frontiere, la disponibilità di energia a costi sostenibili, la salvaguardia dell’industria, l’autonomia tecnologica, la continuità degli approvvigionamenti, la capacità di difendersi, la coesione sociale e una sufficiente libertà di decisione rispetto alle potenze esterne.
Questi obiettivi non coincidono necessariamente con l’interesse immediato di ogni singolo Stato europeo. Proprio per questo sarebbe necessaria una visione continentale capace di comporre le diverse esigenze nazionali all’interno di una strategia comune.
L’attuale Unione europea, tuttavia, tende spesso a sostituire la strategia con l’allineamento, la diplomazia con la sanzione, l’autonomia con la regolamentazione e la politica con l’amministrazione delle emergenze.
La guerra in Ucraina e il problema della sicurezza europea
L’invasione russa dell’Ucraina ha rappresentato una violazione dell’ordine internazionale e ha riportato la guerra convenzionale nel cuore del continente. Ma non si può cancellare dalla ricostruzione storica il progressivo allargamento della NATO verso est, la crescente presenza militare occidentale lungo i confini russi e il fallimento di ogni tentativo di costruire, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, un sistema di sicurezza realmente condiviso.
L’Ucraina, che avrebbe potuto svolgere una funzione di Stato cuscinetto e di collegamento tra lo spazio europeo e quello russo, è stata progressivamente trasformata nel terreno di contrapposizione tra due blocchi geopolitici. Questo non giustifica l’invasione, ma impedisce di rappresentare il conflitto come un evento privo di antecedenti, interessi contrapposti e responsabilità politiche occidentali.
La politica adottata ha avvicinato la conclusione del conflitto oppure ha contribuito a prolungarne la durata? L’Europa ha sviluppato una propria iniziativa diplomatica oppure ha prevalentemente accompagnato decisioni definite all’interno di un quadro atlantico? Sono stati indicati obiettivi politici realistici, condizioni negoziali e un possibile assetto di sicurezza continentale successivo alla guerra?
Qual è inoltre il ruolo effettivo del Regno Unito? Londra non appartiene più all’Unione europea, ma continua a esercitare un’influenza determinante sulla linea europea verso l’Ucraina e a partecipare ai principali tavoli politici e militari. Il suo peso è comprensibile per il ruolo nella NATO, per la capacità nucleare e per il sostegno fornito a Kiev. Resta tuttavia da domandarsi perché una potenza esterna all’Unione sembri talvolta incidere sulle decisioni continentali più di molti Stati membri e se la sua strategia coincida realmente con l’interesse dell’Europa.
Alla fine del 2025, l’Unione e i suoi Stati membri avevano complessivamente destinato all’Ucraina circa 193 miliardi di euro in sostegno finanziario, militare, umanitario e di altra natura. Nel 2026 l’UE ha inoltre continuato ad ampliare il proprio sistema sanzionatorio e di assistenza, mantenendo una linea di pressione crescente sulla Russia.
Il problema non è soltanto quanto sia stato speso, ma quale disegno politico accompagni questo sforzo. Una strategia non può limitarsi alla dichiarazione che il sostegno continuerà “per tutto il tempo necessario”. Deve indicare quale risultato si intende raggiungere, quali costi si ritengano sostenibili e quale ordine europeo si voglia costruire al termine del conflitto.
L’Europa non può concepire il proprio futuro come una condizione permanente di guerra economica, militare e diplomatica lungo la propria frontiera orientale.
Le sanzioni alla Russia: strumento o fine?
Le sanzioni sono uno strumento legittimo della politica internazionale. Possono limitare risorse, colpire apparati militari, aumentare il costo di una guerra e segnalare una condanna politica.
Ma uno strumento deve essere valutato in relazione ai risultati conseguiti, non soltanto alle intenzioni dichiarate.
Nel 2026 l’Unione europea era arrivata al ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia e lavorava già al successivo. Le misure hanno interessato energia, finanza, trasporti, tecnologia, industria militare, commercio e numerosi soggetti individuali.
È plausibile che tali misure abbiano prodotto danni rilevanti all’economia e alla capacità industriale russa. Ma la questione politica rimane: hanno modificato in maniera decisiva il comportamento di Mosca? Hanno avvicinato una soluzione negoziale? Oppure hanno favorito una riorganizzazione dei flussi commerciali russi verso Cina, India e altri Paesi non occidentali?
