La nazionalità è una cosa seria che non si può svendere. Per sancire questo concetto, mi rifaccio a una considerazione espressa dal sovrano marocchino (fu) Hassan II, il quale richiamò un giornalista alla realtà spiegandogli che un marocchino, figlio di immigrati in Francia, non sarà mai un buon francese. Questo perché porta con sé il peso della storia, della tradizione e della spiritualità della sua nazione d’origine.
Il sovrano aggiunse: “Non vedo perché quel marocchino dovrebbe mettersi sull’attenti davanti alla bandiera francese, dato che la sua bandiera è quella del Marocco”. Una considerazione che merita due medaglie d’oro: una per aver sancito in maniera esplicita la realtà oggettiva attinente alla questione della nazionalità — si è figli dei propri padri, i quali appartengono a un popolo e alla sua storia — e l’altra per aver avuto il coraggio di parlar chiaro in un periodo in cui si recita un copione falso e bugiardo.
Il rischio della dissoluzione identitaria
Mi rivolgo a quelle persone — alcune solo illuse, altre affette da cacotopia*, altre in canagliesca malafede ideologica — che si sperticano a svendere la nazionalità con lo ius soli, lo ius scholae e lo ius “vattelapesca” da concedere a chiunque atterri sul nostro suolo. Così facendo, questi scriteriati non fanno altro che dissolvere il “chi siamo” come italiani, rendendoci orfani di noi stessi e in balia di una realtà che non ci appartiene. In linea generale, gli immigrati, anche se di seconda generazione (specie quelli appartenenti a popolazioni con un elevato sentimento identitario), non saranno mai italiani perché, prima o poi, saranno posti di fronte a una scelta: la bandiera italiana o quella della loro profonda identità.
Fattori di cedimento e rispetto delle origini
Questa scelta sarà condizionata in negativo per noi da alcuni fattori che ci rendono cedevoli: la nostra ignavia, il loro forte senso identitario, il loro convincimento di essere moralmente superiori e il loro sentimento di rivalsa. Ho dei cari amici marocchini con doppia cittadinanza e posso testimoniare che onorano ampiamente la loro nazionalità e il loro essere anche cittadini italiani. Tuttavia, conoscendo la loro onorabilità e il loro spiccato, quanto invidiabile, sentimento identitario, sarebbe un obbrobrio pretendere che optino per la nostra nazione contro la loro.
Il dovere di tutela e il contratto sociale
Non abbiamo il diritto di cedere la nostra nazionalità a chi ne ha già una, perché equivale a dare per scontato che egli sia disposto a tradire la propria. Abbiamo invece il dovere di tutelare entrambe le identità, la nostra e la sua. Pertanto, la cittadinanza può essere un “sì”, previo un calibrato contratto sociale di “do ut des”; la nazionalità, invece, deve essere un “no”, a meno di una chiara e verificata scelta di campo.
Corrado Corradi
*Cacotopia:(dal greco kakos, “cattivo”, e topos, “luogo” – indica letteralmente il “luogo del male”. Fu coniato dal filosofo Jeremy Bentham nel XIX secolo come esatto opposto di “utopia”, per descrivere il peggior modello di società possibile
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