MicroMega si dichiara “da molti anni la più importante rivista italiana di approfondimento culturale e politico”. Fondata nel 1986 da Paolo Flores d’Arcais (che l’ha diretta ininterrottamente per 38 anni) e Giorgio Ruffolo, oggi diretta da Cinzia Sciuto, si è caratterizzata per le sue posizioni di sinistra “eretica”, in polemica con i partiti della sinistra organizzata, cercando di dar voce alla “sinistra sommersa” della società civile e alla speranza di un “partito azionista di massa”. Dice, sempre di se stessa, che è “anche come sinistra ‘illuminista’, contro le derive del politically correct e del disprezzo per la scienza”.
Ovviamente, pone “come bussola i valori di ‘giustizia e libertà’ e la coerenza rispetto alla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista”. Non così ovviamente, è patrocinata col logo del Ministero della Cultura (MIC), nonché la “piattaforma web è realizzata con il contributo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Progetto finanziato dall’Unione europea – Next Generation EU”.
Chissà se anche noi di destra “eretica”, in polemica con i partiti della destra organizzata, cercando di dar voce alla “destra sommersa” della società civile e nella speranza di un “partito azionista di massa” potremmo ottenere la stessa attenzione e gli stessi contributi economici da parte dell’Unione Europea, in nome del pluralismo… Faremo domanda e poi relazioneremo i nostri lettori. Non sono prevenuto, ho poche speranze perché trovo incompatibile condividere il conto corrente con chi tiene posizioni così faziose e fantasiose nei confronti di coloro che amano il Dio cristiano, onorano il sacro suol della loro Patria e credono nella Famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio” ex art. 29 della Costituzione della Repubblica italiana.
Lo “scoop” di Budapest e l’internazionale nera
Il 2 aprile 2026 Francesco Brusa, giornalista freelance che collabora con MicroMega, il Manifesto, Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, Meridiano13, ha vergato un articolo curioso su una presunta internazionale nera in Ungheria. Assieme a Lorenzo Bernini, attivista LGBTQI+ docente all’Università di Verona, ha curato l’edizione italiana di “Queer Nation Manifesto” (Asterisco, 2022). “Tra autoritarismo competitivo e sfida all’Europa, la destra si riunisce a sostegno della campagna elettorale di Viktor Orbán”, è il sottotitolo di: “L’Ungheria di Orbán, capitale delle destre internazionali”.
L’incipit appare come uno scoop per cui scandalizzarsi: “Dio benedica l’Ungheria”, è uno degli slogan – esplicitamente mutuato da uno dei più famosi motti patriottici a stelle e strisce – che è stato ripetutamente scandito durante la Cpac-Conservative Political Action Conference tenutasi a Budapest un paio di settimane fa, e che ha visto radunarsi nella capitale magiara numerose figure della destra internazionale a sostegno della campagna elettorale di Viktor Orbán (che dovrà vedersela con lo sfidante Péter Magyar il prossimo 12 aprile).
Dal presidente statunitense Donald Trump al premier israeliano Benjamin Netanyahu (in collegamento video), dal rappresentante di Sogno Georgiano Irakli Kobakhidze alle sigle sovraniste di Chega (Portogallo), Vox (Spagna), da Matteo Salvini (anche lui per un breve saluto da remoto) fino all’ultraliberista argentino Javier Milei e alla leader delle forze neonaziste tedesche di AfD Alice Weidel, vecchi e nuovi interpreti del conservatorismo più esplicitamente anti-migranti, anti-woke e contrario alla “invasione islamica del Vecchio Continente” vedono nella repubblica centro-europea un fiero e arcigno “bastione dell’Occidente”, terra promessa di una progettualità politica che – dietro la maschera del “buon senso” – intende la democrazia in modo sempre più autoritario e discriminatorio.
