Il vuoto è quanto resta dopo la scomparsa di Francesco Guccini. Un cantautore e un cantastorie nel mondo moderno, un Don Chisciotte che ha saputo ingaggiare battaglie su battaglie, cantando un’esistenza che già sapeva essere destinata a scomparire, un Cirano sempre pronto a lanciare stoccate e toccare anche le corde più sensibili della gente.
Quando lo sentii per la prima volta avevo 6 anni, erano i primi anni 2000 e i CD erano una moda che riempiva i cruscotti e i portaoggetti delle portiere delle auto. Tra quei CD mio papà aveva l’Album Concerto, un album musicale registrato dal vivo durante due concerti di Francesco Guccini insieme ai Nomadi di Augusto Daolio, pubblicato nel 1979. Quell’album musicale ha accompagnato per tanti anni i nostri viaggi in macchina, un album per tutte le stagioni, da Una canzone per un’amica a Primavera di Praga a Dio è morto.
Guccini è riuscito a incantare con la semplicità delle parole, capace di narrare con chiarezza disarmante gli stati d’animo più reconditi e difficili, che in pochi sono riusciti a immortalare; canzoni e poesie genuine che sono state l’espressione di un uomo che ha sempre voluto raccontare l’esistenza sfaccettata.
È ironia della sorte pensare che quando la radio ha annunciato la sua dipartita mi trovavo nei pressi di Modena per tornare verso Bologna, e che la sera prima aveva percorso via Paolo Fabbri, quella che è stata la sua casa a Bologna, una città che ha saputo apprezzare e vivere, decantata senza eccesso e con sincerità, un grande paese di provincia, fatto di osterie e luoghi che un tempo sapevano come raccogliere e accogliere fino alle prime luci dell’alba tra canti, risa e piacere. Forse è anche per questo che Guccini ha trovato una seconda casa a Bologna, perché lei lo ha accolto con il suo calore materno e lui è riuscito a ricambiare l’affetto di un abbraccio eterno.
Con la scomparsa del cantastorie di Pavana vola via un altro testimone di quel mondo ormai lontano, perduto nel tempo, in un ricordo che come un incanto resta aggrappato alle sue parole, con quella voce un po’ piena e un po’ pesante, scivolando tra le note musicali di una chitarra che suonerà per sempre. Una speranza che resterà immortalata anche per le generazioni più giovani:
«Perché noi tutti ormai sappiamo
Che se dio muore è per tre giorni e poi risorge
In ciò che noi crediamo, dio è risorto
In ciò che noi vogliamo, dio è risorto
Nel mondo che faremo, dio è risorto»
Riccardo Giovannetti





































































