È di moda, sempre più, anche da parte di intellettuali, l’idea del superamento dei concetti di “destra” e “sinistra”.
Ritengo questa idea espressione del nichilismo ( in questo caso ideologico) imperante in questa nostra epoca, in cui i mezzi sovrastano i fini, si assiste alla “sedazione” delle facoltà di comprensione e di critica , segno di incapacità ad avere una “ visione “ identitaria e futura, meglio quindi conservare il presente e accontentarsi del meno peggio, ovvero essere conservatori, ma non più delle eredità del passato, ma solo del presente ovvero conservatori del nulla, ovvero ancora nichilismo.
Quale è il fine del superamento di destra e sinistra?
Quale è il punto di arrivo?
La risposta alla prima domanda è la più facile, è o si crede possa essere il …mezzo, appunto, per raccogliere i consensi di destra e sinistra.
Alla seconda nessuno risponde anche se è necessario esplicitare il punto d’arrivo, e visto che siamo in campo politico.
Che tipo di governo si vuole realizzare, con quali contenuti, quali aspirazioni, con quali legami con la tradizione, liberista o sociale, satellite, colonia o indipendente, laico o religioso, comunitario o collettivista, democratico o autoritario, si potrebbe continuare all’infinito ma una risposta precisa non ci sarebbe comunque.
Verso il meno peggio
Il superamento di destra e sinistra presuppone un compromesso troppo oneroso per le coscienze sia di destra che di sinistra, vere, e si ridurrebbe al fine alla scelta del solito “meno peggio “concetto che in fondo (ma nemmeno tanto in fondo) sostiene l’attuale governo. Il meno peggio poi, altro non è se non il tentativo di “conservare “almeno solo nella narrazione (che ha comunque un notevole effetto placebo), alcuni principi che i babbei ritengono di destra.
Ma soprattutto ha l’effetto di identificare ed isolare il “peggio “ovvero la sinistra, come se ce ne fosse bisogno!
Nonostante le scelte di questo governo siano le stesse che avrebbero fatto i sinistri , quelli del “meno peggio” si svegliano ogni mattino psichiatricamente rinfrancati dalle “faccine” della Giorgia nazionale, felici delle guerre, della condizione di servi, ignari della tempesta economica che si vede all’orizzonte, anzi orgogliosi di avere, apparentemente, conquistato un rispetto internazionale dimenticato, dedotto non dalla realtà ma solo dalla sostituzione della storica “pizza e mandolino” con la più attuale “faccine e sorrisino”.
Giovanni Preziosa
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