È indubbio che le dichiarazioni di Trump contro l’Italia e contro il Papa, definito come un paese che non si comporta come dovrebbe con gli USA, abbiano fatto recuperare un po’ di punti alla Meloni, pur senza che questa prendesse distanze effettive dalla attuale politica bellicistica di USA e Israele. Si potrebbe pensare che le offese siano in realtà un vantaggio o, meglio, una copertura. Del resto, è premessa nota che questo governo neocon, liberista e vassallo nasce solo perché la Premier ha, già nella campagna elettorale, rassicurato e promesso devozione alle élite finanziarie di questo Occidente israelo-americano.
Messaggi in codice e futuri vertici
Si potrebbe ipotizzare che le rampogne di Trump all’indirizzo dell’Italia contengano all’interno di quella busta ben altro contenuto, ovvero disposizioni operative alla sua devota alleata. Non ci sarebbe da meravigliarsi se quest’ultima fosse destinata a sostituire in futuro la “contessa” ai vertici dell’Europa. Lo dimostra la stessa politica estera italiana, tutta sbilanciata nell’acritico e masochistico appoggio, anche economico e commerciale, a USA, Israele, Ucraina e alleati vari. Tornando ai rimbrotti pubblici, essi appaiono funzionali alla riconquista di consensi e a coprire i possibili veri messaggi geopolitici. Questi ultimi sono stati forse portati da Rubio che in Italia, guarda caso, incontra il Papa e Meloni, mentre il suo capo in contemporanea li offende pubblicamente. Viene da chiedersi come lo avrà giustificato Rubio.
Gli strani intrecci libici
Peraltro, appare significativo, in tema di rapporti internazionali che nascondono doppie finalità, l’incontro della Presidente del Consiglio con il premier tripolitano Dbeibah, avvenuto poco prima della visita di Rubio. Un vertice apparentemente focalizzato su iniziative relative all’energia, le cui fonti sono però tutte in mano ad Haftar, notoriamente spalleggiato dalla Russia. Si è trattato di colloqui inutili, quindi, per i nostri interessi nazionali, ma non certo per quelli degli americani, i quali manovrano il leader tripolitano che ultimamente ha denunciato i rapporti con i Fratelli Musulmani. Fatto questo, emerge chiaramente l’influenza statunitense; persino il “The Times of Israel” riporta come la rottura formale sarebbe stata dettata da una precisa necessità politica individuata direttamente da Washington. Certo, parliamo di ipotesi interpretative non dimostrate, ma nel teatro della politica, come si diceva una volta, a pensar male si fa peccato, ma a volte ci si prende.
Giovanni Preziosa
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