Occorre inoltre considerare i costi sostenuti dall’Europa: aumento dei prezzi energetici, perdita di mercati, difficoltà per alcuni settori industriali, maggiore dipendenza da fornitori alternativi e riduzione dei margini diplomatici.
Il rapporto Draghi sulla competitività ha riconosciuto apertamente che l’Europa soffre per l’alto costo dell’energia, la debole crescita della produttività e le dipendenze esterne. Le imprese europee affrontano prezzi dell’elettricità sensibilmente superiori a quelli statunitensi e cinesi, con conseguenze dirette sulla capacità industriale del continente.
Non basta quindi affermare che le sanzioni colpiscono la Russia. Bisogna anche domandarsi chi sia in grado di sopportarne più a lungo le conseguenze e quale configurazione economica emergerà alla fine del processo.
Energia: dalla dipendenza russa a nuove dipendenze
La crisi ucraina ha dimostrato quanto fosse sbilanciata la dipendenza europea dal gas russo. Ridurre quella vulnerabilità era necessario, ma cercando l’autonomia e non creando nuove, e peggiori, dipendenze.
L’Unione ha effettivamente diminuito la quota del gas russo nelle proprie importazioni, passata dal 45 per cento del 2021 al 12 per cento nel 2025. Nello stesso anno, tuttavia, il 26 per cento del gas importato dall’UE proveniva dagli Stati Uniti e la quota del gas naturale liquefatto era salita dal 20 al 45 per cento delle importazioni complessive.
Il problema, dunque, non può essere risolto sostituendo una dipendenza con un’altra.
Nel 2024 la dipendenza energetica complessiva dell’Unione dalle importazioni era ancora pari al 57 per cento. Per il gas naturale, nel 2025, raggiungeva l’87,6 per cento.
Un’autentica politica europea dovrebbe diversificare le fonti, sviluppare le infrastrutture, sostenere la produzione interna compatibile con le condizioni ambientali, investire nella ricerca nucleare e nelle rinnovabili, assicurare riserve strategiche e impedire che la transizione energetica distrugga la competitività industriale.
La questione energetica non è semplicemente climatica o commerciale. È una questione di sovranità.
Chi non controlla almeno in parte rilevante la propria energia non può controllare pienamente la propria industria, la propria politica estera e la propria sicurezza.
NATO e autonomia strategica
La NATO ha garantito per decenni una cornice di sicurezza al continente europeo. Ignorare il ruolo storico dell’Alleanza atlantica durante il periodo della Guerra fredda sarebbe irrealistico. Ma riconoscerne il ruolo storico non significa rinunciare a interrogarsi sulla funzione assunta dall’Alleanza dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia e il crollo dell’Unione Sovietica.
Nel vertice dell’Aia del 2025, gli Alleati hanno assunto l’impegno di destinare entro il 2035 il 5 per cento del prodotto interno lordo alla difesa e alle spese connesse alla sicurezza: almeno il 3,5 per cento per le necessità militari fondamentali e fino all’1,5 per cento per infrastrutture, capacità di tenuta, innovazione e altri settori strategici.
Nel 2025 la spesa militare degli Alleati europei e del Canada era già aumentata di circa il 20 per cento in termini reali rispetto all’anno precedente.
L’Europa deve certamente essere capace di difendersi. Ma spendere di più non equivale automaticamente a diventare più autonoma.
Occorre chiedersi dove vengano prodotti gli armamenti, chi controlli le tecnologie, quali sistemi vengano acquistati, quale dottrina strategica ne orienti l’impiego e se la crescita della spesa produca un’effettiva capacità europea oppure consolidi soprattutto la dipendenza dall’industria militare statunitense.
Una difesa europea autentica dovrebbe essere complementare alle alleanze, ma non subordinata integralmente a esse. Dovrebbe disporre di una base industriale propria, di comandi coordinati, di capacità logistiche, satellitari, informatiche e navali e soprattutto di una dottrina politica comune.
Senza una volontà strategica europea, il riarmo rischia di produrre più spesa, ma non maggiore sovranità.
Armamenti e difesa: proteggere l’Europa o prepararsi a guerre indefinite?
Il piano europeo Readiness 2030 punta ad ampliare rapidamente la capacità industriale e militare del continente. La Commissione ha indicato investimenti potenziali per centinaia di miliardi di euro, compresi strumenti comuni destinati all’acquisto di munizioni, missili, sistemi d’artiglieria, difesa aerea, spazio, intelligenza artificiale e sicurezza informatica.