Neolingua woke e il paradosso della democrazia
Avete capito la comunicazione di questi signori? Chi vuole un’Europa cristiana, rifacendosi alla sua innegabile storia ed alle sue chiare radici, fondata sui principi etici cristiani, non sull’illuminismo o sul becero marxismo foriero di miseria, repressione e morte; chi desidera una società organica, ordinata secondo le leggi di natura, non tramite le follie gender fluid, attenta ai gravi disastri sociali provocati da un’immigrazione di massa, divenuta ingestibile se non con la remigrazione, così come l’ha ben descritta Martin Sellner; chi non vuole confondere col razzismo l’esasperazione del popolo europeo di fronte all’incompatibilità di chi non può o non vuole integrarsi ma imporre la legge del coltello e del disprezzo per la vita dell’uomo bianco, etero, cristiano e identitario, “intende la democrazia in modo sempre più autoritario e discriminatorio”.
Nella neolingua woke il buon senso è una maschera perché non averlo sarebbe la virtù. I guru del progressismo mondiale odiano ogni forma di ordine, amano il caos, sono anarchici e privi di valori, tanto da trovare sofismi pur di attaccare coloro che fanno della normalità, ovvero della consuetudine uno stile di vita. Dove sia l’autoritarismo in questo, lo sanno solo a MicroMega, che, però, diffonde queste panzane con i soldi dei contribuenti.
Anche riempirsi la bocca con la parola “discriminazione” è un segnale di debolezza e di mancanza di buon senso perché ogni volta che si formula un giudizio si discrimina. Un certo mondo sinistrorso che si ammanta di pluralismo ma poi manifesta picchiando e devastando le città, dimostra l’indole altamente pericolosa ed eversiva dell’ideologia che discrimina i bianchi di destra e chi rappresenta l’ordine dello Stato. La censura di ciò che alla sinistra non piace è il metodo leninista o stalinista, affinché l’avversario politico non possa esprimersi. È la violazione palese di ogni forma democratica e dell’art. 21 della Costituzione, osannata a corrente alternata.
Autoritarismo competitivo e doppi standard
Secondo l’elaborazione molto personale del rosso freelance, l’Ungheria cercherebbe di accreditarsi da un po’ di tempo come il terreno d’incontro di una nuova destra, quale laboratorio di “democrazia controllata o autoritarismo competitivo”. Dunque, la democrazia controllata dai compagni va sempre bene, mentre se è gestita da altri va sempre male, nel peggior manicheismo ottuso figlio di un pregiudizio ideologico che è tipico di chi non ha mai fatto i conti con la sua storia. Al momento, in Europa non abbiamo segnali di regimi ibridi di destra, in cui, pur esistendo istituzioni democratiche formali (elezioni, partiti, media), queste siano manipolate dal potere esecutivo per soffocare l’opposizione. Neppure in Ungheria, ove i sondaggi sono talmente manipolati dall’entourage di Orbán, che lo danno tutti per sconfitto.
Come Caifa, la sinistra globale si straccia le vesti per il fatto che il segretario di stato USA Marco Rubio ha dato il proprio endorsement durante una recente visita ufficiale nel paese, mentre a ridosso delle elezioni è atteso il vice J.D. Vance. Come se i leader europei della galassia progressista non facessero lo stesso nei confronti di candidati del loro colore politico. Ma loro possono, gli altri no perché come insegnava quel brav’uomo e brillante democratico di Mao Tse-tung, ogni opposizione al partito va schiacciata sul nascere.
Il partito (comunista) è depositario della verità e culturalmente superiore a tutti. Il peccato originale dei MAGA, per MicroMega, è “porsi in maniera conflittuale nei confronti dell’Unione Europea” appoggiando forze che si oppongono alle politiche di Bruxelles. L’esempio è quello dell’AUR di George Simion in Romania, che ha vinto regolarmente le elezioni, ma l’UE le ha annullate per il suo antieuropeismo. Vedete, se vincono gli woke, amici della maggioranza Ursula va tutto benissimo, mentre se democraticamente vince un oppositore identitario, si annullano le elezioni. Chi sarebbe, dunque, autoritario e discriminatore?
