Ci sono pagine della storia nazionale che non si incastonano nel racconto agiografico della Resistenza. Pagine rimaste nell’ombra perché scomode, capaci di minare narrazioni consolatorie e di svelare la spietata logica della guerra d’usura. Se Roma ha vissuto il dramma di Via Rasella — capillarmente documentato e assunto a simbolo — Milano conserva il suo specchio oscuro, un evento quasi del tutto rimosso dal dibattito pubblico: la strage di Viale Abruzzi 77 dell’8 agosto 1944.
A differenza dell’azione romana, che colpì direttamente una colonna di truppe tedesche traducendosi subito in una rivendicazione ufficiale, l’episodio milanese scivolò nell’ambiguità. Nessuno volle intestarsi la paternità di due ordigni a tempo piazzati in un punto nevralgico della quotidianità cittadina. La dinamica si consumò con lucido cinismo: un camion della Wehrmacht scaricava abitualmente gli avanzi della mensa militare, un appuntamento fisso per decine di milanesi stremati dalla fame. La bomba non fu pensata per abbattere l’esercito occupante, ma per scatenare il panico e innescare la reazione a catena del nemico.
Vittime Civili
Le vittime di quell’esplosione furono dieci civili italiani. Dieci persone che cercavano solo un pasto, tra cui il più piccolo, Primo Brioschi di dodici anni, e il più anziano, Giuseppe Giudici di cinquantanove. A quel massacro seguì, puntuale e spietata, la rappresaglia tedesca del 10 agosto a Piazzale Loreto, dove quindici prigionieri politici vennero fucilati.
Mentre il sangue dei quindici martiri servì da carburante ideologico per costruire la mitologia resistenziale, le dieci vittime innocenti di Viale Abruzzi vennero dimenticate, cancellate dal discorso pubblico perché la loro morte denudava un metodo d’azione imbarazzante, cinico e non difendibile. Persino i vertici repubblicani dell’epoca, come il capo della Provincia Piero Parini, cercarono di arginare l’inevitabile spirale di sangue, ma la logica del terrore aveva ormai impostato il suo corso.
La rappresaglia in guerra
Per comprendere quella stagione occorre rimuovere l’ipocrisia manichea che divide rigidamente il campo dei “buoni” assoluti da quello dei “cattivi” sistematici. Il diritto di rappresaglia, nell’ambito del diritto internazionale dell’epoca (ancora ancorato alle Convenzioni dell’Aia del 1899 e del 1907), non era vietato in modo assoluto, ma regolato da rigidi anche se tragici principi di proporzionalità e necessità militare. Tutte le potenze belligeranti, inclusi i celebri “Liberatori”, hanno ricorso alla violenza sui civili o a misure punitive sommarie, pur con differenti gradi di codificazione istituzionale.
Basti pensare alle “marocchinate” commesse nel Lazio dalle truppe coloniali francesi sotto il comando del generale Juin, lasciate libere di sfogarsi contro la popolazione inerme della Ciociaria. Si vedano le ritorsioni degli americani in Sicilia con il massacro di Biscari, o le esecuzioni sommarie a Dachau fino agli arresti di ostaggi e incendi di villaggi in Alto Adige e nello Harz per reprimere i cecchini. Per non parlare dei bombardamenti a tappeto britannici sulle città tedesche, rivendicati dalla RAF come macro-rappresaglie punitive per gli attacchi su Londra, o della violenza spietata dell’Armata Rossa nell’Europa orientale.
Il dovere del Ricordo
Solo riconoscere questi dati di realtà potrà portare ad un superamento della guerra civile tutt’ora tenuta viva da vecchi arnesi. A Milano, l’attentato di Viale Abruzzi rappresentò un salto di qualità nel cinismo della guerriglia. Riportare alla luce quei dieci nomi dimenticati è un atto dovuto non solo alla verità storica, ma soprattutto alla dignità di quei cittadini rimasti senza voce né bandiera. Per chi volesse approfondire la ricerca documentale e le dinamiche specifiche dell’evento, si consiglia la lettura de “Le vittime dimenticate” edito da Edizioni Ritter*, un contributo fondamentale per squarciare il velo su uno dei capitoli più rimossi del nostro Novecento.
Redazione

*Edizioni Ritter “Le vittime dimenticate” di Pierangelo Pavesi con il contributo di Giovanni Peco.
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