Questa scelta risponde a carenze reali. Per molti anni numerosi Paesi europei hanno ridotto investimenti, scorte e capacità operative confidando nella protezione statunitense.
Ma la corsa agli armamenti deve essere accompagnata da una chiara definizione delle minacce, degli scenari, dei limiti e delle priorità strategiche.
Una difesa europea dovrebbe anzitutto proteggere il territorio europeo, le infrastrutture critiche, le rotte marittime, le reti energetiche, lo spazio informatico e le frontiere esterne. Dovrebbe sviluppare capacità di deterrenza e impedire che l’Europa diventi il campo di battaglia di conflitti decisi altrove.
Il pericolo è che la difesa venga concepita prevalentemente come preparazione a uno scontro permanente con la Russia, senza affrontare le altre vulnerabilità del continente: Mediterraneo, instabilità africana, terrorismo, controllo delle rotte commerciali, cybersicurezza, dipendenza tecnologica e protezione civile.
Iran e Medio Oriente: dov’è la politica europea?
Anche il rapporto con l’Iran rivela la difficoltà europea nel mantenere una posizione autonoma.
Nel 2015 l’Unione aveva svolto un ruolo rilevante nella conclusione dell’accordo sul nucleare iraniano. Quando nel 2018 gli Stati Uniti si ritirarono unilateralmente dall’intesa e reintrodussero le sanzioni, l’Europa dichiarò di voler proteggere le proprie imprese e preservare l’accordo, arrivando ad aggiornare il cosiddetto Blocking Statute.
Quella volontà politica si rivelò però insufficiente. Le imprese europee, esposte al sistema finanziario e al mercato statunitense, ridussero o abbandonarono in larga parte le attività in Iran.
Nel settembre 2025 sono state reintrodotte le sanzioni nucleari delle Nazioni Unite e dell’Unione europea, in seguito all’attivazione del meccanismo di ripristino da parte di Francia, Germania e Regno Unito.
L’Iran rappresenta certamente un interlocutore complesso e il suo programma nucleare pone concreti problemi di proliferazione e sicurezza regionale. Ma anche in questo caso l’Europa dovrebbe domandarsi quale sia il proprio interesse: evitare la proliferazione, impedire una guerra regionale, tutelare la navigazione, proteggere gli approvvigionamenti, mantenere aperti i canali diplomatici e stabilizzare il Vicino Oriente.
Una politica basata soltanto sulle sanzioni e sull’allineamento alle posizioni di un alleato predominante rischia di ridurre ulteriormente l’influenza europea, lasciando spazio ad altre potenze.
L’Europa, vicina geograficamente al Medio Oriente e direttamente esposta alle conseguenze delle sue crisi, dovrebbe avere una politica propria più di qualunque altro attore occidentale.
La gestione delle emergenze e la cultura della reazione tardiva
Pandemia, crisi energetica, incendi, interruzioni logistiche e tensioni geopolitiche hanno mostrato l’inadeguatezza di un sistema europeo miope: lento nel prevenire, impreparato nel reagire, ma rapidissimo nel moltiplicare procedure, vincoli e apparati burocratici quando la crisi è già esplosa.
L’Unione ha reagito creando nuovi strumenti. La Strategia dell’Unione della “preparazione” punta a coordinare prevenzione, protezione civile, scorte, capacità di tenuta delle infrastrutture, cooperazione pubblico-privata e risposta civile-militare.
Sono iniziative utili, nella mancanza quasi totale di contromisure. Ma rivelano anche che l’Europa ha spesso affrontato le crisi senza una sufficiente autonomia produttiva, senza riserve adeguate e con catene di approvvigionamento troppo fragili. Mancanza di strategia, ma anche di tattica. Il problema dell’inadeguatezza delle élites politiche europee è evidente.
Non ci troviamo soltanto davanti a errori episodici, ma al fallimento di una classe dirigente incapace di trasformare il peso economico dell’Europa in autonomia politica, capacità diplomatica e sicurezza strategica.
Un sistema capace di resistere alle crisi non può dipendere quasi interamente dall’estero per energia, semiconduttori, materie prime critiche, medicinali, tecnologie digitali e componenti militari, né delegare ad altri la definizione delle proprie scelte geopolitiche.
