A Lecco non sanno nemmeno cosa fare il lunedì, se non radunarsi a chiocciare contro una Commemorazione ai caduti. Piccole comparse, parte di una recita messa in scena a meri fini elettorali – ricordando che tra un mese i lecchesi saranno chiamati al voto – senza arte né parte, hanno improvvisato una sistematica violazione delle norme del rispetto ai caduti.
Zero iniziativa, se non la bieca ripetizione di slogan in voga nei “settanta di piombo”. Da “10, 100, 1000 Acca Larentia!” a “Uccidere un fascista non è reato!”, il copione copiato si è ripetuto per l’intera ora – concessa dalla Questura – al ricordo dei 16 ragazzi dei battaglioni Perugia e Leonessa, giustiziati allo stadio il 28 aprile del 1945. Megafoni, pentolame, grida sono stati la carica del “Settimo cavalleggeri”, sono mancate solo le Hazet 36, gli strumenti di morte con fu giustiziato Sergio Ramelli…
La guerra civile in questo Paese non è finita e non finirà. Chi ha organizzato e partecipato alla Commemorazione si è imposto di non rispondere alle provocazioni, brandendo tricolori in un minuto di silenzio, tributo a coloro che morirono per l’Italia, benché secondo qualcuno, dalla parte sbagliata della storia.

In breve, lo scontro armato in quel lontano 28 aprile fu tra una piccola colonna della GNR diretta a Como e una formazione partigiana. Nel mezzo della battaglia i giovani di Salò sollevarono una bandiera bianca, ma un dannato qui pro quo o, per dirla usando il linguaggio corrente, un misunderstanding, purtroppo letale, colpì alcuni partigiani venuti allo scoperto. I battaglioni Perugia e Leonessa si arresero. I rossi, parte della formazione partigiana, assunsero la custodia dei prigionieri. I giovani furono incarcerati, torturati, giustiziati uno ad uno mentre dallo stadio si levava un “Goal!” di ovazione per ogni ragazzo ammazzato. Nessun processo, nessun accertamento di responsabilità, nessuna pietà.
Cittadini lecchesi, da anni, si riuniscono per commemorare quel sacrificio di gioventù, nella forma e nel rituale tramandato. Nel 2026, la tradizione ha lasciato spazio a dignità e compostezza, senza braccia tese e “Presente!”, senza simboli politici, solo nello sventolare dei Tricolori e la deposizione di una corona, ma come fosse una religiosa vexata quaestio, agli esponenti di sinistra il ricordo sta stretto come un nodo in gola.
Coloro che si barricano dietro la Costituzione, che ne fanno uso e abuso, i “proprietari” del diritto, hanno sancito che “Non s’ha da fare!” Seneca disse: “Per essere felici bisogna eliminare due cose: la paura di un futuro negativo e il peso di un passato doloroso.” In questa Italia, a Lecco, non esiste possibilità per essere felici.
Ieri, un’ora solenne ci ha trovati ancora una volta in piedi in mezzo alle rovine. Senza retorica e senza minaccia, mi sovviene alla mente Nietzsche quando scrisse: “E se tu guarderai a lungo l’abisso, anche l’abisso guarderà in te…”
Cristian Borghetti
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