La filosofia postmoderna ormai è in profondissima crisi, senza ombra di dubbio è proiettata verso uno studio sempre più serrato del linguaggio, dell’ermeneutica, dell’epistemologia, ed ha perso il suo carattere unitario e la sua inclinazione metafisica. Possiamo dire che ormai il filosofare si sta tramutando in una pratica discorsiva, e rigorosa, che ha ristretto però il contatto con la realtà e con le domande che la coinvolgono.
Non è un caso se Carabellese aveva parlato di un moderno filosofare che ha rimosso l’oggetto della sua ricerca, e nei successivi decenni ha perso anche il soggetto, che è entrato in una crisi irreversibile, mettendo fine alle utopie della stagione illuminista.
L’esperienza ha mostrato che non c’è una strada che riesce a conferire al soggetto la possibilità di creare dei valori perenni e di accedere alla conoscenza in senso assoluto.
Cosa ci resta? Svanito qualsiasi punto di riferimento, forse conviene incamminarsi verso un fondamento antichissimo, che è sempre nuovo e sempre vero: l’essere.
Ritornare verso Parmenide, quindi, è la strada che ha intrapreso Ernesto Pomilio, con il suo ontologismo critico.
Per quanto il filosofo abruzzese può ricevere critiche dai discepoli di Husserl o dai seguaci di Kant, resta evidente come la sua coraggiosa posizione mette in risalto un assioma che oggi è frammentato nelle varie scienze e ci dice che l’essere è il punto di partenza di ogni realtà.
La filosofia arcaica, infatti, non viveva la distinzione contemporanea tra le discipline e non subiva quel sapere irrelato che veniva proposto nel secolo scorso. L’atmosfera primordiale ellenica ci riporta in un mondo dove realtà, verità e parola sono coincidenti e nel loro legame con il pensiero c’è un fondamento comune che è l’essere.
La verità incontestabile di ogni pensiero risiede infatti nel suo essere prima di ogni altra cosa, il contrario ci porta nell’assenza di pensiero, e non può essere accettato per non cadere nell’assoluta contraddizione e nel nulla della filosofia, tanto oscuro quanto intangibile.
Lo stesso Pomilio individua nella cura parmenidea un postulato che si applica nella vita e nell’agire umano: si vive per essere e nell’essere.
Se questo sembra un discorso riduttivo, non si può mettere in dubbio che la stessa intelligenza umana, non può svilupparsi senza la concezione astratta di essere e quella più concreta di ente, senza queste due ali non c’è possibilità di mettere a fuoco nessun oggetto e non è possibile formulare ipotesi, o elaborare discorsi.
Pomilio tramite Parmenide riscopre il legame che c’è tra filosofia e metafisica, che è una relazione che collega anche sapere implicito ed esplicito, domanda e risposta, necessità e contingenza.
La no eticità parmenidea, incentrata sul problema ontologico, è in sostanza il primo elemento che funge da fondamento al nostro pensiero.
Ernesto Pomilio sulla scia di Parmenide resta nell’orizzonte del dio dei filosofi, ancora oscuro, ma sottolinea come la radice del pensare e della coscienza (irriducibile nel suo principio), convergono nel divino. Per arrivare a un filosofare sempre vero, sempre bello, sempre giusto, dobbiamo solo unire tutto questo con la religione, e quindi con la manifestazione di Dio sulla terra, che prima si manifesta in modo trascendente al popolo ebreo e poi si rivela in modo immanente all’umanità in Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo.
Simone d’Aurelio
Il 2diPicche lo puoi raggiungere
Attraverso la Community WhatsApp per commentare le notizie del giorno:
Unendoti al canale WhatsApp per non perdere neanche un articolo:
Preferisci Telegram? Nessun problema:







































