La battaglia metapolitica e la colpa della libertà
L’altro timore di MicroMega è la ramificazione nel mondo intellettuale della destra identitaria nel mondo universitario, della cultura e dei media online anche attraverso la nascita di think tank che collaborano in territorio magiaro con altre realtà europee. Questo è come sempre motivo d’allarme per le sinistre internazionali che vorrebbero dominare il pensiero e la sua diffusione. Continua il giornalista su MicroMega: “infatti – argomenta il politologo ungherese Péter Krekó – ‘l’estrema destra [contemporanea] ha cooptato in maniera efficace il linguaggio della libertà, autorappresentandosi come l’ultimo bastione della libertà d’espressione, dell’autonomia del corpo, e della sovranità nazionale di fronte a delle élite liberali intrusive’”.
E non sarebbe vero? Negli Stati in cui sono in vigore reati di mera opinione, tra cui si distingue l’Italia con la nota Legge Mancino del 1993, chiunque metta in discussione l’efficacia della società multirazziale, multietnica e multireligiosa deve stare attento a come parla o scrive, perché una solerte toga rossa potrebbe essere pronta con la mannaia della repressione. L’altra “colpa” della destra magiara è quella di essere contro la guerra in Ucraina e “i liberali in UE”. I ripetuti veti presso il Consiglio Europeo a bloccare gli aiuti finanziari per Zelensky nonché il percorso ucraino di adesione all’Unione Europea sono visti come ribellioni ingiustificabili ai diktat eurocratici.
Non da ultimo il recente “scandalo” in cui è coinvolto il ministro degli esteri Peter Szijjártó, accusato di intrattenere colloqui regolari con Mosca. La rivista è costretta ad ammettere: “vero è, comunque, che la linea scelta dal primo ministro si riflette parzialmente anche presso la popolazione: alcuni sondaggi indicano che il 27% degli ungheresi vede Kyiv come la principale minaccia per il proprio paese”. Nel lunghissimo articolo che vorrebbe spaventare con queste presunte trame nere, di concreto non aggiunge alcunché oltre a ciò che è noto e legittimo.
L’internazionale immaginaria dei compagni frustrati
Dunque, Orbán, secondo MicroMega, “continua comunque a godere di un appoggio trasversale delle destre europee”. Non è dato a sapersi come queste “trame nere” si traducano in “appoggi politici”, visto che oltre a un convegno internazionale all’anno, qualche comizio in streaming e qualche telefonata di circostanza, Orbán è sempre solo nelle votazioni in UE che hanno il peso decisivo sulle decisioni comunitarie. Questi sono fatti, tutto il resto è noia. È elucubrazione da compagni frustrati perché nella pratica non esiste alcuna internazionale nera né a Budapest né in altri Paesi europei. Chi la evoca fa solo disinformazione per spaventare la gente di un ritorno del fascismo, che è soltanto lo spauracchio della sinistra terminale priva di argomenti e di reale consenso.
Così si esprime MicroMega su “atteggiamenti” e “posture”, cioè opinioni soggettive, aggiungendo temi fuori contesto come il premierato o la gestione della stampa. Può essere condivisibile la parte finale dell’analisi: il “cordone sanitario” contro le forze sovraniste è ormai una barricata estremamente friabile, e le convergenze fra Popolari e destre sono sempre più sistematiche. Il dubbio della rivista è che “l’Ungheria di Orbán sia sì un alleato ‘di ferro’ per tanti rappresentanti della ‘internazionale nera’, ma anche un comodo nemico per un progressismo europeo che non sembra avere né i mezzi né la volontà di cambiare uno status quo sempre più irretito e impotente”. Con questa stoccata ai partiti di sinistra ufficiali si conclude il sensazionalismo vuoto dell’articolo di MicroMega. Il punto è che questa internazionale è immaginaria, mentre l’incapacità e la potenza sovversiva dell’Ordine da parte dei progressisti si abbatte sulle schiene e i portafogli dei popoli, ogni giorno.
Matteo Castagna
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