La legittimità del potere politico riposa su di un patto silenzioso: la devozione del cittadino alle leggi in cambio della vigile custodia della sua vita, del suo nome e delle sue sostanze.
Se lo Stato desiste dal far da argine alla minaccia che incalza da fuori, egli incrina fin dalle fondamenta l’alleanza di stringente fedeltà che lo lega al suo popolo.
La terra di una nazione non è, infatti, un’estensione inerte o neutrale; è il corpo sensibile della sovranità e l’alveo in cui si concretizza la continuità storica d’una stirpe.
Il presidio inflessibile dei confini è la conditio sine qua non perché un ordine di leggi condiviso possa esistere e permettere ad una comunità di uomini di esistere a sua volta.
A nessuno fuorché allo Stato spetta il diritto, e l’onere tremendo, di impugnare le armi per respingere la profanazione dei propri confini; l’impiego della forza, in questo estremo orizzonte, non è atto di offesa, ma è la difesa – sacra! – dell’ordine, definita dal buonsenso e ribadita dal diritto.
La tutela dei confini e l’integrità della compagine statale non tollerano d’essere piegate a nessuna contingenza, a nessuna ideologia, a nessuna richiesta essendo, per loro stessa natura, essenziali per la sopravvivenza dei popoli che entro quei confini vivono.
Dinanzi alle insidie che minacciano la stabilità dell’edificio comune, lo Stato è chiamato a manifestare la propria essenza onorando la verità sovrana secondo cui il fine supremo d’ogni civiltà ordinata risiede nella custodia, imperitura nel tempo, della propria forma.
La lezione di Carl Schmitt
Carl Schmitt: “La protezione e l’obbedienza stanno in un rapporto di mutua correlazione. Chi non ha la forza o la volontà di proteggere i propri consociati, non ha neppure il diritto di chiederne l’obbedienza”.
Quando lo Stato smette di fare da scudo e muta la propria natura, il destino di un popolo non si compie nella semplice disfatta…quando lo Stato diserta, la diserzione si chiama tradimento e nel tradimento vi è un orrore sottile, quasi demoniaco: nel momento in cui l’autorità si fa complice dell’aggressore, lì e in quell’istante la legge, cessando di essere riparo, si trasforma nel più affilato degli ingegni d’offesa.
Le conseguenze non si misurano soltanto nelle rovine visibili, nei confini violati, nelle sostanze disperse o nelle vite spezzate…la ferita più profonda è di natura spirituale e, direi, persino psicologica.
Un popolo tradito dal proprio custode smarrisce prima di tutto la facoltà di riconoscere e nominare la realtà: costretto a chiamare pace la propria sottomissione e giustizia il beneplacito concesso al nemico, crolla in una vertigine di straniamento… e allora l’obbedienza diventa colpa.
Quando lo Stato siede al banchetto dei suoi devastatori, il patto sociale non è soltanto infranto, è dissacrato…un abbandono supremo, un tradimento imperdonabile che legittima il passaggio di consegne: se chi doveva proteggere si arrende all’aggressore o per questo parteggia, l’aggredito può, anzi deve, sostituirsi al traditore…se lo Stato non vuol brandire le armi o le brandisce contro chi dovrebbe tutelare, è il cittadino a doversi armare.
Il Diritto di proteggere se stessi
«L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura finché, e non più di quanto, dura il potere con cui egli è in grado di proteggerli. Il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere sé stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato con alcun patto.»…Hobbes.
Quando ogni presidio terreno rovina, spetta al popolo ritrovare in sé la dignità del proprio confine perché vi è una maestà nascosta in ogni grande civiltà, una maestà che nessuna complicità di governo, nessun tradimento, nessuna slealtà potrà mai vendere; è una maestà destinata a risorgere…la Spagna e l’Europa ricordino che la Reconquista durò sette secoli…la storia ha i suoi tempi, ma è inesorabile!
Irma Trombetta
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