La vera preparazione non consiste soltanto nel predisporre protocolli di emergenza. Consiste nel ridurre preventivamente le dipendenze che trasformano ogni crisi globale in una crisi europea e degli Stati che la compongono.
Un’Europa normativa, ma non politica. E forse, nelle condizioni attuali, è una fortuna
Il problema fondamentale dell’attuale costruzione europea non è soltanto la scarsità del potere politico comune, ma la qualità delle élites che potrebbero esercitarlo. Affidare ulteriori competenze strategiche a un sistema che ha già dimostrato rigidità ideologica, inefficienza amministrativa e dipendenza geopolitica potrebbe non produrre maggiore autonomia, ma soltanto una centralizzazione più forte degli errori.
L’Unione è molto forte, anche troppo, nel regolare il mercato interno, definire standard, fissare obiettivi ambientali, controllare bilanci e produrre legislazione. È molto meno efficace quando deve elaborare una politica estera unitaria, proteggere la propria industria, assicurare energia a prezzi competitivi, difendere autonomamente il continente o mediare nei grandi conflitti.
L’Unione è un gigante normativo, invadente nella vita interna degli Stati e dei cittadini, ma un soggetto strategico incapace quando deve difendere gli interessi fondamentali del continente.
Questa debolezza deriva anche dalla struttura stessa dell’Unione, divisa tra istituzioni sovranazionali, governi nazionali e differenti culture geopolitiche. I Paesi baltici e la Polonia percepiscono la Russia diversamente dall’Italia o dalla Spagna. Francia e Germania hanno interessi industriali ed energetici differenti. Le potenze mediterranee affrontano problemi diversi da quelli dell’Europa settentrionale.
Eppure la risposta non può essere né il ritorno a nazionalismi impotenti né la prosecuzione di un’integrazione burocratica priva di vera legittimità politica.
Occorre costruire una capacità europea di riconoscere gli interessi comuni, rispettando le identità e le sovranità nazionali.
L’interesse europeo non è neutralità
Rivendicare un interesse europeo autonomo non significa sostenere l’equidistanza morale tra aggressore e aggredito, rinunciare alle alleanze o immaginare un’Europa isolata dal mondo.
Significa pretendere che ogni decisione venga valutata sulla base delle conseguenze per i popoli europei.
Significa poter sostenere l’Ucraina e, nello stesso tempo, lavorare per una soluzione diplomatica.
Significa appartenere alla NATO senza rinunciare a costruire una capacità militare e industriale autonoma.
Significa tenere sotto controllo la minaccia nucleare iraniana senza abbandonare la diplomazia o subordinare integralmente la politica europea a quella statunitense.
Significa ridurre la dipendenza energetica dalla Russia senza diventare dipendenti da un unico fornitore alternativo.
Significa investire nella difesa senza trasformare la guerra permanente nell’orizzonte politico del continente.
Verso un’Europa degli europei
L’Europa non dovrebbe definirsi attraverso l’opposizione permanente a un nemico esterno né attraverso la dipendenza da un protettore.
Dovrebbe riconoscersi come civiltà, spazio storico e soggetto geopolitico.
Per diventarlo deve ricostruire la propria capacità industriale, energetica, tecnologica, diplomatica e militare. Deve proteggere le proprie frontiere, i propri lavoratori, le proprie imprese e le proprie infrastrutture. Deve essere capace di commerciare, negoziare e, quando necessario, difendersi.
Soprattutto deve tornare a chiedersi, prima di ogni decisione: questa scelta aumenta oppure diminuisce la libertà, la sicurezza e la prosperità degli europei?
Finché questa domanda resterà subordinata agli automatismi burocratici, alle fedeltà esterne e alle emergenze del momento, l’Unione europea continuerà a essere una costruzione potente nelle regole ma debole nella storia.
La vera Europa nascerà soltanto quando sarà capace di riconoscere e difendere un autentico interesse europeo. Ma il fallimento sempre più evidente dei suoi vertici induce a dubitare che l’attuale Unione possa essere semplicemente corretta o riformata. Forse essa non rappresenta più lo strumento della soluzione, ma una parte essenziale del problema. Non si tratta allora di attribuirle nuovi poteri, bensì di rifondare integralmente i suoi princìpi, le sue istituzioni e il rapporto tra cooperazione continentale e sovranità delle nazioni europee.
Alberto Ferretti
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